Quindicinale, Numero 57 - 1 dicembre 2017

Se non ce la fai più, in Giappone ti fanno evaporare

Crisi di lavoro o debiti sono le cause principali che portano migliaia di giapponesi a sparire dalla società. Agenzie e investigatori si contendono un giro di affari milionario.
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Un uomo di nome Norihiko che lavorava come ingegnere viene licenziato. Ma non ce la fa a dirlo alla famiglia, così ogni giorno continua a indossare camicia e cravatta, salutare la moglie e uscire di casa per andare verso l’ufficio. Ma non avendo più il suo posto di lavoro, passa l’intera giornata in macchina. A un certo punto, non avendo più un salario e non potendo giustificare la situazione con la moglie, si rende conto che non può più mentire. Decide quindi di sparire in una zona abbandonata di Tokyo.

Questa è una delle storie che vengono raccontate nel libro pubblicato nel 2016 dalla giornalista Lena Mauger e dal marito fotografo Stephane Remael, The Vanished: The “Evaporated People” of Japan in Stories and Photographs. Dopo aver sentito per la prima volta parlare di questi casi in un bar a Tokyo, la coppia ha seguito per cinque anni il fenomeno cui ora ci si riferisce comunemente con il termine di “evaporati”, dalla parola giapponese “johatsu”, usata per definire queste persone. Ovvero, si tratta di individui che spariscono all’improvviso e che si creano una nuova vita. Un caso che riguarderebbe decine di migliaia di giapponesi ogni anno. Si tratta di persone che hanno perso scommesse, il lavoro o che semplicemente non sono riusciti a superare un esame. In alcuni casi sono persone che contraggono debiti improvvisi, a causa del sistema del garante che è molto diffuso in Giappone e che fa sì che una persona si ritrovi all’improvviso a dover pagare anche per gli ammanchi di altri di cui era legalmente responsabile, riducendosi a chiedere prestiti al di sopra della propria portata per ripagarli.

Cancellare ogni traccia (anche grazie ai manuali)

La soluzione che scelgono, invece di togliersi la vita o recludersi a casa è quella di cancellare il le tracce del proprio passato per creare una nuova vita, da soli o con la famiglia.

In molti casi, ad aiutarli sono gruppi e agenzie specializzati nel far cambiare vita alle persone. Si chiamano “yonige-ya”, dal verbo yonige che significa “sparire di notte”, e hanno siti in cui pubblicizzano i propri servizi. Per somme che variano tra le centinaia e le migliaia di euro, a seconda delle proprietà che vogliono portare con sé o far sparire, dove vogliono andare e quanto di nascosto devono spostarsi. In alcuni casi, se si tratta di genitori che decidono di portare con sé anche i figli, i prezzi possono salire di molto. Si arrivano a trovare anche manuali che arrivano a spiegare come si deve sparire, come The complete manual of disappearance.

I quartieri di Tokyo in cui sparire meglio

Esistono luoghi preferenziali in cui le persone decidono di sparire e ricominciare, anche senza uscire dalla capitale, per chi viene da Tokyo. Qui esiste un distretto chiamato San’ya, noto come il luogo in cui venivano relegati eta, hinin e i burakumin, categorie sociali storicamente discriminate perché legate a lavori considerati impuri come la concia della pelle o la macellazione degli animali. Si trova accanto a quartieri molto turistici e animati, per cui il contrasto è ancora più forte. Di recente è stato cambiato anche il nome del quartiere che ora si trova cercando Higashi-Asakusa o Nihonzutsumi. L’inizio del quartiere è segnato dal “Namidabashi” o ponte delle lacrime. Secoli fa era il luogo in cui i prigionieri potevano salutare per l’ultima volta i familiari prima di andare a Kozukappara, luogo d’esecuzione dei criminali.

Quando vengono spostati in questi luoghi, rintracciare le persone diventa ancora più difficile se si pensa a tutte le leggi sulla privacy che vigono in Giappone.  Se una persona non si registra nel Comune di residenza, il governo non può sapere dove si trova questa persona. Dall’altra parte, essendo alto il numero di persone che spariscono, ci sono anche numerose agenzie di investigatori privati per ritrovarle e farle riemergere. Un mercato che si muove in parallelo, insomma.

I dati che si contraddicono

Alcune statistiche nazionali non supportano tuttavia i dati che vengono riportati in questo libro e sembrano contraddittori. Nel 2015 l’Agenzia nazionale della Polizia giapponese ha registrato 82mila persone che sono state segnalate come scomparse, di cui però 80mila sono state ritrovate entro la fine dell’anno. Alcune di loro sono sparite dai controlli per una sola settimana. Circa 4mila sono stati ritrovati morti.

Secondo l’associazione non profit giapponese che aiuta la ricerca delle persone scomparse, i dati non riflettono la situazione reale e la stima dovrebbe essere rivista in rialzo, almeno ad alcune centinaia di persone, riporta il Time.

Nonostante l’incertezza sui numeri che rendono o meno queste sparizioni come un fenomeno in Giappone, ci sono persone che scelgono costantemente questa via. Il numero di suicidi in Giappone è sceso lo scorso anno ma il Paese continua a rimanere al sesto posto nella classifica mondiale di chi decide di togliersi la vita. La sparizione risulta un’alternativa alla morte o una rottura dal passato. Oltre a un ricco affare per le agenzie e le organizzazioni che li aiutano ad andarsene.

 

(Photo credits: unsplash.com/Amos Bar Zeev)

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Autore

Alessia Cerantola è una giornalista professionista freelance, co-fondatrice e reporter del centro di giornalismo d’inchiesta italiano IRPI (Investigative Reporting Project Italy) e del webnotiziario Radio Bullets. Le sue aree di maggiore interesse sono l’Estremo Oriente e le questioni relative alla libertà di stampa. Dal 2007 lavora per una serie di testate nazionali e internazionali.

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