Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

The Best job in the world, il Graal del terzo millennio

Immaginare il lavoro dei sogni può avere una sola, pericolosa, connotazione negativa: cercarlo. Guida ai link carreer dei brand più allettanti
The best job in the world. Il Graal del terzo millennio
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Chi non ha mai fantasticato “on a dream job”.
Chi, davanti al grigiore della propria scrivania, non ha mai divagato vedendosi come guardiano di un faro in Normandia. Il freddo, il maglione a collo alto, un libro sorseggiando una tazza fumante di tè indiano e intorno la natura.
Beh, svegliamoci, questi lavori non esistono e vogliamo provarlo con questa breve rassegna di annunci e scoop mediatici attorno a offerte di lavoro da sogno.

Anno 2009 – Best Jobs in the world

Ben Southall vince tra 34.684 domande da 200 nazioni. Sei mesi come guardiano della Grande Barriera Corallina. Sei mesi, stipendiati, in un posto da favola non sono il lavoro dei sogni, ma una parentesi, tra l’altro per un unico fortunato vincitore. “During his six months as Island Caretaker, Ben fielded more than 450 media interviews from around the world and posted more than 60 blogs to the campaign website, equating to over 75,000 words; 2,000 photos, 47 video diaries and more than 1,500 tweets”.

Non proprio sei mesi di vacant spensierata, insomma. “The campaign attracted over $510 million in global publicity for Queensland with over 8.6 million visitors to Ben’s website.”
Ecco il ROI dell’operazione. Di marketing.

Anno 2013 – Best Jobs in the world ritorna

Sei incredibili posti di lavoro, con un contratto di sei mesi e una paga di circa 80.000 euro.
“Tourism Australia has taken one of the most successful tourism campaigns in recent and made it bigger by involving most State Tourism Organisations. On offer will be six extraordinary jobs in six extraordinary areas. More than 330,000 people from 196 countries around the world expressed interest in the six dream job with more than 40,000 video entries being uploaded. The six winners officially announced on 21 June 2013”.

Anno 2016, ennesima operazione di marketing made in USA

La rete televisiva FOX13news il 19 gennaio lancia un servizio ad alto effetto mediatico. Il gioco preferito dei bambini di tutto il mondo potrebbe diventare l’occupazione dei sogni per un selezionato gruppo di fortunati. Il lavoro più ambito al mondo. “Merlin Entertainment, Legoland’s parent company, looks to hire an addition 20 model builders”. “This is definitely very much a dream job,” says Max Petrosky, a Legoland model builder. “When you’re a kid you play with Lego, you know? To actually make a living, actually working with Lego, it’s just really incredible.”Notizia subito ripresa e rilanciata dai media job oriented, a cui si sono accodati numerosi piccoli giornali e poi infiniti siti job search, per creare quelle aspettative nei lettori e aspiranti sognatori che sottendono ad una abile politica di marketing, Che fa il paio con la notizia che Lego è diventato il brand più forte del mercato globale. Non a caso.

Lavoro dei sogni offresi, anche la Lego cerca nuovi costruttori.
Sull’onda emotional di un annuncio di questo tipo si entra nel sito Lego e il sogno finisce, in milioni di click per l’azienda in questione e altrettanti dollari per l’agenzia pubblicitaria. Un’offerta di lavoro normalissima, non come il Best Job in the world australiano di anni fa. Assumono sì, ma devi avere il titolo, le referenze giuste e gli anni di pratica dimostrabili.
Un’assunzione normalissima, non le aspettative che il clamore mediatico poteva far sognare.

Tra gli skill necessari per candidarsi come Model Builder a titolo esemplificativo: “Build 2D and 3D LEGO models using brick paper, scaled down prototypes, CAD and LEGO brick builder – Working with animation department to ensure close coordination of the animation within the LEGO model – Understand the brief and budget so that the best models will be delivered”.

Saper usare il CAD, software per la realizzazione computerizzata di modelli 3d, non è materia per tutti i sognatori.

Non va meglio per chi sogna la vita in un faro, almeno in Italia. Quasi tutti automatizzati e sono vent’anni che non viene bandito un concorso pubblico. L’avvicendamento di personale è avvenuto per lo più all’interno dell’amministrazione della Difesa, e quelli abbandonati saranno concessi per bando di gara ai progetti più meritevoli. E da ultimo, dal punto di vista economico, non era la professione più remunerata del mondo. “Fino al 1994 l’assunzione del personale farista avveniva attraverso concorsi pubblici pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica. In seguito si è proceduto unicamente con concorsi interni all’Amministrazione attraverso la riqualificazione di personale civile della Difesa che inoltra apposita domanda per intraprendere la professione del “Guardiano del Faro”. Gli aspiranti coadiutori o operatori nautici devono superare un corso di abilitazione che viene svolto periodicamente, secondo necessità e numero di richieste pervenute, presso l’Ufficio Tecnico dei Fari di La Spezia”.

Cosa emerge dalla lettura degli annunci da sogno

Non esiste il lavoro da sogno ma solo un gruppo di brand, che evocano l’idea di un posto da sogno in cui lavorare, potrebbe essere Disney come Ducati o Ferrari. In parte perché già un marchio con una reputazione consolidata attira le nostre aspettative, e poi perché obbiettivamente queste aziende fanno di tutto per creare immagini di un lavoro da favola.

Il lavoro è lavoro, tutti assumono alle medesime condizioni, titolo, esperienza.
Vediamo alcuni esempi:
1. La Pepsi Cola assume
“Una volta identificata l’opportunità che vi interessa, vi invitiamo a compilare il vostro profilo online. Dopo la compilazione, un membro del nostro team interno di selezione esaminerà le vostre credenziali rispetto ai requisiti del ruolo per cui avete espresso interesse”.

2. La Coca Cola assume
“Related job requirements/qualifications 5+ years’ experience of senior executive PA – International FMCG or large corporate environment highly regarded – International coordination – Demonstrated ability to provide proactive quality administrative assistance”.

3. La Lucas film assume
“Required  job Skills: 12 to 15 years of development experience in the entertainment industry – BA/BS degree in a related field; Masters degree or equivalent experience is highly desirable – Relevant contacts within film and entertainment industries – Significant travel may be required”.

4. La Disney assume
“Basic job Qualifications – A minimum of 1 year of experience in an administrative support role – Demonstrated experience with Word, Excel, PowerPoint, Outlook and Internet Explorer – Must be able to multi task job in a fast pace environment. Preferred Qualifications A minimum of 1 year of experience in a support role in the entertainment industry or with an agency – Working knowledge of data entry in a file maker pro database. – Preferred Education Bachelors Degree with a Major or Minor in English”.

5. La Ferrari assume
“In order to succeed in this challenging engineering role, we are looking ideally for a graduate with First-class degree in engineering, and gained up to 5 years’ of operational experience in relevant engineering functions – You have good knowledge of CFD calculation (ideally Star-CD) and CAD-modelling software, as well as thorough MS Office skills”.

Chi non sogna di dire lavoro in Ferrari, lavoro alla Disney. Ma la realtà spesso ha poco a che vedere con il nostro immaginario, su quello che identifichiamo come il lavoro dei sogni.
Yahoo ha bruciato quattro miliardi di dollari nell’ultimo anno. Riduzione della forza lavoro del 15%. Tra gli uffici da chiudere c’è anche la sede di Milano. In cifre, si parla di 1700 licenziamenti.

Ma esiste il Best Jobs in the world, oppure è solo una nostra fantasia auto inflitta per colmare le nostre lacune più profonde?

L’opinione di Daniella Iannotta: esiste, quindi, il lavoro dei sogni?

Detto in breve no, non esiste un lavoro dei sogni – ci risponde la filosofa e docente di Etica della Comunicazione dell’Università di Roma TRE – ma attraverso la nostra azione, il nostro lavoro può trasformare la realtà nel sogno di un mondo migliore, dove ciascuno, nel fare bene il suo dovere, contribuisce a disegnare confini nuovi della società in cui viviamo insieme. È quello che Ricoeur chiamava l’orizzonte etico della vita in comune e che stigmatizzava in un breve ma incisivo aforisma: egli diceva che la prospettiva etica è la prospettiva di “una vita buona, con e per altri, all’interno di istituzioni giuste”.

Ora, a me sembra che se parliamo di un lavoro dei sogni, ciò significa tante cose. A mio avviso, innanzitutto, che non vogliamo uscire dalla nostra pigrizia se non per protestare contro le pretese “ingiustizie” della società che, di contro, ci chiede il nostro impegno. Impegno in cui si declina lo spettro delle nostre “capacità”: Ricoeur elenca capacità di parlare, capacità di agire, capacità di riconoscersi autori dell’azione, conseguentemente capacità di imputarsela riconoscendosene responsabili – in breve, capacità di essere nel mondo come agenti e sofferenti.

Ora, questa capacità è l’espressione migliore della nietzschiana “volontà di potenza”, che altro non è che la volontà di accettare l’esser-così della nostra vita – e questo giustifica che Nietzsche parli dell’eterno ritorno dell’uguale. Capisco che il discorso possa sembrare difficile, ma a ben vedere, questo è il senso profondo del nostro esistere accettando che il caso della nostra nascita si trasformi nel destino della nostra vita – e lo dico parafrasando ancora Ricoeur, che utilizza questa espressione a proposito della fede.

Se il “best job of the world” è solo uno schema mentale, perché ce lo creiamo ?

Se il lavoro dei sogni non esiste e se debbo accettare di fare qualcosa che non mi piace, allora posso trasformare questo caso nel mio destino (nello stesso modo in cui si dice a qualcuno che amiamo: “tu sei il destino della mia vita”). Allora, quello che faccio non sarà ciò che non mi piace bensì ciò che mi consente di portare il mio contributo al progresso della vita civile, poiché ciò che faccio non è soltanto per il mio godimento o per il mio benessere economico ma innanzitutto a vantaggio di altri, cui la mia opera è necessaria.

Ricordo il caso di un mio studente che mi disse di non essere dipendente da nessuno poiché era anarchico. Allora io gli posi la domanda: “stamattina lei ha fatto colazione?” Quello, allibito, mi disse di sì. E io incalzai: “allora lei si è svegliato presto questa mattina”. E lui, sempre più allibito, mi disse di no e che questo non c’entrava. Allora io replicai: “non è vero, poiché se lei è assolutamente libero, vuol dire che per fare colazione si è prima recato in campagna a coltivare, a raccogliere, a cucinare…”. E lui: “allora vuol dire che non sono libero”.
Ebbene, no, non vuol dire che non siamo liberi ma che la libertà è un concetto relazionale e la prima espressione di questo è proprio il lavoro. Anzi, se io posso lavorare, ciò è dovuto al lavoro di altri, che fanno cose per me.

Il fatto, però, è che ormai ci siamo abituati a parlare soltanto in termini di diritti e abbiamo dimenticato che quelli sono conseguenti ai nostri doveri. 
Mi è rimasta impressa una ragazza che, all’intervistatore che le chiedeva cosa fosse il lavoro, rispose: è il diritto ad avere una retribuzione per vivere. Già, ma la retribuzione per che cosa? Mi pare che ci troviamo nella situazione di quegli albanesi che, agli inizi delle migrazioni, venivano in Italia perché abbacinati dalla vita tratteggiata nelle soap opere.

Ecco, il nostro immaginario collettivo mi pare dominato oggi dall’effimero delineato dai sottoprodotti dell’immaginazione. In questo caso non possiamo parlare di immaginazione creatrice di mondi nuovi possibili da abitare per noi “con e per altri…” ma di inganno, senza però avere gli strumenti per decodificare.

 

Sognare il dream job è positivo, a condizione di non inseguirlo. A patto che non diventi un fuggire dai nostri “doveri” nei confronti degli altri intesi come “società” nella quale, volenti o nolenti, siamo coinvolti.

D’altra parte indurci a sognare è il mestiere del marketing.

 

[Credits immagine: Tim Eplinius]

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Autore
Pubblicista dal 2010, laurea in psicologia del lavoro alla Sapienza di Roma, laurea tiennale in scienza della PA e specialistica in Scienza delle Amministrazioni alla LUMSA di Roma , master biennale di secondo livello in ingegneria gestionale alla Terza Università Tor Vergata di Roma, diversi corsi di specializzazione. Si occupa di politica, collaborando con diversi amministratori municipali e regionali in qualità di collaboratore esterno. Ha partecipato all'elezione, nelle ultime municipali, di un Consigliere del Municipio XII in qualità di portavoce e addetto stampa. Ha contestualmente collaborato nella segreteria elettorale di un candidato al Consiglio Regionale del Lazio. Attualmente firma articoli sulla rivista Liberart, cultura e spettacolo, e Previdenza Agricola, specifici sulla normativa di settore. Ha alle spalle anche collaborazioni giornalistiche su cronaca, politiche del lavoro e pensionistiche per diverse testate locali e nazionali.
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  • Molto interessante! Per coloro che si affacciano al mondo del lavoro in questo periodo di precarietà, il sogno rappresenta una “reale” speranza di costruzione del proprio futuro. Pensiamo anche ai molti che, in assenza di possibilità di assunzione, si cimentano in progetti imprenditoriali faticosissimi, pur di poter pensarsi “liberi” di crescere. L’antropo-poiesi è messa a dura prova oggi. Per molti resta il sogno e la speranza di ritagliarsi un posticino di utilità.