Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Il rientro al lavoro partendo dai Peanuts

L'obiettivo è passare dal fare all'essere, lasciando il lavoro sullo sfondo
Il rientro al lavoro partendo dai Peanuts
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Il rientro al lavoro dopo le vacanze estive è per me, da sempre, uno dei momenti più critici.

Quando pochi giorni fa sono stato invitato a scrivere un articolo su come rendere più facile il ritorno alla quotidianità lavorativa, non vi nascondo che sono stato fortemente tentato di declinare l’invito. Prima di rispondere mi sono però preso del tempo: un pomeriggio in spiaggia, una cena con amici, un sonno riposante e la mattina successiva ho accettato l’invito, anzi la sfida.

La definisco tale per due ragioni: la prima è che ho deciso di alzare l’asticella. Il web è pieno di articoli di esperti che danno consigli su come alleviare lo stress del rientro al lavoro. Cambiano i suggerimenti, ma alla base tutti presentano una visione del lavoro che si limita all’etimologia del termine. Lavoro proviene infatti dal latino labor che ha il significato di fatica, sforzo, pena e addirittura disgrazia. Anche nelle altre lingue europee il significato è lo stesso. Travail in francese, trabajo in spagnolo, trabalho in portoghese riportano al nostro termine “travaglio”, ovvero sofferenza.

Questa visione negativa del lavoro non mi piaceva. Non mi sarei accontentato di dare consigli su come limitare i danni. Avrei provato con un obiettivo molto più sfidante: è possibile trasformare il rientro al lavoro in un’esperienza autotelica, ovvero un’esperienza di per se’ autogratificante?

(Comprendendo bene lo scetticismo, accetto con serenità che a questo punto molti lettori decidano di abbandonare).

La seconda ragione che mi spinge a definirla sfida parte dalla risposta che lo Snoopy dei Peanuts ha dato alla domanda: “Che cosa non sopporti?” – “Quelli che stanno fermi e ti dicono come correre”. Ebbene, vista la mia cronica difficoltà a ritornare alla quotidianità lavorativa dopo un periodo di vacanze, scrivere questo articolo mi avrebbe dato la possibilità di sperimentare personalmente la bontà (o meno) di queste brevi riflessioni. La considerazione da cui è importante partire è che il rientro al lavoro dopo l’estate è un momento difficile un po’ per tutti ma i sintomi e le emozioni che si provano sono molto differenti e possono essere riassunte in due grandi categorie. Vi sono persone che al rientro avvertono ansia, pressione e preoccupazione; altre invece vivono questo momento con noia, apatia, perdita di senso e di identità.

Generalmente le prime svolgono un lavoro di responsabilità, con molti impegni, ritmi alti e continue sollecitazioni e decisioni da prendere. Le seconde, al contrario, sono impegnate in un’attività che vivono come routinaria, priva di stimoli e che non procura loro soddisfazione, anzi sottrae loro del tempo da dedicare a cose ben più importanti e piacevoli.
Lavori e situazioni certamente molto diversi tra loro. Ci possono essere un consiglio o una ricetta adeguati a persone che vivono questo momento in maniera così diversa? La risposta è sì e no. Ovvero, il consiglio è lo stesso ma le cose da fare sono letteralmente opposte.

Per trasformare il rientro al lavoro in un’esperienza autotelica, e quindi di per se’ autogratificante, penso sia importante spostare il focus sui benefici personali che questo momento può portare ad ognuno di noi. Benefici personali che potrebbero nascere dalla legge “fai meno ciò che fai e fai più ciò che non fai”. Provo a spiegarmi.

Le persone che vivono il ritorno al lavoro con ansia e senso di pressione potrebbero sperimentare un beneficio nel principio “less is more”, ovvero lasciare più spazio alle decisioni degli altri, conferire maggiore delega e autonomia ai collaboratori, aprirsi serenamente a punti di vista e idee diverse dalle proprie, allentare il controllo e, in generare, lasciare correre le cose.

Al contrario, le persone che vivono il rientro con noia e apatia perché occupati in un lavoro poco stimolante, potrebbero sperimentare un beneficio dall’estendere la propria sfera in influenza personale, ovvero identificare 3 o 4 aspetti su cui provare ad esercitare maggior controllo e una sorta di influenza decisionale, una pressione persuasiva sul sistema o sui colleghi, una presa di posizione di principio su una certa questione, una proposta o idea relativa ad un modo diverso di fare una certa cosa: in sostanza, provare ad essere più visibili, più incisivi, più presenti anche nelle piccole cose.

Dal mio punto di vista, adottare questi piccoli cambiamenti potrebbe cambiare la prospettiva con cui si vive il rientro alla quotidianità. La nostra attenzione non sarebbe più sulle attività lavorative che ognuno deve svolgere, bensì sull’atteggiamento personale con il quale stiamo vivendo quelle attività. Provare questo cambio di prospettiva apre a riflessioni personali: Cosa provo nel lasciare più spazio agli altri? Come mi fa sentire proporre una nuova idea? Cosa mi porto a casa da questo piccolo cambiamento? Può essere interessante allungare i tempi di questa piccola sperimentazione personale?

In sostanza il lavoro si porrebbe come mero sfondo di un’esperienza (potenzialmente autogratificante) che ognuno di noi sperimenterebbe attraverso questo nuovo atteggiamento e il cambiamento che questo potrebbe generare nel contesto lavorativo (rapporto con colleghi e collaboratori, miglioramento del clima aziendale).

Nel momento in cui sto scrivendo questo articolo sono sul treno nel mio primo giorno di rientro al lavoro. Mi rendo conto che accettare di scrivere queste poche righe è stata una buona idea. Mi ha costretto a pensare a ciò che provo in questi momenti e quindi a spostare il focus dalla dimensione del fare a quella dell’essere, certamente più stimolante.

Potranno davvero essere utili questi pochi consigli? Non ne ho idea, ma posso dire che l’ora passata a scrivere questo articolo è stata per me molto utile, fatemi dire autotelica.

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Autore
Partner di Newton Management Innovation (Gruppo Sole 24 Ore) e docente e coordinatore scientifico del Laboratorio di Leadership e Sviluppo Manageriale dell’Executive MBA organizzato da ALTIS Università Cattolica e Sole 24 Ore Business School. Insegna Organizzazione del lavoro ed Economia delle Organizzazioni complesse presso ISIA Roma Design. Si occupa di “management innovation” ovvero di ripensare l’organizzazione, la gestione e la strategia d’impresa in coerenza con le dinamiche evolutive dei sistemi complessi e di supportare le imprese nella loro evoluzione. E’ autore di numerose pubblicazioni in Italia e all’estero, tra cui “Competere nella Complessità” (ETAS, 2008), “The negentropic role of redundancy in the processes of value creation and extraction and in the development of competitiveness,” (E:CO Organization & Complexity, 2012) e “Guida ai classici del management nell’era della complessità” (Il Sole 24 Ore, 2012).
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