Quindicinale, Numero 57 - 1 dicembre 2017

Scuola: ogni giorno si recita a soggetto

Non è con le riforme della scuola, tra l'altro confuse, che si recuperano gli insegnanti sconfitti
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E’ ormai sotto gli occhi di tutti che le riforme della scuola si succedono con cadenze sempre più ravvicinate e che con esse, puntualmente, si scatenano le critiche più violente non solo verso il politico del momento che le ha varate ma anche e soprattutto verso coloro che, volenti o nolenti, dovranno applicarle.

Ecco allora che tutte le magagne di questa Istituzione millenaria tornano improvvisamente alla luce e la scuola viene accusata di ogni sorta di mancanze: dal non essere in grado di svolgere il suo compito educativo al non sapere frenare il numero crescente di abbandoni da parte di alunni che non vengono adeguatamente seguiti e supportati durante il percorso scolastico da chi non sa o non vuole più svolgere il compito di insegnante.

Gli insegnanti al microscopio

Gli insegnanti, visti dai più come quelli che lavorano “solo” diciotto ore la settimana, che fanno lunghe vacanze a Natale, Pasqua ed estate, che spesso non hanno la competenza e le qualità necessarie per insegnare in classe, ma che danno tante lezioni private (naturalmente in nero) sia per integrare il magro stipendio che lo Stato riserva loro (il più basso in Europa), sia perché i ragazzi che chiedono lezioni private hanno atteggiamenti molto diversi dagli alunni in classe che spaventano molti docenti.

E’ pur vero che l’uditorio in classe non è più quello di qualche lustro fa: studenti rispettosi ed educati con alle spalle famiglie severe che non avrebbero mai messo in discussione la gestione della classe e, meno ancora, pronte a difendere i propri figli a tutti i costi.

Ma non sarà certo la riduzione di un anno dell’attuale percorso scolastico, il cosiddetto liceo breve proposto dall’ultima riforma, la panacea di tutti i mali della scuola. E’ vero che farà risparmiare più di un miliardo al bilancio dello Stato grazie al taglio di cento classi degli Istituti che hanno accettato di far da “cavia” con la conseguente perdita del posto di lavoro di centinaia di insegnanti, ma non basterà a risolvere il problema dell’intoccabilità dei docenti di ruolo negligenti o incapaci: il taglio, infatti, sarà indiscriminato e non certo preceduto da una valutazione oggettiva e corretta degli insegnanti coinvolti.

Ricordo che nelle classi che incontravo per la prima volta, oltre a spiegare la metodologia che avrei usato e gli obiettivi che proponevo di raggiungere insieme, dicevo anche “Ragazzi, ho paura che dovrete accettarmi comunque perché, salvo io non commetta un alunnicidio o contragga la tubercolosi, di qui non mi manda via nessuno!” I ragazzi ridevano e prendevano le mie parole come una battuta non sapendo invece quanta verità ci fosse dentro. Infatti, a differenza di quanto succede nella scuola privata, il verbo licenziare non fa parte del gergo burocratico e scolastico statale, col risultato che la scuola privata ha la possibilità competitiva di riuscire spesso ad avere un corpo insegnante valido ed efficiente. Se lo volesse.

Tra incompetenza e sconfitta

Ma ci deve essere una ragione se tutti se la prendono con gli insegnanti per ogni problema della scuola. E’ evidente infatti che non tutta la categoria viene contestata, solo alcuni: sono gli appartenenti a quella generica categoria di incompetenti.

Ma ne esistono poi tre sotto categorie più specifiche: coloro che non conoscono abbastanza la loro materia, gli svogliati che ritengono che non valga la pena impegnarsi con alunni disinteressati e turbolenti, e gli sconfitti che, pur essendo profondi conoscitori della materia, non riescono in nessun modo a trasmetterla ai ragazzi. Ma chi sono allora gli insegnanti, e sono la maggioranza, che non solo non vengono contestati ma hanno anche – udite, udite – la stima dei loro alunni? Quali doti magiche possiedono oltre alla presupposta conoscenza di ciò che insegnano, ai presunti continui aggiornamenti e alle auspicate lunghe ore passate sulle sudate carte di leopardiana memoria?

E’ la noia la prima grande nemica dell’apprendimento: quando l’insegnante la percepisce, sa che deve cambiare registro. Una grassa risata, magari provocata ad arte con simpatici esempi esplicativi dell’argomento, è sempre un alleato efficace.

Conoscere la materia non basta infatti a trasformare un esperto in un bravo insegnante se non c’è a fianco la capacità di trasmetterla ai propri alunni meritandosi, fin dal primo impatto, stima e fiducia.

Il teatro quotidiano

L’aula scolastica è un palcoscenico di fronte a un pubblico che non paga il biglietto di persona ma che spesso non ha nemmeno scelto lo spettacolo che è obbligato a seguire, cosa che lo rende diffidente e pronto alla critica più severa. L’insegnante, unico attore di questa rappresentazione che ogni giorno va in scena nelle nostre classi, deve “sentire” il pubblico e coglierne gli umori se lo vuole conquistare, riuscendo come un attore consumato a riempire il teatro.

E’ solo con queste doti che i ragazzi di oggi, più simili a Franti che non a De Rossi, potranno salire anche loro a bordo e diventare “amici”, magari anche su Facebook.

 

(Photo credits: Teatro Bracco)

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Autore

Laureata in giurisprudenza a Torino, dove vive dal 1953, lavora per 8 anni all’ufficio stampa della UCID e diventa giornalista pubblicista nel 1963. Per i successivi trent’anni si dedica con passione all’insegnamento, collaborando con riviste di didattica, di diritto ed economia edite da Tramontana e pubblicando vari libri. Nel 1995 diventa Giudice di Pace all’Ufficio di Torino, dove rimarrà per 14 anni, ricoprendo negli ultimi tre il ruolo di Coordinatore. Alla fine del 2009 lascia la carica per sopraggiunti limiti di età e prova ad andare in pensione per la seconda volta. Oggi insegna diritto nelle carceri e non resiste alla tentazione di tenere qualche conferenza in Unitre. Nel (poco) tempo libero riesce anche a fare la mamma e la nonna.

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