Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Siamo entrati nell’epoca dell’ecosolidarietà

L'etica del possesso e la logica del profitto sono entrate in crisi, sostituite da nuovi valori sociali
Siamo entrati nell'epoca dell'ecosolidarietà
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Si chiama imprenditoria 3.0 e sta già segnando, hic et nunc, un nuovo paradigma antropologico, oltre che economico. La diffusione dei contenuti, la condivisione dei servizi e degli spazi pubblici è sinonimo di complicità e partecipazione. Sono queste le chiavi vincenti per il mondo del lavoro oggi e per un’economia che supera le barriere architettoniche degli apparati e abbatte i costi della burocrazia: il vero male della società odierna.

La sharing economy non è soltanto la nuova frontiera dell’economia tradizionale che guarda al suo superamento. Questo modello, fondato sul consumo cooperativo, sta cambiando gli stili di vita mondiali, incidendo sulla qualità della vita degli imprenditori e dei policy maker, sulla loro capacità di reinventarsi, di arricchirsi reciprocamente. Ma è davvero così? Questo nuovo modello di imprenditoria fondata sulla ITC (Information and Communication Technology) guarda davvero agli interessi della comunità o alle tasche degli stakeholders?

“La scommessa della sharing economy è la promozione di una diversa ridistribuzione della ricchezza, un’innovazione sociale ed economica ancor prima che tecnologica. In questo contesto la tutela dei consumatori deve essere evolutiva ed aperta al cambiamento. Significa soprattutto trasparenza delle piattaforme e definizione delle responsabilità nelle relazioni tra consumatori ed imprese e tra consumatori e consumatori”. Questa è l’idea di Luisa Crisigiovanni, presidente di Altro Consumo, secondo cui “locale” e “globale” possono incontrarsi a metà strada, per fondersi nella capacità di condividere esperienze e di metterle al servizio della collettività, nell’ottica di una produttività sostenibile.

La crisi internazionale, iniziata nel 2007, sembra finalmente estinguersi lasciando pero strascichi che si protrarranno per molti decenni. Secondo le stime degli economisti almeno fino al 2040. Quello che è stato per molti un “dramma collettivo” ha lasciato un segno distintivo che non andrebbe sottovalutato.
L’etica del possesso, che ha alimentato le politiche consumistiche degli ultimi quarant’anni, sta subendo una innegabile fase decadente. Al suo posto, si sta insinuando un rinnovato business fondato sulla abilità nel diffondere le proprie idee, di autofinanziarsi creando un circuito di self employment, basato appunto sull’autoimpiego.
Micro credito, startup, strategie SEO e SEM, competenze tecnologiche innovative, conoscenza dei dispostivi Open data, unite a una buona inventiva e all’entusiasmo di sperimentare le soglie del proprio talento, sono gli ingredienti giusti per intraprendere un percorso destinato ad aprire nuovi orizzonti.

Da un lato, la sharing economy sta alimentando una buona fetta del mercato cosmopolita, entusiasmando gli stakeholder intercontinentali, dall’altro sta facendo tremare le multinazionali che ancora investono nel colosso delle economie tradizionali, difficilmente sostenibili perché puntano soltanto alle logiche del profitto.
In Europa, la condivisione e il crowfunding, cioè la ricerca di persone che credono fermamente nel tuo progetto e sono disposte a finanziarlo, alimentano un circuito virtuoso che mette in relazione l’uomo con il contesto sociale e con la rete di legami che riesce ad intrecciare con la comunità.

C’è ormai un’inversione di tendenza. L’Uomo economico non è più l’individuo che guarda solo al proprio interesse, ma è colui che è interessato al progresso del gruppo sociale. Questi sono anche i risultati di una ricerca sociologica condotta dalla fondazione Unipolis, che si occupa delle dinamiche tra Cultura, Ricerca, Sicurezza e Solidarietà. Secondo questo studio, professionisti, imprenditori e cittadini si interfacciano attraverso l’uso delle tecnologie (peer to peer) e perseguono un unico obiettivo: la realizzazione di un progetto che è utile agli altri, prima che a se stessi. Nel mondo, ci sono alcuni esempi di successo che possono essere annoverati in questo nuovo modello di sviluppo.

Questo modello si può definire “ecosolidarietà”: Kb Solution è una rete di aziende che investe in Marketing e piattaforme digitali di eCommerce, Web Analytics e Intelligenze sociali, Kb Solution fa parte del gruppo PA (Partners Associates) che dal 1998 ad oggi ha realizzato oltre 44 milioni di euro di fatturato, con oltre 400 collaboratori in tutto il mondo. Presidia quattro mercati internazionali: Industria, Finanze, Pubblica Amministrazione e telecomunicazioni.
Insomma un business enorme ed intercontinentale che abbraccia investimenti in 15 paesi. Come questo ci sono tanti nuovi colossi dell’imprenditoria digitale che con l’intenzione di offrire servizi, agevolazioni nel trasporto, nei viaggi, nella ristorazione e nel turismo stanno realizzando il proprio sogno “fai da te” creando un business di miliardi di euro in tutto il mondo.

Ma allora nella sharing economy cosa c’è di diverso rispetto all’imprenditoria tradizionale? In realtà, cambierebbe ben poco. Come ha scritto il tecnologo Tom Slee nel libro What’s Yours is Mine, si creerebbe un sistema che con la sua flessibilità, paradossalmente, si irrigidisce ancor di più, chiudendosi a riccio verso l’assorbimento del precariato, anzi fomentando ancor di più la deregolamentazione del liberismo capitalistico.
Ci vogliono quindi delle regole certe che impediscano lo sfruttamento del capitale umano e delle sue risorse sempre più digitalizzate, alla mercé delle cupole di investitori. In Italia si sta cercando di porre un freno alla tirannia del libero scambio e in Parlamento si sta discutendo una proposta di legge che mira proprio a porre delle regole chiare che impediscano lo sfruttamento delle eccellenze e delle competenze, in nome di un ideale infranto di condivisione e incontro tra risorse.
Tuttavia il percorso che si dovrà intraprendere verso la costruzione di un autentico sistema valoriale, fondato sul principio della reale reciprocità e pubblica utilità nella messa in rete dei servizi, è ancora lungo e tortuoso, e coinvolge tutti gli attori mondiali.

[Credits photo: Relevant Interesting “precariato”, Flickr ]

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Autore
Giornalista pubblicista lucana. Dopo alcune esperienze sul territorio, ha allargato i propri orizzonti, affacciandosi nel 2012 al mondo del social journalism. Laureata magistrale in Scienze filosofiche e della comunicazione, dopo un corso di Alta Formazione in Graphic Design ed Editoria digitale, finanziato dal Fondo Sociale Europeo, ha iniziato ad acquisire sempre nuove competenze partecipando a diversi progetti nel Giornalismo 2.0. Co-fondatrice della Start-Up L’Indro, dove si occupa della redazione e diffusione di approfondimenti di attualità e politica nazionale in Italia. Collabora occasionalmente con progetti internazionali di giornalismo partecipativo come Blasting News Italia e Lettera43, con un’impronta verso argomenti di società e verso la comparazione con modelli di sviluppo in altri paesi dell’UE.
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  • Francesco Castelgrande

    E’ entrato in cirisi tutto. Ed in primis il capitalismo che con la globalizzazione non ha retto le follie dei mercati e delle borse oltre all’avanzare di mondi nuovi e nuove tecnolgie. Quello che non si ferma è lo sfruttamento del capitale umano e la firte disoccupazione che sale sempre più. Mai piu attuale di ora la lotta di classe.