micron: un calibro, simbolo della misura

Se il cinese si perde sul micron

I falsi miti dei paesi low cost e della delocalizzazione a tutti i costi

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Poiché ho avuto una formazione prettamente umanistica, fino a un mercoledì di tre anni fa il micron era un concetto lontano da me – alla stregua della riproduzione degli echinodermi.  Ma quel giorno ricevetti la telefonata di Carlo, un amico imprenditore, che mi annunciava un importante numero di assunzioni a seguito delle favorevoli congiunture di mercato.  La notizia era doppiamente lieta, perché fino a pochi mesi prima la sua azienda aveva dovuto mettere in atto importanti misure per fronteggiare una crisi. Erano stati momenti difficili, di cassa integrazione seguita da dolorosi tagli di personale, ma ora il vento tornava finalmente a soffiare a favore.

La cosa curiosa era che i clienti che tornavano a ordinare il suo prodotto erano gli stessi che qualche anno prima avevano smesso di acquistarlo, perché avevano spostato gran parte della loro produzione e dei loro acquisti all’estero: dalla Cina all’India, dalla Serbia alla Romania.

Ma Carlo poteva finalmente vedere confermate le sue previsioni: “Ho sempre saputo che prima o poi sarebbero ritornati – mi disse – perché, vedi, la forza dei miei ingranaggi sta nel micron, una unità di misura il cui valore è inversamente proporzionale alla performance del prodotto che rappresenta.  Non era pensabile che un’azienda come la mia e come tante altre nel nostro territorio, che da cinquant’anni ha fatto del micron una religione, uscisse sconfitta da chi pensava di poter sopperire con un costo del lavoro competitivo alle carenze di esperienza in materia. E poi, cosa non secondaria, quei micron si rompono. E non importa se con i soldi di un mio ingranaggio puoi acquistare tre ingranaggi cinesi: i clienti si incavolano”.

Oggi questa azienda è tornata a produrre utili producendo i suoi ingranaggi. Da allora, quando sento parlare di micron, immediatamente il mio pensiero si collega ai concetti globalizzazione e delocalizzazione. Due facce di una stessa medaglia.

Un popolo di globalizzatori

Ricordiamo bene come nei primi anni dell’introduzione dell’Euro molti imprenditori italiani si fecero sedurre con eccessiva facilità dai guru della globalizzazione. Tutti globalizzati, tutti figli di un grande unico mercato, neo illuminati economisti che preconizzavano il successo di coloro che avrebbero saputo portare con fierezza la fiaccola della globalizzazione. Naturalmente si misero in risalto esclusivamente gli aspetti positivi; così le varie Pergetti SNC, che idealmente rappresentavano i piccoli artigiani e la piccola industria, veri artefici della fortuna della nostra economia post bellica, partirono senza troppi indugi alla conquista del nuovo mercato globale.

Molti di questi però, armati più di entusiasmo e voglia di fare che di competenze manageriali all’altezza della situazione, si trovarono a fronteggiare pericoli e nemici che non avevano minimamente considerato. Da una parte c’era la terra promessa, il mercato globale in cui posizionare il proprio prodotto, spesso di nicchia; ma di contro c’erano agguerriti concorrenti come la Pergetti Pakistan o Myanmar, la Pergetti China o India, che sicuramente avevano costi ben inferiori, e nel secondo caso anche un’esperienza maggiore nel mercato. Ne seguì un momento di forte disagio e i peones della globalizzazione, maledicendo le previsioni di espansione e di facili fatturati, fecero un passo indietro.

Delocalizzatori improvvisati

Con la resilienza italica che ci contraddistingue, le imprese cominciarono a cercare soluzioni alternative. Il ricorso alle cosiddette economie povere divenne il nuovo verbo.

Erano gli inizi degli anni Duemila quando la delocalizzazione di massa cominciò a prendere piede anche nel Belpaese, e divenne non solo una leva strategica riservata alle grandi multinazionali, ma si estese a una buona parte delle PMI.  Fu in gran parte un confuso e deregolato spostamento in altri paesi di processi produttivi o di fasi di lavorazione.

Le condizioni in teoria c’erano tutte: minor costo del lavoro, minore imposizione fiscale, contributi a fondo perduto, e la mancanza di una controparte sindacale, ritenuta spesso una inutile fonte di problemi.

Quello che avvenne però fu molto diverso: ci si mosse in totale anarchia, inizialmente inconsci dei danni che nel lungo periodo potevano derivare da un progressivo impoverimento dei posti di lavoro, delle competenze e del know how, trasferendo i segreti della produzione industriale in cambio di maggiori guadagni.

Per fortuna il sistema, complessivamente più stabile di quanto non si pensi, nella sua capacità di autocorreggersi si è dimostrato amico dei vari Carlo del nostro Paese, e ha fatto sì che anni di passione ed investimenti non si disperdessero impunemente: il simbolico micron è ancora un’eccellenza italiana, almeno fino alla prossima onda migratoria.

L’era della delocalizzazione competitiva

Durante gli anni bui della più grande crisi che sia mai stata vissuta a livello globale, che hanno portato a un nuovo scenario economico, finanziario e di mercato, si sono gettate le basi per una nuova era della delocalizzazione, fondata questa volta su un principio diverso dal mero guadagno a ogni costo: la competitività globale.

La competitività, vista come fattore necessario che stimola lo sviluppo della comunità-paese in contrapposizione all’obiettivo di breve periodo. Ci si è dolorosamente resi conto, anche se non ancora in misura sufficiente, che è necessario pensare a clausole di salvaguardia alla delocalizzazione d’impresa, unico modo per garantire la continuità delle nostre aziende e dei loro dipendenti. È indubbio che la globalizzazione non può non avere effetti nelle scelte strategiche delle aziende, ma il Paese si può tutelare assicurando la permanenza nel nostro sistema economico quantomeno delle attività a valore: quelle di marketing strategico e commerciali, quelle legate alla ricerca e sviluppo, nonché quelle produttive di alta ingegneria, frutto di importanti investimenti in ricerca e sviluppo che le nostre Pergetti & Co. avevano faticosamente sviluppato negli anni.

L’auspicato passaggio dalla delocalizzazione low cost “a tutti i cost” a una produzione decentrata matura, nell’interesse del sistema Italia e di tutte le Pergetti SNC, potrebbe passare attraverso le linee guida del micron, assurto a simbolo ed unità di misura della competenza italiana. Dunque sì, delocalizziamo, ma con cautela, al grido di “Hasta el micron, siempre!”.

Classe '60, nato a Comacchio ma reggiano d'adozione. Laureato in giurisprudenza, ha da subito scelto di rinunciare alla carriera forense ed è (felicemente) un consulente del Lavoro, associato dello Studio Bartoli & Arveda di Reggio Emilia. In passato ha maturato una importante esperienza di HR Manager nel gruppo Fagioli. Ama lo sport, metafora assoluta di vita e di lavoro: il calcio su tutti ma apprezza tutti gli sport di fatica che temprano corpo e mente: corsa, ciclismo e sci alpinismo. [ Guarda tutti gli articoli ]

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