Quindicinale, Numero 57 - 1 dicembre 2017

Spoiler – “(Dis)Ordini professionali” nel prossimo Senza Filtro

Quella fra ordine e disordine è una dicotomia ricorrente nel mondo del cinema. Anche quando il cinema racconta il lavoro
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Corrado è un funzionario del Ministero degli Interni, che si occupa di missioni internazionali legate al tema dell’immigrazione irregolare. È una persona precisa, estremamente attenta all’ordine. Anche a quello personale. Forse è proprio questa la ragione per cui Corrado riceve incarichi legati alla risoluzione di casi intricati, in cui regna il caos. Il nostro protagonista, infatti, viene scelto per un compito non facile: stilare degli accordi con la Libia che portino a una diminuzione progressiva degli sbarchi sulle coste italiane. Le trattative non sono facili: i contrasti sono forti e le forze in campo con cui trattare numerose. E c’è una regola precisa da rispettare: mai entrare in contatto diretto con uno dei migranti (L’ordine delle cose, A. Segre, 2017).

Cambiamo set. Gigi e Carletto sono due immigrati nella Milano degli anni Settanta e dividono una casa di ringhiera con un gruppo di persone: cameriere e operai emigrati dai propri luoghi d’origine. Nella comune meneghina regna un rigido ordine, in base al quale è il più furbo che comanda. E il colpo di scena è dietro l’angolo. Gino si darà alla malavita, Isotta al marciapiede. E Sante, dopo aver reso Mariuccia madre di sette figli, finirà in carcere, coinvolto in un attentato che non ha commesso (Tutto a posto e niente in ordine, L. Wertmuller, 1974).

«Una qualsiasi relazione tra due o più oggetti che possa essere espressa con una regola»: così Gottfried Leibniz definisce per la prima volta la sua nozione di ordine, la più generale fra le altre definizioni proposte. «Lo straordinario, dunque, è tale solo rispetto a qualche ordine particolare stabilito – sostiene il filosofo nel suo Discorso di metafisica (1686) – perché quanto all’ordine universale tutto è perfettamente armonico». Ed ecco, che l’ordine diventa la possibilità di esprimere con una regola, e quindi in modo generale e costante, una relazione qualsiasi che intercorre tra due o più soggetti.

Quella fra ordine e disordine, come recita il titolo di un famoso best-seller di Luciano De Crescenzo, è una dicotomia che ricorre di frequente nella Settima Arte, tant’è che lo stesso De Crescenzo affronta nel suo saggio questa dualità, con tanto di particolari. «Ci sono registi d’Ordine e di Disordine – scrive il saggista – film d’Ordine e di Disordine e perfino registi “disordinati” che hanno fatto film “ordinati”». Uno di questi è Federico Fellini e due fra i suoi principali capolavori, Prova d’orchestra (id., F. Fellini, 1979) – il racconto della preparazione di un concerto in una chiesa sconsacrata di Roma, dove fin dalle prime note ci si accorge che qualcosa non funziona –  e Amarcord (id., F. Fellini, 1973) – la rivisitazione della Rimini dei primi anni Trenta, con il fascismo trionfante, l’apparizione notturna del transatlantico Rex e il passaggio delle Mille Miglia – sono, invece, perfetti esempi di Apologia dell’Ordine.

Ma nel mondo del cinema ordine e disordine si esprimono anche per analogia. Per affinità, per similitudine e per appartenenza.

New York City, 1979. Il territorio della Grande Mela, diviso in quartieri, è sotto il pieno controllo delle gang giovanili. Ci sono le Lizzies, una gang composta da sole donne; ci sono i Baseball Furies, crudeli, violenti e armati di mazze da baseball e ci sono i Punks, gli Orphans, i Turnbull Ac’s e molti altri. I Warriors sono una gang poco nota, che controlla il territorio di Coney Island. Indossano gilet di pelle e uno stemma con i simboli appartenenti alla cultura dei nativi americani. Ma durante un raduno nel Bronx di tutte le bande di NYC, i Warriors vengono ingiustamente accusati dell’assassinio di Cyrus, leader dei Riffs, la gang più grande, la più importante e la meglio organizzata della Grande Mela. Comincia la caccia. E senza il loro capo, ucciso per ritorsione, gli otto Warriors, reduci e disarmati, dovranno attraversare la metropoli, braccati da altre quattro gang e dalla polizia che fa da arbitro (The Warriors, W. Hill, 1979). Ma ci sono anche le gang all’italiana. E nella Roma del post-crisi, le bande di guerrieri (come i Lavoratori in nero e i Cassintegrati anni Settanta) non si fanno la guerra per difendere il territorio ma per il posto migliore in fila all’INPS (In bici senza sella, F. Dafano, C. De Marchis, M. Giancaspro, C. Iezzi, G. Mangiasciutti, G. B. Origo, S. Tonnini, 2016). Perché nell’Italia degli Ordini professionali e dei liberi professionisti, dei contratti a tutele crescenti, del precariato e delle false Partite IVA una cosa che accomuna tutti c’è: se pedalare in bicicletta senza sella è più doloroso che pericoloso, arrivare al traguardo non è impossibile. Ma a che prezzo?

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Autore

Lucana, studi umanistici. Giornalista, si occupa anche di comunicazione, scrittura e cinema. Importanti collaborazioni con «L’Indipendente lucano», «Il Metapontino», «BluTv» e, in ambito cinematografico, con “Il Cinema Ritrovato” e “Biografilm Festival”. Membro della giuria durante la 50+1 edizione della “Mostra del Nuovo Cinema” di Pesaro. Si occupa anche dei rapporti con la stampa e collabora con la Casa di Produzione cinematografica Maxman Coop nella gestione di progetti culturali, legati a film ed eventi. Coltiva un interesse per le forme di multimedialità e transmedialità, ibridazione, remake e remix.

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