Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Sabotiamo le conclusioni automatiche del cervello

Riflessioni sui conflitti per aziende-tribù basate su automatismi (ir)razionali
Sabotiamo le conclusioni automatiche del cervello
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Si è celebrata da poco la settimana del cervello: un’occasione per considerare come l’abitudine e la normalità talvolta ci freghino.

Siamo così assuefatti al pensiero che sia naturale fare causa a qualcuno per un torto o un incidente da non renderci conto che in realtà si tratta solo di un artifizio. Qualcosa di sofisticato, ma anche complicato, che un po’ pomposamente nelle società occidentali chiamiamo “sistema giuridico”: sono parole del grande psicologo cognitivista Jerome S. Bruner; un giurista probabilmente non esprimerebbe mai un concetto del genere.

Se non ci piace la guerra tra diritto e psicologia, volgiamo lo sguardo alla storia e all’antropologia. Il risultato tuttavia non cambierà molto: il diritto non ha nulla di naturale; è solo un qualcosa che l’uomo ha inventato da poco più di qualche millennio. Per dirla con l’antropologo Clifford Geetrtz il diritto, in fondo, è “un particolare modo di immaginare la realtà”.

Uno sguardo in disincantata retrospettiva ci mostrerebbe alti e bassi dagli antichi romani all’ultimo decreto-legge usato come strumento di riforma, passando per le oscure ordalie medievali: difficile misurare tutto questo in termini di progresso. Certo, rispetto ai primi meri rituali, di strada ne è stata fatta, ma resta ancora tanto, troppo, materiale isolante tra la vita vera e la realtà processuale.

E mentre i giuristi nella loro boccia si affannano a produrre sempre più leggi, sentenze e dottrina, fuori il mondo va avanti. Siamo ad un passo dall’eresia: s’impone una pausa.
La scienza ci dice che lo sport preferito dal cervello è saltare alle conclusioni, quindi proviamo a far tesoro dei misteri della dopamina: nessuno vuol buttare nello sciacquone la Costituzione Repubblicana e gli innegabili risultati sociali che il diritto ha raggiunto.

Il problema è che non possiamo vedere solo gli aspetti positivi: e se non riusciamo a vedere quelli negativi, ciò non significa che non ce ne siano, significa solo che abbiamo problemi di vista.
E l’oculista per diagnosticare questo difetto non esiste. Difficile dire se esista una medicina.
Dunque proviamo ad essere cognitivamente disciplinati: prendiamo il diritto per quello che è senza sottovalutarlo, ma anche senza sopravvalutarlo.

Le istituzioni, la scuola, l’università, la società, i giornali, o Facebook e media vari, non ci aiutano certo a capire che la nostra vista non va. Anzi: tutti giù a pensare che oltre 200.000 avvocati vogliano pur significare che c’è un bisogno di diritto innegabile e che qualche milione di cause civile e penali sia del tutto normale.

Nessuno ci viene a dire che ci sono avvocati che fanno la fame, mentre più o meno sappiamo che solo Cipro e l’India hanno tempi processuali peggiori dei nostri. Eppure “fare causa” è normale. Già, però è anche normale scoprire in ritardo di avere una grave malattia, perché di norma, quando uno sta bene, dal medico non ci va.

Dunque proviamo a spostare un po’ la bolla con i pesci che talvolta devono ancora scoprire l’acqua. Sì, perché quando tu sei nato dentro l’acqua, quasi non ti rendi conto che l’acqua esista. Oramai nessuno si meraviglia che gli esseri umani respirino una miscela di gas, ma prima di capirlo ne passa di tempo. L’aria per noi umani era come l’acqua per i pesci. Quel che ci serve è un dipnoo: un pesce in grado – all’occorrenza – di uscire dall’acqua e di poter respirare.

La natura è sorprendente: procede per tentativi e seleziona adattamenti e strategie vincenti. La società, al contrario, non è natura e spesso usa strategie perdenti.
Un pesce antico, in preda ad una sorta di delirio illuministico di cui non è consapevole, vi direbbe che esiste la certezza del diritto, soprattutto in un paese di civil law, in cui il diritto è fatto da norme precostituite, conosciute da tutti. Un pesce un po’ più evoluto vi direbbe che la certezza del diritto è una tendenza o un ideale, difficile da raggiungere ma pur sempre da perseguire.

Poi ovviamente tra quelli che stanno fuori dall’acqua potreste trovare degli autentici detrattori della dimensione giuridica che però (non essendo pesci) non possono conoscere davvero bene.
Il mondo è ingiusto; la soluzione ideale non esiste: quella veloce, poco costosa e pure soddisfacente.
Chiudete il libro delle favole e meditate su un fatto un po’ più oggettivo del diritto: da quando è sulla faccia della terra l’uomo ha sempre gestito i propri conflitti. Tenete a freno quel che avete nella scatola cranica: non pensate alle guerre, perché non è quella la dimensione a cui occorre riferirsi.

Se siete un’azienda, siete su un’altra scala: non uno stato, ma una tribù. La cosa cambia se la vostra impresa è come una piccola cittadina.
Ovviamente le guerre tra tribù esistono ma tra tribù diverse e non all’interno della stessa tribù. E la stessa cosa succede tra le scimmie da milioni di anni: i nostri cugini pelosi sono certo paradossalmente agevolati dalla mancanza della parola. Le possibilità di fraintendersi sono ridotte al minimo e le conseguenze sono spesso molto gravi: è bene non sbagliarsi e, nel dubbio, optare per la soluzione più saggia, ossia quella che garantisca la sopravvivenza.

Ma noi oggi nel XXI secolo senza più peli (ma con il 98% di DNA in comune) un ricco vocabolario ed uno sfacelo di leggi, non riusciamo più ad adottare strategie ecologiche per comporre i nostri conflitti. Ci imbarchiamo in azioni giudiziarie incerte e costose non solo in termini economici, anche perché spesso siamo degli autentici incompetenti relazionali.

Deleghiamo a leggi, giudici ed avvocati problemi che nascono nella relazione. E che a questo livello andrebbero gestiti.
Non dimentichiamo, infatti, che se – come diceva Churchill – “la democrazia non è la migliore forma di governo”, allora il diritto non è nemmeno il sistema migliore per risolvere i problemi. Fermate ancora una volta la corsa alle conclusioni: non si tratta di ritornare all’autotutela o al far-west. Tutt’altro.
Si tratta di allocare le risorse da dopo a prima.

Uno studio ha mostrato che su oltre 1.000 casi trattati da diversi giudici, in cui si discuteva di libertà sulla parola, le percentuali di decisioni favorevoli all’accusato scendevano, nel corso dell’udienza, dallo 0,65 a zero per poi risalire improvvisamente, poi di nuovo riprendevano a diminuire per risalire repentinamente: il picco positivo si verificava all’inizio della mattinata e poi subito dopo la pausa caffè e dopo il pranzo.

I giudici sono essere umani, non superuomini: il loro cervello non è speciale e le loro decisioni possono soffrire gli effetti della cosiddetta deplezione dell’io che può essere dovuta anche a stanchezza, stress e affaticamento.
È brutto pensare che la nostra sentenza possa dipendere (in qualche misura) dalle condizioni psico-fisiche del giudice più che da argomenti giuridici. È pericoloso non pensarlo.
Il bello è che i primi a non saperlo sono proprio i giuristi che in una visione un po’ troppo illuministica pensano di poter controllare tutto con la logica e le norme.

Per non parlare della testimonianza: ai nostri giuristi in erba le università insegnano tutto il possibile in termini giuridici, ma nulla del funzionamento della memoria umana o delle trappole della comunicazione nel momento in cui si interroga il teste, con risultati talvolta incredibili ed inaccettabili.

Quale sia la soluzione ideale non è facile dirlo, ma non chiedetelo ad un pesce e, soprattutto, iniziate a scoprire l’acqua.

[Credits photo: Ecobnb]

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Autore
Avvocato di professione, mediatore e docente presso l'Ente di formazione per mediatori dell'Università di Camerino per passione. Studiando comunicazione e negoziazione, ha imparato che il diritto non è l'unico - né il migliore - sistema per risolvere i conflitti interpersonali. Da circa 15 anni collabora con ADR Center, come formatore e divulgatore nell'ambito del conflict management in favore di aziende private, ordini professionali e CCIAA.
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