Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Ricominciamo a pensare con visione!

Cosa è cambiato nel lavoro del manager? Con Riccardo Piccioli CEO di Sentiment adv ripercorriamo le evoluzioni nella gestione dell’impresa
Ricominciamo a pensare con visione!
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“Stiamo vivendo un’era di non senso”. Mi sintetizza così il suo pensiero quando gli chiedo come giudica questo momento economico. Lui è Riccardo Piccioli e, visto che in questo numero trattiamo del cambiamento, il suo contributo mi è sembrato di rilievo, avendo attraversato -prima come manager e poi come imprenditore- tre decenni lavorativi molto diversi e, infine, apprestandosi ora ad attraversare il quarto. Riccardo Piccioli è stato, tra gli altri, marketing manager in Johnson&Johnson, direttore marketing in Danone, direttore commerciale in Publitalia ’80, direttore generale in TMC- La 7 e a.d. di E’ TV – Rete 7 . Ora è CEO in Sentiment advertising una concessionaria innovativa che introduce sul mercato una nuova tipologia di pianificazione in ambito digital.

L’euforia degli anni Ottanta

Dopo gli ultimi colpi di coda del terrorismo, gli anni Ottanta furono il decennio del benessere e della serenità finalmente raggiunta. Furono gli anni della Milano da bere, dell’esplosione della moda italiana e della cultura dell’immagine. Il decennio che iniziò con l’invenzione del personal computer e finì con quella del world wide web.

Ma com’era essere manager allora? “In quegli anni – racconta Piccioli – ero un giovane manager di una multinazionale americana e facevamo business plan a cinque anni. Un giorno arrivò da noi un big boss della casa madre e ci disse che avevamo una visione troppo miope perché la nostra concorrenza giapponese faceva business plan a 50 anni. All’epoca il lungo termine era considerato un principio basilare: lavorare bene significava avere una visione e il tempo per perseguirla.

Oggi noi viviamo l’esaltazione del breve, brevissimo termine, che trova la sua massima espressione con la trimestrale. E’ l’esempio più eclatante di quanto sia cambiato il modo di gestire le imprese. Ora il big boss è interessato ai dati da presentare in Borsa: fine della visione di lungo termine”.

“Negli anni Ottanta non avere visione significava non capire che le proprie azioni devono essere coerenti al raggiungimento del risultato finale, che naturalmente avverrà nel lungo periodo”.

Anni Novanta, il mondo diventa.com

È il decennio dello sviluppo di internet e che ha dato il via alla rivoluzione digitale: il primo sito nasce il 6 agosto del 1991. “Si apre un processo molto accelerato di trasformazione con l’affermarsi della globalizzazione nelle grandi aziende”. E non tutto ha il segno positivo. “Negli anni Ottanta le multinazionali delegavano moltissimo ai manager locali” ed era quindi considerato centrale per la propria strategia globale, la capacità di adattare le politiche imprenditoriali alle caratteristiche di ogni mercato. Negli anni Novanta – non dovunque certo – la tendenza si inverte: si delega sempre meno, le decisioni vengono prese ai tavoli dei quartier generali e “i manager locali devono calare dall’alto il pensiero globale”.

È anche il decennio della finanza. “Il turbo capitalismo ha decretato la morte di ogni progetto a lungo termine e trasformato la finanza nell’unico riferimento cui prestare attenzione: lo strumento è diventato il fine.”

Anni Duemila, arriva la crisi

È il momento dell’esplosione delle economie asiatiche, prima fra tutte la Cina che con la sua accelerazione è diventata potenza mondiale.

“Il peso della finanza nella gestione delle imprese cresce ancora di più: se tutto è visto dall’alto e dai grandi numeri, il resto viene bruciato per strada”.

Alla fine del 2007 una parola sconosciuta e lontana diventerà l’equivalente del morbo della peste nera: subprime. E inizia la recessione globale.

“Se hai un progetto a lungo termine è quasi sempre un obiettivo di comunità, se giochi solo con i numeri, non hai bisogno di nessuno”.

E così arriviamo a oggi

“Oggi la massima che si sente spesso è “nel lungo termine siamo tutti morti” quindi è una guerra per la sopravvivenza”. Come se ne esce? “O per lungimiranza o perché sarà la realtà stessa a imporsi con forza. – spiega Piccioli – La crisi ci imporrà un cambio di modello e la politica potrebbe aiutare il cambiamento. Gli imprenditori hanno sempre avuto una visione di lungo periodo e quindi si deve aiutare le PMI a invertire la tendenza, a ridare all’economia la possibilità di usare lo strumento finanza, a ricominciare a pensare con visione, a fare progetti”.

 [Credits immagine: assodigitale.it]

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Autore
Giornalista economica, esperta di mercato del lavoro, scrive per Il Corriere della Sera, Nuvola del Lavoro e in precedenza per La Stampa e Il Sole 24 Ore; ha contribuito a fondare e diretto un magazine online dedicato ai temi del lavoro giovanile. È docente di Relazioni pubbliche e si occupa dello sviluppo delle nuove professioni legate al web; è consulente di comunicazione per le relazioni con i media, i social e le relazioni istituzionali e tutte le attività finalizzate al miglioramento della reputazione delle organizzazioni. Si è in particolare occupata di employer branding e di tematiche legate all’occupazione e alla formazione giovanile e femminile.
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  • Luca Bertozzi

    Leggo e strabilio. “Gli imprenditori hanno sempre avuto una visione di lungo periodo”??? Ma quando mai?? Sono almeno 30 anni che questo non sio verifica piu’. Siamo spariti come paese da tutti i grandi settori industriali (chimica, aeronautica, elettronica), siamo inesistenti nel settore IT esattamente per l’assoluta mancanza di visione degli imprenditori (e dei politici) italiani. E poi…siamo ancora alla glorificazione delle PMI? Nemmeno l’evidenza della realta’ riesce a scardinare questo modello…senza le grandi aziende, condotte con competenza, non si genera ricerca, investimenti in organizzazione, logistica, tecnologia e crescita delle risorse umane. Poi, ovvio, l’accesso al credito e’ un problema (le banche sono un altro mirabile esempio di pessima gestione aziendale), le infrastrutture produttive sono pessime, ma se gli imprenditori italiani smettessero di lamentarsi e pensassero alla strategia invece che a fare lobby, forse staremmo meglio. Ma per fare strategia bisogna avere coraggio, competenza e personale in gamba, non yes-men. Finche’ i nostri imprenditori continueranno a considerare la compiacenza come una dote e la competenza come un problema, l’Italia continuera’ ad avere crescite da zero virgola.

    • Daniel V. Kevorkian

      “intelligenti pauca”