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Quindicinale, Numero 59 – 17 gennaio 2018

Marco Travaglio, intervista esclusiva: “Gli imprenditori? Non vittime, ma soggetti attivi della corruzione”

Secondo il direttore del “Fatto Quotidiano” il nostro è un sistema in cui il lavoro è ancora all’anno zero
Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano
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Sono passati 25 anni da quel 14 febbraio del 1992. Era un’epoca in cui lo strapotere della politica sembrava incontenibile; i principali gruppi industriali italiani erano disposti a pagare tangenti a tutti i partiti in cambio di appalti e la corruzione era senza argini. Con l’arresto di Mario Chiesa la magistratura milanese diede vita a Mani Pulite, la più lunga inchiesta giudiziaria del dopoguerra. I giornalisti coniarono un nome che passerà alla storia: Tangentopoli. Il regno dell’illegalità.

Che cosa è cambiato da allora? Qual è il filo rosso che ha resuscitato la corruzione come l’araba fenice? Lo abbiamo chiesto a Marco Travaglio, direttore del “Fatto Quotidiano, da sempre in trincea contro l’illegalità.

Che sembianze ha oggi l’illegalità?

A mio parere, per capire qual è il vero volto dell’illegalità oggi basta risentire e riflettere su quell’intercettazione telefonica nella quale Massimo Carminati, principale imputato dell’inchiesta Mafia Capitale, spiega che cos’è il “mondo di mezzo”.

L’indicazione di Travaglio è giusta. Rileggendo il testo di quella telefonata si capiscono molte cose su come sono cambiati i percorsi e i protagonisti dell’illegalità. Ecco alcuni stralci dell’intercettazione: “Ci sono i vivi sopra e i morti sotto e noi in mezzo. C’è un mondo in cui tutti si incontrano, il mondo di mezzo è quello dove è anche possibile che io mi trovi a cena con un politico…”. Così Massimo Carminati in una conversazione con il suo braccio destro Brugia. “Carminati ha creato sinergie illecite con mondi diversissimi tra loro”, spiegò a suo tempo il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone nel corso di una conferenza stampa. “La teoria del mondo di mezzo è un mondo in cui tutti si incontrano indipendentemente dal proprio ceto. Un mondo in cui tutto si mischia. Carminati parla con il mondo di sopra (ossia la politica e gli imprenditori) e con quello di sotto, ossia quello criminale. È al servizio del primo avvalendosi del secondo, soprattutto per il suo vantaggio”.

Dunque una nuova figura di faccendiere, anello di congiunzione tra la politica e la criminalità organizzata? È a questo che pensi quando parli del vero volto dell’illegalità?

Direi di sì. Se ci pensi nell’inchiesta Mafia Capitale sono seduti allo stesso tavolo Massimo Carminati, ex dei Nar ed esponente della banda della Magliana, e imprenditori e politici di sinistra. Una simile commistione non si era mai vista prima. Neppure a Mani Pulite. L’illegalità che scorreva nelle fondamenta di Tangentopoli era legata al finanziamento occulto dei partiti. Attorno al finanziamento ai partiti si innestò un vero e proprio sistema fondato sugli appalti in cambio di danaro ai politici. Non a caso i reati contestati erano la corruzione e la concussione.

Questo è un punto importante, perché già allora gli imprenditori tentavano di passare per vittime di un sistema corrotto. In realtà le inchieste dimostrarono che i principali gruppi industriali, tra cui il gruppo Fiat e il gruppo Pesenti, si erano spartiti il mercato delle tangenti ai politici in cambio di appalti. Una specie di oligopolio tra imprese e partiti.

Lo ricordo bene, il tentativo dei gruppi industriali incriminati di passare per vittime. Ma non era così: non a caso Antonio Di Pietro introdusse la concussione ambientale. Gli imprenditori non erano vittime, ma soggetti attivi della corruzione. E il risultato drammatico è sotto gli occhi di tutti: le opere pubbliche concepite in quegli anni furono pagate dai cittadini italiani almeno il 40 per cento in più del loro costo reale a causa della bolla speculativa delle tangenti. Oggi molte cose sono cambiate, la corruzione è più occasionale e molto più capillare. È spesso affidata, come dimostrano Mafia Capitale e l’inchiesta sull’Expo, all’iniziativa privata dei singoli. La catena di corruzione è molto più lunga. Il legislatore ha tentato di introdurre il reato di traffico di influenze o di controllare la corruzione tra privati, ma i risultati sono scarsi, le pene irrilevanti. È singolare il fatto che nell’inchiesta sull’Expo siano ricomparsi gli stessi personaggi già condannati nell’inchiesta Mani Pulite. D’altronde a mio parere negli ultimi anni la magistratura in molti casi ha abbassato la guardia. Accusati di rovinare l’economia come nel caso Ilva, spesso i magistrati hanno chiuso un occhio. Mentre nell’inchiesta Mani Pulite la magistratura era compatta e determinata a fare pulizia, malgrado i poteri forti e le pressioni politiche, oggi le cose sono un po’ cambiate. Anche i magistrati sentono il peso del potere. I casi in cui un magistrato non teme le pressioni dei poteri sono sempre più sporadici.

La sensazione diffusa tra la gente comune, come tu ben sai, è che la corruzione sia un male inestinguibile. C’è chi dice che la celebre frase di Andreotti, “il potere logora chi non ce l’ha”, dovrebbe essere trasformata in “il potere logora chi ce l’ha”. Tu che cosa ne pensi?

Penso che fino a quando prevarrà la cultura del far soldi senza lavorare, tanto cara all’era di Berlusconi, la corruzione non si fermerà. Ma penso anche che sia possibile arginarla. Se facciamo una riflessione sul nostro Paese ci rendiamo conto purtroppo che da noi la corruzione e l’illegalità sono la regola. Il nostro è un sistema fondato sulla corruzione, mentre negli altri Paesi è un’eccezione. Questo spiega, ad esempio, perché in Italia una qualsiasi opera pubblica costi di più che in altri Paesi europei. Nei costi di produzione c’è una variabile: il moltiplicatore della corruzione.

L’illegalità e la corruzione, stando alle inchieste giudiziarie degli ultimi anni, vanno molto spesso a braccetto con la politica. Sembra quasi che non sia possibile governare senza la corruzione, senza il mondo di mezzo di Massimo Carminati. L’esperienza del governo di Roma lo dimostra: i 5 Stelle fanno fatica a marcare la loro diversità.

Io farei una distinzione: è vero, i 5 Stelle hanno dato prova in più occasioni di dilettantismo; però non rubano, e questo è un grande valore. Per ogni incarico o appalto pubblico c’è un bando di concorso da rispettare e questa scelta è un grande argine alla corruzione. D’altronde, non essendo un partito organizzato, i 5 Stelle hanno meno esigenze finanziarie degli altri. Non hanno una struttura da mantenere.

E del caso PD che cosa ne pensi? A me ha fatto una certa impressione constatare che un partito di sinistra, sia pure moderata, fosse così invischiato in fenomeni di corruzione o commistione con poteri illegali. Penso al caso di Mafia Capitale, dove il PD faceva affari con personaggi come Carminati e le coop non si distinguevano da altre imprese in affari con i faccendieri.

Io penso che il PD sia un caso molto particolare. Prima era un partito di massa che rappresentava milioni di persone, ma a un certo punto ha pensato di poter creare un potere economico alternativo a Berlusconi. La fine di Massimo D’Alema sta nei suoi rapporti con il costruttore Ricucci, con i furbetti del quartierino e con i cosiddetti “capitani coraggiosi” alla Colaninno. Penso, come avrai capito, al caso Telecom e al fallimento di quel progetto. Il partito di Matteo Renzi è un’altra cosa; è molto peggio. Siamo di fronte a una cricca di familiari che è riuscita a impadronirsi del partito ed è riuscita a influenzare le istituzioni grazie a un uso familistico del potere. Matteo Renzi è finito nei guai per suo padre, Elena Boschi finisce nei guai per suo padre e così via. Quello non è più un partito: è una cricca di potere.

L’ultimo capitolo della nostra conversazione riguarda il mercato del lavoro. Come tu sai Senza Filtro cerca di guardare al lavoro da diverse angolazioni, e anche qui purtroppo l’illegalità l’ha fatta da padrone negli anni passati. A che punto siamo a tuo parere?

All’anno zero. Le politiche dei voucher, la deregulation fiscale, incentivano il lavoro nero. Non dobbiamo dimenticare che l’evasione contributiva in Italia vale circa 200 miliardi l’anno. E dunque mi fanno ridere quelli che contestano, ad esempio, il reddito di cittadinanza sostenendo che non ci sarebbero coperture; basterebbe arginare l’evasione contributiva del 10 per cento per finanziarlo. E poi: ci siamo dimenticati che nel giro di pochi mesi hanno trovato 60 miliardi per le banche, responsabili di perdite ingenti a danno dei risparmiatori? Allo stesso modo potrebbero trovare 18 miliardi per arginare la disoccupazione con un reddito per le fasce più povere. Ma, come è noto, i poverissimi non votano. È per quello che Matteo Renzi ha proposto gli 80 euro.

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Autore
Bruno Perini è nato a Milano il 21 novembre del 1950. E’ diventato professionista nel 1987. Giornalista economico finanziario e politico giudiziario, ha lavorato per circa trent’anni al quotidiano il manifesto. Per due anni ha lavorato al settimanale della Rcs Il Mondo. Ha collaborato con Prima Comunicazione, con il Sole 24 ore, con Radio 24 come conduttore della rassegna stampa, con il Corriere della Sera, con l’agenzia Asca.‏
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