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Quindicinale, Numero 65 – 13 giugno 2018

Tutti i limiti della coscienza

Il concetto di coscienza, sul quale si basano innumerevoli convenzioni umane, è fuorviante. E non dipende solo dal cervello
limiti nel labirinto della coscienza
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Essere coscienti significa avere consapevolezza di eventi o fenomeni che accadono fuori e dentro di noi: così possiamo provare, capire ed essere consapevoli del dolore per una malattia o per un trauma; oppure possiamo entrare in contatto con la realtà attraverso i sensi – non necessariamente i cinque canonici.

I vari concetti di “coscienza”

Secondo Daniel Siegel, che promuove il concetto di consapevolezza mindful, esisterebbero altri tre sensi: il corpo (sesto senso), la mente (settimo senso), le relazioni (ottavo senso). Anche Antonio Damasio ritiene che la coscienza non sia concentrata nel cervello, ma distribuita in tutto il corpo attraverso una serie di “marcatori somatici”, che lavorano a stretto contatto con le emozioni e generano i nostri stati soggettivi.

Altra questione è quella relativa a quanta coscienza abbiamo. O meglio: di quanti eventi interni o esterni siamo consapevoli rispetto a quelli che accadono nel mondo fisico, e di come valutare questo aspetto. Ad esempio: come potremmo sapere se una persona paralizzata, impossibilitata persino a muovere gli occhi, sia cosciente nei termini anzidetti? Fino a poco tempo fa avremmo potuto azzardare solo ipotesi o utilizzare delle tecniche per verificare se ci fosse attività elettrica nel cervello: qualcosa di piuttosto approssimativo, e comunque non comunicabile direttamente.

Recentemente però al Wyss Center for Bio and Neuroengineering è stata messa a punto un’interfaccia che consente di comunicare con persone completamente paralizzate: una macchina che in qualche modo è in grado di leggere il pensiero, e che riesce a trasformare impulsi elettrochimici in messaggi e comprendere così se il paziente stia fornendo una risposta negativa o positiva a un determinato quesito.

Un tratto esclusivo dell’uomo

Oltre che quantitativo, il problema è anche qualitativo.

Come emerge dagli studi condotti dai ricercatori dell’Università di Padova e da Giorgio Vallortigara dell’Università di Trento, anche i pulcini sanno “contare”, mentre gli scimpanzé sanno giocare a sasso-carta-forbice come i bambini di quattro anni. Dunque una certa capacità di calcolo o progettazione è comune non solo agli animali cui siamo più vicini filogeneticamente.

È ovvio che non si tratti solo di una questione quantitativa. Sembra infatti che solo l’essere umano sia dotato di autocoscienza e autoconsapevolezza, e più in generale possa pensare come pensa: come questo accada, però, è ancora oggi un mistero. Il problema ci appassiona da sempre: dai filosofi greci a quelli moderni, passando per letterati e psicologi, gli studi e le riflessioni sono innumerevoli. Spesso sono mirabili speculazioni intellettuali, assai sofisticate e argomentate con eleganza.

Di recente la questione è stata affrontata anche dai neuroscienziati, che muovono dallo studio della biologia cerebrale: nonostante gli enormi progressi, legati anche allo sviluppo di complesse tecnologie (risonanza magnetica funzionale, o fMRI, tomografia a emissione di positroni, o PET, stimolazione magnetica transcranica, o TMS), resta ancora da spiegare come dallo scambio elettro-chimico che avviene tra miliardi di neuroni possa emergere la coscienza.

La coscienza, una questione inattuale

Addirittura c’è chi si chiede se il concetto stesso di coscienza sia oggi ancora attuale: sembra infatti che non ci siano prove di una “regia centrale” che tenga sotto controllo ogni evento e ogni stimolo, producendo un comportamento deliberato. Al contrario, emergerebbe una concorrenza tra “molteplici agenzie cognitive più o meno autonome”: quello di cui siamo consapevoli sarebbe dunque solo la punta di un iceberg in cui opera l’“inconscio computazionale”.

A questo punto occorre fare un bel respiro e impedire al cervello di saltare a conclusioni preoccupanti: nessuno sta promuovendo lo statuto di un essere umano irresponsabile o negando il libero arbitrio tout court. Certo è che quel concetto avrebbe bisogno di una bella revisione.

Un proverbio cinese recita “i due terzi di quello che vediamo è dietro i nostri occhi”. Beau Lotto, invece, ci fa notare che “solo il 10% delle connessioni neurali riguarda la visione; il restante 90% è per lo più costituito da una sofisticatissima rete interna che lavora per dare un senso all’informazione proveniente dall’esterno. Per ogni connessione che dagli occhi va (via talamo) verso la corteccia visiva, ce ne sono altre 10 provenienti da altre regioni corticali; per ogni connessione che dagli occhi arriva alla corteccia visiva, ce ne sono 10 che vanno in senso contrario”. Altro che due terzi: “dietro i nostri occhi” ci sono almeno nove decimi di quello che vediamo. È scienza, non fantascienza.

Consapevolezza dei limiti

Di cosa dovremmo dirci coscienti, allora?

Principalmente della limitazione della nostra coscienza. E del fatto che il nostro cervello, abituato dall’evoluzione a dare un senso a stimoli che di per sé ne sono privi, è bravissimo a replicare schemi che nel passato hanno dimostrato di funzionare, mentre ha grossi limiti a dare un senso a stimoli nuovi. Se pensiamo a quanti ne abbiamo ricevuti in appena 50 anni e di quanti ne riceviamo dall’incessante sviluppo tecnologico, c’è di che restare basiti. Non a caso il genetista Edoardo Boncinelli parla dell’uomo come uno “scimmione intelligente”.

Rimane poi un’ultima, spinosa considerazione: se non esiste alcun “omuncolo” nel cervello che prende deliberatamente decisioni dopo avere analizzato tutte le necessarie informazioni, come dovremmo affrontare il problema della responsabilità giuridica?

Aprire un discorso sul libero arbitrio in questo articolo non avrebbe senso. Per chi scrive e per chi legge, quindi, è utile tralasciare il concetto di volontà per riflettere su quello di colpa: dalla mamma che dimentica il bambino nell’auto sotto il sole ai chirurghi che provano a intubare una paziente per oltre 20 minuti, provocandone indirettamente la morte, passando per il pilota che fa precipitare l’aereo consumando la scorta di carburante senza rendersi conto del tempo che passa.

Ci sarebbe di che interrogarsi su quanto sia civile un concetto di responsabilità che prescinde dalla consapevolezza. Infatti viene chiamata responsabilità oggettiva, e c’è chi la considera il massimo dell’ingiustizia. O lo scotto da pagare per un sistema che non può non trovare un responsabile.

 

Photo by Ashley Batz on Unsplash

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Autore
Avvocato di professione, mediatore e docente presso l'Ente di formazione per mediatori dell'Università di Camerino per passione. Studiando comunicazione e negoziazione, ha imparato che il diritto non è l'unico - né il migliore - sistema per risolvere i conflitti interpersonali. Da circa 15 anni collabora con ADR Center, come formatore e divulgatore nell'ambito del conflict management in favore di aziende private, ordini professionali e CCIAA.
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