Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Promesse mantenute

La rivoluzione digitale non sarà indolore, ma chi investe nella propria formazione non resterà deluso perché si è rimesso in moto l'ascensore sociale
Promesse mantenute
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L’economia legata alla trasformazione digitale produrrà in Italia 450mila posti di lavoro nel 2015. E tra queste opportunità, 6mila offerte sono già sul tavolo, con nomi e indirizzi delle 30 aziende pronte ad assumere. Lo raccontiamo – in un’inchiesta sul lavoro che c’è – nel prossimo numero di Wired, che uscirà ai primi di febbraio.

In un panorama di stagnazione, l’innovazione è l’unico luogo in cui l’economia incontra la crescita e si rimette in moto l’ascensore sociale, da troppo tempo fermo nel nostro paese. È qui che troviamo le promesse mantenute, il futuro che è già presente. Chi investe nella propria formazione, specializzandosi nelle professioni legate alle tecnologie, combinando diverse competenze e mantenendo lo spirito dello startupper – imparare e mettersi alla prova – non resterà deluso.

Nella nostra indagine siamo partiti dal data mining. Grazie alla collaborazione con un’azienda specializzata, abbiamo analizzato circa un milione di annunci di impiego online, per scoprire che quasi la metà è legata all’hi-tech, che oramai con l’automazione taglia in modo trasversale anche industria e servizi. L’informatica da sola vale il 42% dei posti disponibili, i mestieri innovativi nei servizi (digitale, finanza, sanità) il 30%, la manifattura il 28%. Non va dimenticato che in questo settore l’Italia è al quinto posto al mondo per export, con un surplus nella bilancia commerciale pari a 100 miliardi di dollari e con un migliaio di ambiti in cui le nostre imprese – malgrado la crisi – sono al primo, al secondo o al terzo posto al mondo.

Da qui siamo passati a identificare quali siano i profili più richiesti, con un paradosso: in un paese affamato di lavoro, quasi il 20% delle offerte resta senza risposta perché mancano le competenze richieste. Dall’analista di dati al responsabile di laboratorio delle biotecnologie, dal grafico web all’esperto di meccatronica, sono una dozzina le figure per le quali la domanda è forte e la disponibilità scarsa.

A questo punto, per verificare le informazioni raccolte con l’analisi dei big data, serviva un censimento diretto delle aziende disposte ad assumere. Detto fatto, ne abbiamo trovate una trentina, dalle banche agli incubatori di tecnologia, dalle società di telecomunicazioni a quelle di software e di costruzioni, che hanno confermato le posizioni aperte, per un totale di 6mila posti.

Questa la fotografia di oggi. Ma cosa appare se guardiamo un po’ più in là? La rivoluzione digitale non sarà indolore. Da una parte, come sostiene Michael Osborne, docente dell’università di Oxford, il 47% degli impieghi – soprattutto quelli dei colletti bianchi – nei prossimi vent’anni potrebbe essere sostituito dai computer. Dall’altra entreranno in crisi le imprese tradizionali che non sapranno trasformarsi sfruttando la tecnologia, l’effetto di rete, la scalabilità. Sostiene Salim Ismail, della Singularity University, che «le aziende costruite per prosperare nel ventesimo secolo, sono destinate a estinguersi nel ventunesimo». È già accaduto in passato, ma stavolta sarà molto più veloce: il lavoro umano sarà rimpiazzato dalle macchine, mentre nasceranno nuovi impieghi, che sostituiranno quelli cancellati dagli algoritmi. Non cambierà solo il tipo di lavoro, ma anche il modo in cui si svolge, e non sarà male, visto che secondo Gallup oggi l’87% delle persone è «emotivamente disconnessa» dal proprio impiego. Vale a dire infelice. Ci libereremo dall’orario d’ufficio, i luoghi di lavoro del fordismo – e molte delle sue garanzie – saranno un ricordo, si affermerà una classe creativa di tecnonomadi . «Tratti quali
 la creatività e l’intelligenza emotiva sono destinati a essere sempre più apprezzati», dice Erik Brynjolfsson, direttore del Mit center for digital business.
 Il futuro è di chi abbraccia l’incertezza, disponibile a rimettersi in gioco. Alla fine la tecnologia è solo una piattaforma abilitante. Mantenere le promesse, come al solito, dipende prima di tutto da noi.

[Credits immagine: Digital Trends in 2015 su artemia.com]

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Autore
Massimo Russo è co-direttore de La Stampa dal 2015 dopo aver guidato per circa due anni Wired Italia. Dopo la laurea in Economia a Venezia e la scuola di giornalismo a Roma, dal 1990 ha iniziato a fare il giornalista a tempo pieno. Ha lavorato negli Stati Uniti ed è stato visiting scholar alla Columbia University grazie a una borsa di studio per un progetto di ricerca. Ha quindi insegnato all’università e all'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino. Cronista per dieci anni nei quotidiani, ha poi iniziato a lavorare online, fino a diventare direttore dei contenuti della divisione digitale del Gruppo Editoriale L’Espresso, nonché responsabile della struttura video del Gruppo. Con Vittorio Zambardino ha scritto il libro Eretici digitali (Apogeo, 2009). Fa parte della Commissione parlamentare per la stesura della Carta dei Diritti in Internet. È ambasciatore Telethon. Sposato, ha due figli. Pratica l’innovazione, coltiva il dubbio e ha un’insana passione - poco corrisposta - per la tavola a vela.
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