Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Scegliere cosa mangiare non ha prezzo, per il resto ci sono i volantini

I consumatori di oggi non si fanno più distrarre dalle politiche commerciali fatte di soli numeri
Scegliere cosa mangiare non ha prezzo, per il resto ci sono i volantini
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Si torna dalle vacanze con gli occhi pieni di panorami mozzafiato, coi tempi dilatati e con la fatica di riprendere i ritmi della quotidianità ed ecco che siamo subito assaliti da volantini pieni di offerte e promozioni che ci istigano a riempire frigo e dispensa.

Alcune recentissime ricerche hanno dimostrato che gli italiani, oggi più che mai, sono più soli, più vecchi, più diseguali, ma anche più smart, più healthy, più green e più clean. Siamo, in Europa, quelli più attenti alle etichette e quindi a ciò che mangiamo.

Ne da conferma il fatto che tutto il comparto del bio sta vivendo un momento felicissimo che lo vede esibire un indice di crescita a due cifre, ma è lo stesso per tutto il cibo “senza”: senza glutine, senza lattosio, senza sale. E, ancora, c’è un recupero di alimenti antichi come lo zenzero (+141%), la curcuma (+93%), la quinoa. Ma non è finita: le private label premium stanno performando molto bene come i prodotti ad alto livello di servizio. In calo irrefrenabile, invece, i prodotti di primo prezzo.

Tutto questo non ci sta forse dicendo che non è più la leva del prezzo a muovere a consumi? Che gli italiani hanno raggiunto una buona consapevolezza e attenzione per il reale valore delle cose?

Il cliente che torna dalle vacanze dovrebbe trovare nel suo punto vendita ciò che cerca: accoglienza, conoscenza dei prodotti, linee dedicate e tanta informazione che non lo forzi all’acquisto bensì lo aiuti a valutarne le qualità, le proprietà, le origini. Questo è il dovere di un buon imprenditore: promuovere un cambiamento della cultura e delle abitudini alimentari che evitino sprechi, come successo in passato e propongano un modo di mangiare sano, gustoso e sostenibile.

I punti vendita dovrebbero ripopolarsi di persone che conoscono ciò che vendono, che propongono e raccontano il meglio che hanno sul banco. Vi ricordate quei venditori che animavano i mercati proponendo il pescato del giorno, la verdura coltivata senza prodotti nocivi, i prodotti fatti da loro con materie prime tracciate? Ecco, nei punti vendita “tradizionali” dovrebbe esserci quel fermento, quella familiarità e quei suoni. Un sogno? No, il recupero di una cultura che molti, fortunatamente, riconoscono e vogliono promuovere e che cominciamo a vedere operativa sempre più spesso specialmente nei negozi di vicinato.

La piccola distribuzione organizzata, maggiormente inserita nel suo territorio di appartenenza, più liquida e fluida nella struttura e nella gestione, si sta muovendo in questa direzione. Gli imprenditori investono tenendo conto di analisi territoriali e bacini di utenza e scelgono di riqualificare i centri urbani favorendo anche l’economia locale con la ricerca di realtà produttive locali capaci di garantire la trasparenza e l’affidabilità tanto ricercate dai nuovi consumatori.

Dobbiamo prendere coscienza che certi livelli produttivi, così come ieri concepiti, non reggono più: siamo davanti ad un forte cambiamento culturale, salutistico, etico. La nuova conformazione sociale, le esigenze dei singoli e delle diverse comunità che compongono la nostra società ci stanno dicendo che ciò che dobbiamo promuovere è l’attenzione allo spreco, dobbiamo trasferire ai clienti la conoscenza di prodotti che nutrono nel rispetto della salute, dell’ambiente e delle persone, dobbiamo sostenere l’importanza di recuperare sane e buone abitudini alimentari.

La miopia della Grande Distribuzione è il reiterare una strategia che non mette al centro il cliente e non tiene conto dei nuovi comportamenti che influenzano gli acquisti ma asseconda le esigenze della produzione industriale.  Succede di trovare tre prodotti identici, l’uno a pochi centimetri dall’altro sullo scaffale e tutti e tre in promozione: non vi sembra che già questo dimostri la schizofrenia delle promozioni e la loro conseguente scarsa efficacia?

Per molto tempo siamo stati distolti da proposte commerciali legate solo al potere dei numeri, adesso è il momento della consapevolezza dell’acquisto, del cambiamento delle abitudini alimentari, del miglioramento della qualità della vita di ognuno di noi. Siamo così fortunati: viviamo nel paese della dieta mediterranea, delle biodiversità, abbiamo una cultura culinaria che il mondo ci invidia. Non dimentichiamocelo mai.

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Autore
Presidente dal 2002 di Coralis, consorzio di imprese della piccola distribuzione. Dopo una lunga esperienza in qualità di imprenditrice, è oggi l’unica donna alla guida di un gruppo distributivo. Si occupa inoltre di Coralis Servizi in qualità di amministratore unico ed è consigliere dell’associazione ADM e di INDICOD-ECR. Genovese di nascita e milanese d’adozione, è anche moglie e madre: un mix che le ha permesso di esprimere al meglio la sua personalità sul lavoro.
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  • Francesco Siri

    “I punti vendita dovrebbero ripopolarsi di persone che conoscono ciò che
    vendono, che propongono e raccontano il meglio che hanno sul banco.”

    Condivido il pensiero legato alla necessità di maggiore conoscenza e preparazione da parte di chi opera nel settore Food&Beverage. Purtroppo tanti si fingono, più o meno consciamente, grandi esperti. Sarà forse una deriva portata dalla proliferazione di programmi televisivi di cucina (e, ahimè spesse volte, di pseudo-cucina), o dall’impazzare di autodefiniti food-bloggers? O peggio ancora critici gastronomici, sempre in vena di attaccare aspramente il ristoratore di turno, solo per guadagnarne in celebrità?
    Quello che vedo, anche nel mio lavoro, è l’incapacità di valutare veramente le competenze delle persone da assumere, da parte di molte aziende alimentari: solitamente in selezione per un responsabile acquisti vince il candidato con laurea in economia, ma privo di qualsivoglia preparazione sui prodotti che dovrà selezionare.