Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Statuto dei Lavoratori autonomi, meglio tardi che mai

Tra storiche discrepanze coi lavoratori dipendenti e false partite Iva, gli autonomi continuano a reclamare parità
Statuto dei Lavoratori autonomi, meglio tardi che mai
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La condizione dei lavoratori indipendenti non è mai stata stabile, anzi è per sua natura vacillante. Eppure il popolo degli autonomi continua ad aumentare. Secondo i dati dell’Isfol e dell’Istat, riportati della ricerca ‘Vita da professionisti’, il 68,6% del campione dichiara di avere poche o nessuna possibilità di contrattazione nei confronti dei propri committenti (rispetto alle retribuzioni, i tempi di lavoro, la durata del contratto). Inoltre, il risultato dei sondaggi promossi dalla Consulta delle Professioni della CGIL e gestita dall’Associazione Bruno Trentin, attesta che quasi due professionisti su tre abbia dichiarato di avere abbastanza o molte difficoltà ad arrivare a fine mese. “Il problema non è di natura previdenziale, ma è lavorativa. Il nostro sistema previdenziale è solido e stabile, ma fin quando il lavoratore autonomo sarà contrattualizzato con modalità di lavoro che consentono al committente di risparmiare, questi non avrà mai quella condizione di continuità lavorativa che gli permetterà di avere una pensione adeguata ai contributi versati. Questo è un problema di un mercato del lavoro asfittico che ha delle forti tendenze allo sfruttamento” commenta Riccardo Pallotta, esperto in materia di Previdenza professionale e autore di decine di articoli pubblicati sulla testata on line “Quotidiano” edita da IPSOA. Tra le forme di abuso più eclatanti, vi è l’utilizzo di voucher adoperato nel comparto agroalimentare, per nascondere collaborazioni non occasionali.

Il racconto.

Daniela Fregosi, aveva 46 anni, quando le è stato diagnosticato un tumore al seno. Psicologa del lavoro e consulente nella formazione aziendale ha dovuto presto sperimentare su di sé quel training autogeno che insegna ai colleghi. Una lunga battaglia contro la malattia, ma anche contro la mancanza di protezione nei confronti di chi non ha un contratto, bensì una Partita Iva.

Afrodite K: Un blog per la tutela dei diritti.

Nel 2013 crea un blog dal titolo Afrodite K, in cui dà voce ai problemi dei lavoratori autonomi e lancia una petizione in cui confluiscono tutte le istanze sui problemi dei lavoratori autonomi. “E’ difficile che la gente esca allo scoperto perché ha paura dell’onda mediatica che potrebbe far desistere eventuali committenti dall’assegnare compiti e mansioni” rivela Daniela che oggi continua imperterrita a difendere i diritti dei lavoratori autonomi.

Bisogna superare i luoghi comuni. 

Nonostante lo stereotipo di chi ritiene che il libero professionista debba essere l’icona della perfezione e dell’efficienza (che non contempla la malattia), Daniela decide non solo di rendere pubblica la propria storia, ma di sfidare il potente Ercole. Così a partire da dicembre 2013 diserta il pagamento dei contributi all’Inps, quando, informandosi, si rende che i lavoratori autonomi hanno più doveri che diritti. Un’azione di disobbedienza che è stata sostenuta da Acta in Rete, l’associazione nazionale dei freelance che attivato un crowfunding per pagare le spese legali e gli interessi.

Il paradosso: “La vera battaglia non è contro la malattia”.

“La vera battaglia non è contro la malattia, ma contro l’impatto che questa ha sui problemi economici che derivano dalla difficoltà di riuscire a svolgere la propria attività” confida l’autrice del blog Afrodite che per anni si è sentita abbandonata dalle istituzioni. “Se i lavoratori dipendenti possono concentrarsi sulle cure sanitarie, il libero professionista autonomo deve affrontare l’azzeramento dei costi fissi e del fatturato, le spese del mutuo o del fitto sui locali, le rate per le attrezzature da lavoro e le bollette. Nei primi due mesi si hanno già dei debiti” conferma Fregosi.

Un sistema privo di tutele. 

Ci sono gravi carenze nell’attuale sistema assistenziale che il Jobs Act dei lavoratori autonomi deve assolutamente affrontare. “I subordinati possono chiedere fino a 180 giorni (nel pubblico si arriva a un anno e mezzo) come indennità di malattia; invece il limite massimo per i liberi professionisti, iscritti ad una Gestione Separata dell’Inps, nell’arco dell’anno solare, è di 61 giorni. “Queste sono pagate pochissimo. Nel mio caso 13 euro a giornata”. Ma, ammette Daniela, oltre al danno c’è la beffa di chi non può usufruire neppure di quei 61 giorni che l’ente previdenziale mette a disposizione. Infatti, se ne avvantaggiano soltanto coloro che hanno versato nell’anno solare precedente all’insorgere della malattia un minimo di contributi in base alla retribuzione percepita. Opzione improbabile per la maggior parte dei liberi professionisti che non hanno continuità lavorativa. Inoltre, il fatto di non aver potuto lavorare e versare i contributi durante il decorso del primo anno di malattia non consente ai lavoratori, in caso di complicazioni o recidive, di ottenere la conferma dell’indennità di malattia per il secondo anno consecutivo.

L’assegno ordinario di invalidità: “Uno strumento poco conosciuto”.

“L’assegno ordinario di invalidità vale per tutti i lavoratori, autonomi e dipendenti. Eppure è uno strumento che quasi nessuno conosce perché confuso con l’assegno di invalidità civile. Per chi ha una malattia cronica grave è quasi migliore dell’indennità di malattia, in quanto può essere corrisposto a chi ha una capacità lavorativa ridotta di due terzi” conclude l’ideatrice di Afrodite K.  L’assegno di invalidità civile può essere erogato in caso di menomazione fisica o psichica grave e non è legato all’anzianità contributiva ed assicurativa. Mentre l’assegno ordinario di invalidità è destinato a chi ha una condizione di temporanea infermità fisica o mentale. Prevede 5 anni di assicurazione, e almeno 3 anni di contributi versati nei cinque anni antecedenti la domanda.

Jobs Act per gli autonomi: Un primo passo verso la dignità.

La situazione potrebbe migliorare nel momento in cui entrerà in vigore il primo Statuto dei Lavoratori Autonomi, su cui il Governo sta discutendo in questi mesi. Il nuovo Jobs Act, infatti, dovrebbe migliorare le tutele per i liberi professionisti che lavorano in modo indipendente; dovrebbe agevolare anche la possibile detrazione di alcune spese e l’accesso ai fondi strutturali europei. Per esempio, interverrà per prevenire le condotte abusive da parte dei committenti, come i tempi di pagamento superiori ai 60 giorni. Un’altra piaga sono le finte partita Iva che, però, interessano ad oggi  soltanto il 10-15% dei liberi professionisti. Molto più frequente invece è l’escamotage di assumere lavoratori in qualità di autonomi dal punto di vista contrattuale e previdenziale, ma che svolgono a tutti gli effetti mansioni con tempi, luoghi ed orari di lavoro simili a quelli di un lavoratore subordinato.

Malattie, infortuni e congedi parentali.

Con il nuovo Statuto dovrebbero cambiare anche le condizioni di accesso alla maternità. L’Inps mette già a disposizione una indennità di maternità pari all’80% del reddito annuo per i due mesi prima del parto e per tre mesi che seguono il giorno del lieto evento. Inoltre, per le assenze dovute a gravidanza, malattia e infortuni gravi, a condizione che assicurino una prestazione continua, il rapporto contrattuale non sarà estinto, bensì sospeso per 150 giorni nel corso dell’anno solare, senza che venga maturato il corrispettivo. “È una norma che ancora risente di una ‘impostazione da lavoro dipendente’, non compatibile con una attività realmente autonoma e non è chiaro come potrà essere applicata” spiega Pietro Cotellessa, esperto in diritto del lavoro. “Il periodo contributivo però non si perde: il lavoratore, terminata la malattia, potrà pagare il debito previdenziale relativo al periodo di sospensione in rate mensili nell’arco di un periodo pari a tre volte quello di sospensione” chiarisce l’avvocato. In caso di malattia o infortunio grave il versamento dei contributi previdenziali e dei relativi premi assicurativi sarà sospeso fino a due anni.

“I lavoratori autonomi equiparati ai dipendenti privati”.

Per i primi tre anni di vita del bambino entrambi i genitori potranno ottenere un congedo fino a sei mesi. “Di fatto gli autonomi a partita IVA vengono equiparati ai dipendenti privati. Viene inoltre estesa al lavoro autonomo anche l’indennità di maternità, a prescindere dall’astensione effettiva dall’attività lavorativa: la liquidazione diventa erogabile di diritto alla lavoratrice con una semplice domanda all’Inps” commenta Cotellessa. Le ipotesi di rateizzazione, però, devono essere ancora vagliate e ben definite. Quindi è ancora tutto da decidere. Per quanto riguarda i congedi parentali invece “due genitori dipendenti possono cumulare sino ad un massimo di undici mesi; due iscritti alla Gestione Seperata fino ad un massimo di 6 mesi” aggiunge Anna Soru, presidente di Acta in Rete, l’Associazione nazionale che riunisce tutti i professionisti che operano al di fuori di Ordini ed Albi.

Lavoratori autonomi e difficoltà pensionistiche.

“La situazione è molto ingarbugliata. Gli autonomi aderiscono alle casse di previdenza private, che costano molto meno dell’INPS (tra il 10 e il 18% dell’imponibile)” sostiene la presidente di ACTA in rete. “Attualmente, nella Gestione separata dell’Inps si paga il 27% dei contributi per la pensione e lo 0,72% per altre prestazioni (maternità, malattie, infortuni e congedi parentali)” continua Soru. “Parallelamente, si potrebbe intervenire anche per aumentare la parte della contribuzione destinata a dare maggiori garanzie, soprattutto in caso di malattie o infortuni dallo 0,72% a una percentuale che molto probabilmente sarà dell’1%. Il Governo, inoltre, sta lavorando per eliminare l’ipotesi Fornero e per ridurre dal 27 al 25% la contribuzione per la pensione” conclude la presidente di ACTA in rete. Il  primo vero provvedimento legislativo per il lavoro autonomo è un traguardo davvero molto atteso. L’inizio di un percorso che dovrà restituire condizioni decorose e sopratutto equità.

(Photo credits: Patrick Tomasso /unsplash.com)

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Autore
Giornalista pubblicista lucana. Dopo alcune esperienze sul territorio, ha allargato i propri orizzonti, affacciandosi nel 2012 al mondo del social journalism. Laureata magistrale in Scienze filosofiche e della comunicazione, dopo un corso di Alta Formazione in Graphic Design ed Editoria digitale, finanziato dal Fondo Sociale Europeo, ha iniziato ad acquisire sempre nuove competenze partecipando a diversi progetti nel Giornalismo 2.0. Co-fondatrice della Start-Up L’Indro, dove si occupa della redazione e diffusione di approfondimenti di attualità e politica nazionale in Italia. Collabora occasionalmente con progetti internazionali di giornalismo partecipativo come Blasting News Italia e Lettera43, con un’impronta verso argomenti di società e verso la comparazione con modelli di sviluppo in altri paesi dell’UE.
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