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Quindicinale, Numero 60 – 31 gennaio 2018

Spoiler – “In questo mondo di guru” nel prossimo Senza Filtro

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O Capitano! Mio capitano!” non è solo un verso di Walt Whitman, ma anche quell’ultimo attimo fuggente durante il quale gli allievi del collegio “Welton”salgono sui banchi, per dare l’addio all’indimenticato professor Keating, che ha insegnato loro a osservare la realtà da un punto di vista diverso (Dead Poets Society, Peter Weir, 1989). E Mo Cùishle (mio sangue) non è solo il nome d’arte gaelico che l’ex pugile Frankie Dunn attribuisce a una Maggie Fitzgerald in cerca di riscatto nella boxe, ma anche la testimonianza di un vero e proprio passaggio di consegne. Sportivo quanto spirituale (Milion Dollar Baby, Clint Eastwood, 2004).

Nel mondo del cinema — e della serialità — la figura del mentore è certamente tra le più approfondite, perché anche i personaggi del mondo di finzione, così come accade nel mondo reale, determinano e subiscono il complesso di possibilità che caratterizza l’esperienza umana.

Secondo lo sceneggiatore statunitense Christopher Vogler, famoso per la collaborazione con Disney, il mentore è uno dei sette archetipi, la guida che aiuta, allena e istruisce l’eroe. Perché, se l’eroe è l’io della storia, il mentore è il suo sé. Ed ecco che, quando Walter White smette i panni del professore di chimica e indossa quelli del produttore di meth si ribattezza Heisenberg, come l’avventuroso scenziato, Nobel per la Fisica nel 1932 per l’invenzione della meccanica quantistica (Breaking Bed). Mentre il fisico Stephen Hawkin è costante e indiscussa ispirazione per quattro giovani ricercatori di Pasadena (The Big Bang Theory). E, mentre a nord di Roma c’è l’esperta motivatrice di una giovane squadra di giovani telefoniste (Tutta la vita davanti, Paolo Virzì, 2008), nella Sicilia degli anni Quaranta c’è il proiezionista che insegna a un piccolo chierichetto la magia della Settima Arte (Nuovo Cinema Paradiso, Giuseppe Tornatore, 1988). A volte, poi, l’allievo supera persino il mentore-maestro. E così, nell’età d’oro di Hollywood l’ambiziosa segretaria Eve Harringhton riesce ad accaparrarsi la simpatia — e la protezione — della diva Margot Channing, per poi strapparne la parte e scalzarla dal trono (All About Eve, Joseph L. Manzkiewicz, 1950).

Anche gli autori del cinema, prima e dopo essere diventati Maestri, hanno avuto i loro mentori. E, quando François Truffaut, Jean-Luc Godard, Jacques Rivette ed Eric Rohmer erano soltanto les Jeunes Turcs, avevano trovato dei modelli di riferimento proprio nei registi del passato. La chiamavano Politique des auteurs.

Truffaut dedicherà ad Hitchock una lunga intervista, poi tradotta in un saggio (Le cinéma selon Alfred Hitchcock, Milano, Il Saggiatore, 2009-2016), prima ancora di essere omaggiato, a sua volta, “dall’allievo” Stephen Spielberg con un cammeo all’interno di uno dei lungometraggi più celebri della New Hollywood (Close Encounters of the Third Kind, Steven Spielberg, 1977). Mentre Questa è la mia vita di Godard (Vivre sa vie, Jean-Luc Godard, 1962) è un omaggio a Carl Theodor Dreyer (la sequenza in cui Nana assiste al cinema alla proiezione del film La passione di Giovanna d’Arco), ma soprattutto a Rossellini e al modello di film a episodi di Francesco Giullare di Dio (id., Roberto Rossellini, 1950). Si racconta, però, che il maestro non gradì l’omaggio. E, uscendo seccato dalla sala, riproverò Godard, tacciandolo di “antonionismo”.

In questo mondo di guru, in questo mondo di eroi. Tanto per parafrasare Venditti. Spesso, nel cinema il mentore è un ex-eroe, una persona saggia o un maestro. E, in senso più lato, è colui il quale fornisce all’eroe le giuste motivazioni e i corretti suggerimenti. Una sorta di moderno life-coach, tanto per intenderci. Basti pensare al Cavaliere Jedi Obi-Wan Kenobi, maestro dei due Padawan — e futuri Cavalieri Jedi — più significativi nella storia dell’Ordine: Anakin Skywalker (Star Wars: Episode I – The Phantom Menace, George Lucas, 1999) e suo figlio Luke (Star Wars: Episode IV – A New Hope, George Lucas, 1977); al Maestro Kesuke Miyagi (The Karate Kid, John G. Avildsen, 1984), che insegnerà al giovane Daniel non solo il karatè, ma anche tutta una filosofia di vita. E come Morpheus che, dopo avere somministrato a Thomas Anderson aka Neo la famigerata “pillola rossa”, gli insegnerà a testare le tecniche di combattimento simulato e lo condurrà all’Oracolo, per scoprire se si tratta o meno dell’Eletto (The Matrix, Larry and Andy Wachowsky, 1999). Lo stesso Morpheus che, nella famosa sequenza del Kung Fu, strizza l’occhio nientemeno che a Bruce Lee, a metà strada tra ispirazione, mito ed eroe.

Ma in fin dei conti, chi è un eroe? In quel di Tor Bella Monaca, «È un individuo dotato di grande talento e straordinario coraggio che sa scegliere il bene al posto del male, che sacrifica se stesso per salvare gli altri, ma soprattutto che agisce quando ha tutto da perdere e nulla da guadagnare» (Lo chiamavano Jeeg Robot, Gabriele Mainetti, 2015). Ed Enzo Ceccotti, incredibilmente sopravvissuto alla battaglia finale contro lo Zingaro, «Era davvero un supereroe, come ama oggi definirlo la gente?».

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Autore
Lucana, studi umanistici. Giornalista, si occupa anche di comunicazione, scrittura e cinema. Importanti collaborazioni con «L'Indipendente lucano», «Il Metapontino», «BluTv» e, in ambito cinematografico, con "Il Cinema Ritrovato" e "Biografilm Festival". Membro della giuria durante la 50+1 edizione della "Mostra del Nuovo Cinema" di Pesaro. Si occupa anche dei rapporti con la stampa e collabora con la Casa di Produzione cinematografica Maxman Coop nella gestione di progetti culturali, legati a film ed eventi. Coltiva un interesse per le forme di multimedialità e transmedialità, ibridazione, remake e remix.
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