Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Se il manager è dislessico. L’arte di trasformare le salite in discese

C'è chi della fatica a scuola ha fatto virtù sul lavoro. Una su tutte: non aver paura di fallire
Se il manager è dislessico. L'arte di trasformare le salite in discese
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A Genova i veri appassionati di bici quando qualcuno si lamenta che la città è tutta una salita fanno notare che una volta che si è trovata la strategia per arrivare in cima si può dire che è tutta una discesa. Pensate a quelli che la prima grande, sproporzionata salita la trovano già alle elementari, quando quel viaggio fatto di progressi e esplorazioni che fino a quel momento ha dato accesso a identità e amicizie improvvisamente trova un muro, e il linguaggio che sembrava il mezzo per conquistare il mondo, formalizzato in quaderni, libri e numeri diventa un burrone. La rivista Fortune nel 2002 pubblicava una serie di interviste a personaggi del business che avevano sperimentato l’inadeguatezza legata al deficit di apprendimento. John Chambers, fondatore di Cisco, ricorda il giorno in cui ammise quella che fino a quel momento temeva fosse valutata come debolezza. Durante un incontro pubblico una ragazzina che doveva fargli una domanda davanti alla folla sentì tutto il disagio sperimentato a scuola e con le lacrime agli occhi si sfogò dicendo “Ho una difficoltà di apprendimento”.

Chambers, riporta un sito dedicato alla dislessia, rispose “Anch’io ho un problema di apprendimento. Hai appena trovato il modo per venirne fuori, perché ci sono cose che solo tu sai fare e gli altri no, mentre ce ne sono altre che non imparerai mai a fare. Per la mia esperienza, ciò che può aiutare è prendere le cose con calma”. Spesso si parla di dislessia, ma i disturbi legati all’apprendimento sono numerosi e variegati per tipologia e gravità all’interno delle diverse categorie. Chambers ha una scrittura speculare e chiede ai collaboratori di fare sunti degli articoli troppo lunghi. I casi di manager famosi, da Steve Jobs a Bill Hewlett co-fondatore di HP, o di personaggi noti, da Churchill ad Agata Christie, sono ormai spesso (per qualcuno troppo) citati come esempi positivi e il libro Il dono della dislessia di Ronald D.Davis ha reso l’argomento sempre più dibattuto.

In America da diverso tempo ci si è posto il problema di come un’intelligenza non accademica sia più adatta alla nuova economia, di come stiamo formando le nuove generazioni con metodi che non rispondono alle nuove esigenze. Non si tratta di trovare genialità in quella che fra compagni o insegnanti mediocri viene stigmatizzata come inadeguatezza, ritardo, lentezza, o, quando si usano gli strumenti che spettano di diritto, furbizia. Si tratta di fare tesoro, in un momento storico in cui tutti invitano a non aver paura del fallimento, dell’esperienza di chi il fallimento se l’è fatto amico e sa di potersi buttare fra le sue braccia, perché ha imparato a non farsi male “Io mi sono resa conto da adulta del mio deficit di apprendimento- racconta Anna Wrubl, insegnante di diritto ed economia che si è riconosciuta nelle difficoltà scolastiche dei suoi figli- mi ricordo che alle elementari mi ero convinta di essere più stupida degli altri, andando avanti però mi sono accorta che qualcosa non tornava.

Un giorno mio nonno dopo una giornata sui libri aveva rinunciato a farmi imparare operazioni e tabelline e si era messo a fare il cruciverba. Sotto c’era un quesito enigmistico che usava incognite al posto dei numeri e io l’ho risolto immediatamente: lì abbiamo capito che il problema erano i numeri e non il pensiero matematico. Ai miei figli ho detto che se loro erano disposti a fallire io ero disponibile a sostenerli nel naturale sviluppo di strategie compensative: il più grande oggi è ingegnere nucleare e l’altro ha appena superato il test di ammissione a matematica”.

Chi è sostenuto dai genitori e non rischia l’esclusione scolastica o peggio ancora sociale spesso ha l’opportunità di mettere a frutto una particolare tenacia, grande empatia (ricordate l’intelligenza emotiva?) e attitudine creativa, regalo di quella continua ricerca necessaria per affrontare l’ostacolo in maniera alternativa. “Mi consideravano svogliata e distratta- ricorda Daria Vinco, oggi fotografa alle dipendenze del Ministero dei Beni Culturali- e alla fine ti comporti di conseguenza. L’ultimo anno di liceo ho avuto un incidente e le difficoltà sono sembrate insormontabili, così non ho finito il liceo. Oggi al lavoro sono circondata da senso di approvazione, anche da parte di editori esterni. Certo, il burocratese di certe circolari lo leggo con qualche difficoltà in più rispetto agli altri, ma è una minima parte del mio lavoro. Ho sempre utilizzato in maniera spontanea mappe mentali, schemi e promemoria che faccio utilizzare anche a mia figlia, anche lei dislessica. La difficoltà nella memoria a breve termine è stata compensata da una grande memoria visiva”. Secondo Davis i grandi manager dislessici raccontano di affrontare i problemi in maniera visiva e tridimensionale (come avere un CAD nel cervello) quindi quello che veniva valutato come gap è in realtà una grande opportunità di costruire modelli di pensiero alternativi, caratteristica preziosa nelle organizzazioni.

C’è chi invece come Luca Grandi avverte del rischio di esclusione, a maggior ragione in epoca digitale, per chi non riabilita le proprie capacità. In realtà, secondo Consuelo Casella dell’associazione Aiuto Dislessia, proprio le competenze digitali sono quelle in cui i ragazzi abituati a usare strumenti alternativi hanno una marcia in più. Il problema è: le imprese sono preparate ad accogliere e valorizzare persone con caratteristiche burocraticamente chiamate deficit? Test di ingresso e formazione sono adatti a non riproporre il clima della scuola? Intanto realtà come Fondazione Telecom investono su progetti dedicati. A livello generale c’è da sottolineare che la dislessia fa da laboratorio per l’apprendimento veloce e il pensiero divergente. Mappe mentali e tecniche di lettura veloce sono conquiste per tutti. Se volete entrare in uno dei viaggi mentali di un dislessico potete vedere la lezione sulle tabelline (ma non solo) del giovane Giacomo Cutrera, autore del libro Il demone bianco.

Intanto, parlando di formazione, ci si sta muovendo al livello generale verso i serious game. Secondo i dati raccolti da Gamesandlearning il 70% degli insegnanti ha visto un incremento nel livello di partecipazione (engagement) degli studenti utilizzando video giochi educativi. L’azienda di realtà virtuale ETT ha realizzato per il King’s College University di Londra un gioco interattivo con il ruolo di test psicometrico che grazie all’integrazione tra tecnologie e nuovi linguaggi di gaming, ha ridotto la sua durata da 2 ore a circa 30 minuti. Si parla insomma di strumenti di engagement ed efficienza dedicate a valorizzare conoscenze e relazioni che preparano la discesa, a vantaggio di tutti, di una volata a prova di burroni.

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Autore
Giornalista freelance, storyteller e curatrice di contenuti editoriali. Laureata in economia ha continuato il suo percorso con un master in comunicazione, un diploma di sceneggiatura, un corso di CSR Manager. Ha scritto per diverse testate (Wired, Sole24Ore, SecoloXIX, Markup, Gdoweek, Flair) e collaborato con alcune agenzie per la cura editoriale dei contenuti e il corporate storytelling. Pensa che l’unico modo per innovare sia comunicare e far comunicare rendendo accessibili le informazioni e offrendo senso alla loro complessità. L’ultima sfida è il network deep:z, uno studio di progettazione dei contenuti per la relazione con gli stakeholder.
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