Numero Speciale, Estate 2017

Quando gli avvocati ti fanno guadagnare (non in Italia)

I fondi di investimento che sostengono studi legali impegnati in class action miliardarie
Lawyer Wig
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Fare soldi con gli avvocati. Detto così appare un controsenso perché di solito, quando si ha a che fare con uno studio legale, siamo noi che dobbiamo aprire il portafogli, almeno nell’immediato, anche se certi di aver ragione. Qua però parliamo di un’altra fattispecie, legata al mondo della finanza (complessa) di un prodotto, come dicono gli specialisti; un mondo alternativo e immateriale che sfugge non solo al bancario che vi propone i BOT ma anche al vostro promotore finanziario, quello bravo che ci capisce, cugino di vostra moglie di cui vi fidate ciecamente.

Il concetto base è semplice: si tratta di finanziare gli studi legali che sono impegnati in cause collettive miliardarie (le famose class action che vediamo nei film americani tipo Erin Brockovich) nella speranza di avere entro cinque anni un ritorno molto elevato aggiudicandosi di solito un terzo del risarcimento. Questo tipo d’investimento si basa sui cosiddetti Litigation Fund. In breve: dei finanzieri, perlopiù londinesi, mettono assieme in una “scatola” (un fondo d’investimento di solito basato in Lussumburgo) un gruppo di cause legali che hanno elevate possibilità di concludersi positivamente con risarcimenti miliardari ma dove i soggetti coinvolti e gli stessi avvocati non hanno abbastanza soldi per sostenere le loro ragioni in tribunale. Gli oggetti delle cause sono i più disparati: si va dalle controversie sui brevetti industriali alle class action contro il management di una banca, dalle faide familiari per eredità ricchissime ai divorzi, alle cause di aziende contro Stati (a volte compare anche l’Italia) per decisioni prese dai Parlamenti. L’investimento è talmente promettente che il settore dei Litigation Fund a livello globale è stimato in 300 miliardi di sterline.

L’indagine di Senza Filtro

Dopo alcune ricerche abbiamo trovato chi in Italia propone questa particolare forma di investimento: Claudio Fontana lavora per una Società di consulenza milanese, Advance Advisor, che a sua volta propone tre fondi britannici che fanno capo alla società inglese Therium che hanno accumulato un capitale di 25 milioni di euro investiti, appunto, in gran parte nelle cosiddette class action.

 Quanto si guadagna investendo in questi fondi?

Innanzitutto il capitale è garantito da un’assicurazione per i 5 anni della durata del fondo: se, dunque, al termine di quel periodo le cause non sono chiuse, ti viene restituito il 100% di quanto hai versato, quindi possiamo dire che il rischio è zero. Per quanto riguarda i guadagni, la prima causa terminata all’interno del nostro primo fondo ha avuto un rendimento sul capitale investito del 2,82% ma in altri casi si riesce addirittura ad avere una doppia cifra. Di sicuro si tratta di un investimento di nicchia, in euro ma fuori dall’Italia, sganciato dall’andamento dei mercati finanziari e più in generale dal ciclo economico.

Le cause sono tutte in paesi anglosassoni, USA, Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda: perché è esclusa l’Italia?

E’ esclusa solo perché la compagnia che assicura il capitale, l’americana AM Trust, non assicura il nostro Paese ma solo per una questione di tempi, non perché siamo considerati inaffidabili.

Ci spieghi meglio.

Chi investe deve avere un ritorno entro cinque anni che è la durata del fondo: il tempo medio della causa non deve quindi superare quel periodo. Ora, in Italia è il giudice che interpreta la legge mentre nei paesi di diritto anglosassone chi giudica si basa principalmente sulla giurisprudenza passata: il che consente una certa maggiore prevedibilità di fronte alla contesa: nei tribunali italiani, invece, di fronte alla stessa controversia capita che il giudice di primo grado decida bianco e il giudice di secondo grado nero. Il che non vuol dire che il nostro sistema giuridico non vada bene, solo che presenta molte più variabili che da un lato fanno venir meno la prevedibilità del risultato e dall’altro allungano i tempi per arrivare a sentenza definitiva. Questo non esclude che in questo tipo di fondi ci siano contenziosi con soggetti italiani, solo che si rivolgono ad arbitrati internazionali o a tribunali anglosassoni.

I giudici sanno che dietro agli avvocati di una controparte ci sono soggetti terzi che poi ci guadagnano sulla causa? Non potrebbe influenzare il loro giudizio?

Questi non sono segreti e in alcuni casi penso che i giudici siano al corrente. Detto questo mi preme però sottolineare tre punti: primo, spesso questi contenziosi non sono pubblici e, anche quando lo sono di fronte a tribunali, noi non diamo informazioni sull’investimento. Secondo, se un giudice è tale non dovrebbe lasciarsi influenzare da aspetti secondari ma occuparsi solo dell’oggetto della contesa.

Terzo?

Terzo, con questo sistema di finanziamento degli studi legali per le class action, viene in effetti data a chiunque la possibilità di dar voce ai propri diritti senza il timore di doversi confrontare con controparti che sono dei giganti economici: banche, multinazionali, datori di lavoro.

Siete voi che cercate le cause o sono gli avvocati che vi cercano?

Al contrario di quello che accade nel settore del Private Equity [l’investimento in capitale rischioso: ndr] dove di solito sono gli investitori che cercano le aziende, qui sono gli avvocati che si rivolgono al fondo. Senza i finanziamenti di un soggetto specializzato, uno studio non potrebbe mai mettere in piedi da solo una causa collettiva contro una multinazionale oppure contro uno Stato che ha leso i diritti di un gruppo di cittadini.

E’ vero che i gestori del fondo, nelle scegliere le cause, si tengono alla larga da controversie che odorano di tangenti, sesso, tabacco o che vedono coinvolti regimi?

Si. Tutte quelle controversie che anche lontanamente hanno a che vedere con quelle vicende appena elencato non vengono prese in considerazione, direi che in questi casi è meglio agire con eccesso di prudenza sia per proteggere il settore che gli investitori.

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Autore
Frediano Finucci è nato a Lucca nel 1968. Giornalista professionista, è il capo della redazione Economia-Esteri del telegiornale de La7, rete dove conduce anche la trasmissione Omnibus nell'edizione del week end. In precedenza, sempre per lo stesso Tg è stato: capo della redazione economica; responsabile dell'edizione notturna; capo della redazione esteri; corrispondente da Bruxelles (2003-2006); inviato speciale di economia e cronaca in Italia e all'estero (Stati Uniti, Asia). E' stato anche caporedattore di Otto e Mezzo nell'edizione 2009-2010. Dal 1992 ha lavorato a Milano prima per il Tg di Videomusic poi per quello di TMC coprendo come cronista giudiziario tutta l'inchiesta Mani Pulite a Milano e Brescia. Laureato in storia delle relazioni internazionali alla Cesare Alfieri di Firenze, per hobby scrive racconti per bambini: ha creato per sua figlia Margherita il personaggio del Formichiere Pilota con 4 libri pubblicati in Italia da Mondadori e in Spagna da Anaya-Hachette.
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