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Quindicinale, Numero 64 – 12 maggio 2018

Resistere ai Black Friday. Con la musica

Nell'epoca del consumo e della dittatura digitale, la musica ha un potere liberatorio che riporta in contatto con una dimensione originaria.
musica popolare tamburello
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Mentre scrivo è il Black Friday, ovvero il giorno in cui le multinazionali hanno deciso che dobbiamo prendere la macchina e, caricata la famiglia, scapicollarci nel centro commerciale più vicino a spendere la tredicesima ancora da percepire. Ma nessuno si metterà fra me e una levigatrice makita orbitale scontata al 50%!

La strada è bloccata. Stanno cercando di impedirmi di godere appieno di questa consolidata tradizione nel possesso delle mie facoltà mentali! Allora, sospinto da un tecno-impulso ancestrale, abbandono gli affetti in auto e taglio per i campi. A piedi. E mentre arranco nel fango mi succede qualcosa. Rallento. Respiro. Rallento. Ascolto, con le gambe affondate come radici nella terra.

Rallento. Respiro. La vita mi arriva dalla terra. Quello che vedo non può non interferire sul mio immaginario. Gli odori, i rumori. Il sapore dell’acqua diverso in ogni angolo del pianeta, il vento pungente sulle gote. Una siepe mi sbarra il cammino! Calma. Sono un essere intelligente, capace di adattarsi ai tempi moderni. Con lo smartphone cerco la via più veloce per navigare verso la levigatrice orbitale, ma è inutile: nei campi non c’è campo. Allora mi accade qualcosa, credo per colpa di quella facoltà mentale chiamata fantasia.

Guardo la siepe di rovi e gaggie e nel pensier mi fingo. E il cor che fa? Si spaura? No. Non si spaura. Mi sento distratto e non riesco più a vibrare come un tempo. Non mi sono nemmeno accorto di quando è successo, ma un sospetto si è fatto largo fra le mie sinapsi. Sto divagando.

Torno a casa. Mentre rifletto, il “pop” di WhatsApp mi distoglie da me stesso. La notifica FB mi distoglie da me stesso. Il nuovo video di YouTube mi distoglie da me stesso. Mi allontana dal mio sentiero. Dalla mia ricerca, camminata passo dopo passo. Dagli occhi di mio figlio. Dalla donna che mi accompagna.

Io sono distratto. E mentre sono distratto non mi accorgo che non c’è più il bosco dove andavo a ciodet perché adesso hanno tirato su il centro commerciale. Mentre sono distratto hanno distrutto la casa di mattoni, sassi e legno che sembrava germogliata dalla terra.

Una volta a settimana mi perdo a camminare per campi in cerca di qualcosa di importante con lo smartphone in tasca. Respiro. Rallento. Respiro. Ascolto. Ma lo smartphone resta acceso. Come un piccolo, lucido, nero monolite di Kubrik, attento a portarmi in una nuova dimensione spazio-temporale nella cui inconsistenza le radici non riescono ad affondare.

Così mi ritrovo a cercarle. Con necessità. Sospinto da un afflato ancestrale che forse è solo un aggrapparsi alla vita, ora che ne ho trascorsa un bel pezzo. E le ritrovo, rinsecchite ma ancora vive, in una lingua antica e dialettale, quando imbraccio lo strumento e mi sovviene una musica popolare. Quando scopro che in un dialetto diverso dal mio una terra diversa mi parla e mi circonda di creature magiche, di tradizioni così vicine e vive che allora il cor finalmente si spaura. Scopro che la musica popolare ha ancora linfa, e continua il suo percorso lontano dal monolite tascabile e dall’mp3; che diviene potente se la si ascolta suonata dal vivo, magari con strumenti grezzi, ossei e imprecisi. Mi ci trovo invischiato, ma il passato è più lieve di quanto pensassi.

La mia ricerca di una nuova musica popolare è cominciata così: Riscoprendo la lingua dei miei nonni e usandola per parlare di quello che accade oggi, perché credo fortemente che parole nate da una terra assomiglino di più a quella terra. La mia idea di musica è l’intento preciso di provare a raccontare storie di terra e di creature nate dalla terra che ora, in questo preciso momento, la stanno calpestando.

Una volta a settimana mi ritrovo a camminare per campi in cerca di qualcosa di importante con lo smartphone in tasca. Respiro. Rallento. Ascolto. Rallento. Lo smartphone però lo spengo.

Almeno per quel breve tempo.

 

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Autore
Dal 2011 autore e musicista del duo Do’Storieski, insieme a Leo Miglioranza, il cui repertorio affronta in chiave ironica, cinica e a volte poetica le abitudini e i comportamenti degli abitanti della pianura dal particolare punto di vista dell’osteria, luogo di perdizione ma anche di bagliori di vita irripetibili. Finalisti nel 2014 al contest "M’illumino di meno" di Caterpillar RaiRadio2 per l’inno della campagna sul risparmio energetico. Al nostro attivo circa 200 live e tre album: 'Osteria', 'Descanto' e 'Disintegrati'. A luglio 2016, con la canzone "Tuto a contrari", primo riconoscimento al premio "Voci per la Libertà", una canzone per Amnesty International. Fresco di ristampa l’album 'Osteria' con otto brani inediti.
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