Quindicinale n.52, 12 luglio 2017

Tutto il caos dell’Italia in ferie

Reportage: dal pubblico al privato, dalla Sanità ai Comuni, passando per le piccole aziende. Viaggio nel mondo del lavoro quando arriva l’estate
Tutto il caos dell'Italia in ferie
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“Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”. Questo recita l’articolo 36 della Costituzione italiana. La legge impone un minimo di 4 settimane di ferie nell’arco dell’anno solare, irrinunciabili e non monetizzabili. Possono essere pagate generalmente quando non si lavora più per una data azienda. Due settimane devono essere fruite nell’arco dell’anno in cui sono maturate, mentre le altre devono essere godute entro i 18 mesi successivi.  Tuttavia, le ferie non si perdono: il lavoratore può decidere di farsele pagare a fine rapporto o di usufruirne in un periodo successivo, dietro accordi aziendali. “Alcuni lavoratori continuano a lavorare, vuoi perché starebbero comunque a casa vuoi perché si pongono il problema di chi potrebbe fare il loro lavoro – spiega l’avvocato Luca Failla, uno dei Soci Fondatori di LABLAW Studio Legale, specializzato nell’assistenza alle aziende sia italiane che straniere in tutte le tematiche di diritto del lavoro. “Quindi le ferie posso accumularsi di anno in anno. Alcune aziende possono mettere loro stesse in ferie i dipendenti (si dice in ‘ferie forzate’) ma possono farlo solo le aziende che non hanno un ciclo continuo e che quindi possono interrompere. Nessuno cancella le ferie, anche perché si entrerebbe in un probabile contenzioso”.

La regolazione delle ferie e del riposo sono regolati dai vari Contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL), sia nel settore pubblico che in quello privato (Elaborazione dati estratti dai CCNL e dalle raccolte sistematiche contratti presenti in modo gratuito sul sito di Aranagenzia datate gennaio 2017). I vari CCNL predispongono la durata delle ferie suddividendola chi in ore, chi in giorni, chi in settimane, dando al lavoratore l’onere del calcolo. Inoltre, ci sono variazioni a seconda del periodo di anzianità, della distribuzione settimanale dell’orario di lavoro o dei turni. Tuttavia, in media le varie categorie nel settore privato hanno diritto alle 4 settimane canoniche o poco più. Nel settore pubblico (Ministeri, Scuole, Università, Sanità, Comuni, Città metropolitane, Segretari comunali) i giorni aumentano: 32 giorni lavorativi di ferie su un periodo di distribuzione di orario su 6 giorni settimanali (30 giorni con meno di tre anni di anzianità di servizio) oppure 28 giorni lavorativi di ferie se l’orario di lavoro è distribuito su 5 giorni (26 giorni lavorativi con meno di 3 anni di anzianità di servizio).

La discussione sulla lunghezza delle ferie dei dipendenti pubblici rispetto ai privati arriva puntualmente ogni anno. Ma cosa succede realmente quando si parla di ferie al mondo del lavoro? Tra pubblici e privati, le difficoltà per poter permettere ai lavoratori di godere le ferie sono tante e a essere penalizzate sono le aziende medio piccole e nel privato, le realtà più piccole o comunque quelle dove la carenza di figure specialistiche (per esempio nel settore sanitario) è più evidente: “Molte aziende lavorano sotto organico – spiega l’avvocato Luca Failla – Di conseguenza, quando i dipendenti sono in ferie, le sostituiscono con le agenzie per il lavoro. Ma non è facile – soprattutto in ambito sanitario – trovare degli specialisti”.

Sanità nel caos: estate tra turni record dei medici e tagli di posti letto

Negli ospedali c’è poco personale e spesso i medici fanno turni da record, soprattutto durante l’estate. Il problema della carenza di organico nella Sanità (anche per quanto riguarda medici specialisti e tecnici sanitari) è una questione che durante il momento delle vacanze raggiunge il suo apice: da una parte bisogna garantire il regolare servizio agli utenti, dall’altra il periodo ferie nelle strutture ospedaliere lascia emergere ancora di più la problematica relativa alla mancanza di dotazione organica, acuita dai vincoli imposti dalla legge finanziaria del 2009.

Le conseguenze spaziano tra il taglio dei posti letto e il superlavoro cui sono sottoposti i medici, che spesso lavorano più ore rispetto al dovuto, arrivando anche a saltare turni di riposo e giorni di ferie. “La situazione degli organici è in caduta libera dal 2009 – commenta Carlo Palermo, vice segretario nazionale Anaao Assomed (Associazione medici dirigenti) – Il sistema sanitario nazionale è sotto finanziato. Basta confrontarlo con quello degli altri Paesi per notarlo. La conseguenza è la drastica riduzione delle dotazioni organiche: siamo ormai, dal 2009 a oggi, a circa 45.000 in meno fra medici e infermieri e circa 10.000 medici in meno.  Questo comporta che si tengono aperti i servizi grazie al sacrificio delle persone. Le ferie sono un diritto alle quali non si può rinunciare. Per mandare qualcuno in ferie però vengono chiusi i reparti e ci si scontra con la gestione dei ricoveri; al Pronto soccorso non trovano posti dove collocare i pazienti. D’estate c’è una contrazione ulteriore di posti letto. Inoltre, il definanziamento determina una difficoltà di accesso alle cure per tutti i cittadini. Se c’è una riduzione della dotazione organica, diventa difficile anche garantire il riposo. C’è intanto un importante effetto quotidiano: succede che si lavora per più di 13 ore al giorno, accumulando un super lavoro importante; c’è una grave conseguenza anche sul riposo settimanale, che dovrebbe essere di 24 ore: non sempre è possibile garantirlo. Infine, vi è un problema sulle ferie annuali, che non vengono erogate e sono rimandate a chissà quando. Le condizioni da super lavoro derivano dalla riduzione della dotazione organica e dal mantenimento delle strutture aperte, che la politica non si assume la responsabilità di chiudere se non organizzate con personale adeguato. Ci vuole un investimento in sanità che non può essere visto come una sorta di spreco”.

Morì per il troppo lavoro: una sentenza lo ha riconosciuto

Sta facendo discutere in tal senso la sentenza della Suprema Corte di Cassazione (Sezione Lavoro) dell’8 giugno 2017, che riconosce il nesso tra le condizioni di super lavoro eccedenti in modo continuativo i limiti contrattuali e l’insorgere di una cardiopatia ischemica che ha portato un tecnico di radiologia alla morte per infarto. Il decesso è avvenuto nel 1998, la sentenza della Cassazione è arrivata solo ora ma segna un importante passaggio, poiché riconosce la responsabilità aziendale in merito all’organizzazione e all’entità dei servizi erogati agli utenti. Il tecnico – secondo quanto riportato nella sentenza (pubblicata da Altalex) – avrebbe dato disponibilità continua senza mai lamentarsi e l’azienda avrebbe permesso che facesse lavoro in più, troppo lavoro, per far fronte alla carenza di dipendenti con la qualifica di tecnico di radiologia e garantire il servizio agli utenti.

La situazione rispetto agli anni Novanta è migliorata: il contratto collettivo della dirigenza medica prevede un orario di lavoro pari a 38 ore settimanali mentre la normativa dell’Unione Europea prevede un limite massimo di 48 ore durante la settimana (compreso lo straordinario), un limite massimo di 13 ore di lavoro giornaliero e un limite minimo di 11 ore continuative di riposo nell’arco di 24 ore. Tuttavia, il lavoro del medico garantisce il diritto costituzionale della salute del cittadino e dunque di fatto le ore extra dei dottori interessano un po’ tutte le Regioni, facendo finire gli ospedali agli onori della cronaca.

A Pisa accumulati anni di ferie e di lavoro in più

Caso emblematico è quello dell’Azienda Ospedaliero universitaria pisana. Qui alcuni medici avrebbero oltre 100 anni di ferie da consumare, accumulati dagli anni Novanta e che l’ospedale specifica appartenere a un “vecchio stock”, difficile da smaltire. La causa è sempre la stessa: i medici lavorano ore in più rispetto a quelle dovute. Di conseguenza, parte di essi recupera le ore di eccesso utilizzandole per andare in ferie e accumulando così le ferie vere e proprie. A spiegare la situazione è il cardiochirurgo e segretario aziendale Gerardo Anastasio: “Nel mio ospedale ci sono soprattutto i medici che sono entrati negli anni Ottanta / Novanta che non riuscivano mai nel corso dell’anno solare a fare le ferie, perché noi medici (soprattutto in alcuni reparti) di solito facciamo molte ore in più rispetto al dovuto. Se vengono autorizzate dal responsabile e quindi ritenute necessarie, a fine anno queste ore o sono pagate a straordinario – cosa che non è avvenuta – o sono messe a recupero. In questo caso andrebbero smaltite entro un anno; quindi, per non perderle, le utilizziamo come ferie. Nel 2016 i dirigenti medici SSN hanno fatto in totale 76.714 ore in più. Le ore di lavoro dovute da contratto sono 38 alla settimana, quindi in un anno sono lavorate 2.018 settimane in più, che in rapporto alle settimane che compongono un anno fanno 38,8 anni. Il che vuol dire che i circa 800 medici ospedalieri complessivamente hanno lavorano in più nel 2016 quasi 40 anni e ciascuno di loro ha regalato nel 2016 un mese di lavoro in più all’azienda.

È vero che non possono assumere a causa dei vincoli della finanziaria (si possono assumere colleghi più giovani, precari, che fanno il nostro lavoro ma pagati meno) ma la situazione non è sostenibile. È ovvio poi che c’è una coscienza: un medico non sta lì a guardare i minuti. Senza contare che prevale il diritto alla salute costituzionalmente garantito: se io mi rifiutassi di eseguire una prestazione per motivi di riposo, sarei penalmente perseguibile. Il punto è che non c’è personale a sufficienza per coprire tutti i servizi e quindi per molti di noi diventa difficile recuperare le ore in eccesso”. L’azienda ospedaliera sottolinea che le ferie arretrate del personale medico si riferiscono a un “vecchio stock risalente ad anni addietro (che equivale mediamente a 60 giorni di ferie arretrate pro-capite). Da anni il personale medico riesce a smaltire quasi per il 90% le nuove ferie, quasi per intero (il cumulo delle nuove maturate ammonta, infatti, al massimo, a 3-4 giorni l’anno per singolo medico – dato medio)”. Intanto, per consentire al personale di usufruire del diritto alle ferie, anche all’Azienda Ospedaliero Universitaria di Pisa è scattato il piano di rimodulazione dei posti letto di alcune realtà operative fino a settembre, lasciando invariate le attività d’urgenza (e quelle di settori come le terapie intensive, i trapianti, il centro ustioni, le traumatologie, le cardiologie e cardiochirurgie, le neurochirurgie) e riducendo le attività omogenee e programmate. Su 1.019 posti letto ordinari, ad agosto saranno chiusi 323 letti.

Emergenza medici in Puglia

Il problema della mancanza di personale e del fatto di essere in arretrato con la fruizione delle ferie riguarda anche in questo caso molte realtà ma in regioni come la Puglia è particolarmente evidente, in ragione del fatto che la Puglia è meta turistica (Ostuni e Gallipoli solo per citare due esempi) e di conseguenza nel periodo estivo gli ospedali si trovano a dover coprire le esigenze non solo dei residenti ma anche dei turisti, già con la carenza di personale durante l’anno.

Alcune Asl cercano di attingere medici dalla graduatoria per le guardie turistiche o prorogano i contratti a tempo determinato, in altri posti si cerca di tagliare posti letto là dove possibile, garantendo le urgenze. Sta di fatto che in estate l’emergenza medici è pressante anche in Puglia. “Molte attività sono ridotte, non si trovano posti letto. Il personale è carente già nell’ordinario, figuriamoci nel periodo estivo, durante il quale gli utenti aumentano a dismisura”. A farlo presente è Giuseppe Melissano, segretario generale Cisl FP Puglia. “Bisogna cercare soluzioni alternative. La proposta che noi facciamo in modo quotidiano all’Amministrazione è di organizzare i servizi in maniera tale da garantire sia la fruizione all’utente sia il personale necessario. Se c’è carenza di personale non si è in condizione di fare i turni. Bisogna cercare di attivare concorsi per creare un vivaio di professionisti che serva a superare questa emergenza: stanno iniziando in questo periodo ma fino a oggi i concorsi non c’erano. La Regione ha manifestato la necessità di 5.000 professionisti nel piano strategico di riordino che ha adottato: ci sarebbe quindi una carenza di 5.000 professionisti”. Come fare per rimpiazzarli? “Due sono i binari: la sostituzione immediata di persone che sono andate in pensione l’anno prima e la riduzione delle spese superflue, per esempio le spese farmaceutiche”.

Un medico lombardo: “Saltano i riposi e sale il rischio di fare errori”

Da Nord a Sud la situazione è sempre la stessa: “Io avrò lasciato all’ospedale circa 3000 ore di ferie e riposi che avrei dovuto recuperare – commenta Leopoldo Giani, ex medico ospedaliero nel milanese e ora libero professionista. “Una volta si riducevano i servizi e quindi diminuivano i turni. Ora invece i servizi tendono a non chiudere e la popolazione è invecchiata. Spesso a essere ricoverati durante l’estate sono gli anziani. Ma con i turni normali non si riesce a coprire tutto: di conseguenza si saltano i riposi e il personale diventa stressato, con il rischio di fare errori”.

Piccoli Comuni in tilt: dipendenti in ferie, si riducono i servizi

Il problema del poco personale riguarda anche i piccoli Comuni, costretti spesso alle chiusure degli uffici nel periodo estivo per poter garantire le sacrosante ferie ai dipendenti. I piccoli Comuni ci provano a preparare un piano ferie ma devono fare i conti con l’assenza di personale e con gli imprevisti.

Pochi dipendenti per tanto lavoro. I virtuosi del pubblico

A dare uno spaccato della situazione è Pierluca Oldani, sindaco di Casorezzo, comune di poco più di 5.000 abitanti in provincia di Milano: “Negli enti piccoli il problema, spesso, è che il personale non riesce a smaltire tutti i giorni di ferie. I motivi sono tutti riconducibili al numero esiguo dei dipendenti. Il lavoro da fare è tanto e spesso in un ufficio c’è una sola persona, massimo due. E spesso i dipendenti scelgono di portare avanti il lavoro a scapito delle ferie. Non bisogna farsi sviare dai vari ‘furbetti del cartellino’: nel pubblico ci sono tante persone capaci e oneste. E occorre fare attenzione anche al modo di leggere le statistiche sulle assenze: è ovvio che, se in un ufficio c’è una sola persona, quando questa giustamente decide di godere delle sue ferie, la percentuale di assenza è del 100%. Cosa che non può accadere negli uffici dei Comuni di maggiori dimensioni dove negli uffici lavora un numero maggiore di persone, che possono stabilire dei turni per le ferie. Si prova ogni anno a pianificare le ferie del personale; tuttavia, oltre al lavoro, ci sono tutti gli imprevisti che possono verificarsi: malattie, emergenze, lavori urgenti. È sufficiente un evento che modifica anche solo leggermente la routine per far saltare qualsiasi programmazione. È giusto evitare sovraffollamenti negli uffici pubblici, perché sarebbe uno spreco; credo però che bisognerebbe garantire un numero minimo di dipendenti, così da poter assicurare tutti i servizi in ogni periodo dell’anno. Il blocco delle assunzioni non va certo in questa direzione. E non vanno bene nemmeno le norme pensate per le grandi Amministrazioni, dove spesso il personale è in sovranumero a causa di scelte del passato, perché ovviamente penalizzano gli enti periferici e di piccole dimensioni. Anche quest’anno saremo costretti a istituire l’orario estivo per dare la possibilità al personale di smaltire le ferie arretrate; ma è chiaro che è un palliativo e, per quanto si dia la disponibilità a incontrare i cittadini anche fuori orario, su appuntamento, il servizio subisce limitazioni. I tagli nella Pubblica Amministrazione devono riguardare gli sprechi, non devono essere orizzontali, pensati da una poltrona di un Ministero. Perché da quella posizione non si vedono le difficoltà che si creano ai cittadini”.

Smart working: un aiuto dalla tecnologia

Per Andrea Colombo, Sindaco di Arconate, sempre nel milanese, “la principale criticità è riuscire a conciliare l’esigenza dei dipendenti di godere di tutti i giorni di ferie maturati e quella del Comune di mantenere operativi tutti i settori. È necessaria, da questo punto di vista, un’adeguata programmazione del piano ferie già diversi mesi prima. Noi manterremo operativi tutti gli uffici anche grazie alle nuove assunzioni operate di recente, con un agente di Polizia locale e un architetto in più per l’ufficio tecnico”. La chiusura pomeridiana? “Ormai una consuetudine e non ha mai arrecato disagio alla cittadinanza. Gli orari di apertura al pubblico sono sufficienti a coprire tutte le richieste”. Ma come può essere migliorata la situazione che spesso si crea con il personale in ferie? “Con la possibilità, da parte dei Comuni, di poter assumere nuovo personale ed essere libero dai vincoli in tal senso. Se la dotazione organica è al 100%, non ci dovrebbero essere mai particolari problemi”. Intanto, Arconate sta sperimentando lo smart working, che ritiene utile anche durante le ferie: “Ci sono già dipendenti che sfruttano queste nuove potenzialità da casa”.

Le ferie dei docenti: tra riunioni e spostamenti

Nel settore pubblico, spesso e volentieri trova corpo l’eterna polemica sulle vacanze del personale docente nelle scuole: 32 giorni lavorativi (30 per i primi tre anni di servizio) di ferie in un anno fruite nel periodo di sospensione dell’attività scolastica. Durante l’anno c’è la possibilità di chiedere al massimo 6 giornate lavorative di ferie, ma solo se c’è la possibilità di sostituzione con altro personale in servizio nella stessa sede e se non si determinano oneri aggiuntivi.

Insomma, il dibattito sulle lunghe ferie degli insegnanti è ormai cosa nota, acuito anche dal numero di ore settimanali frontali in classe (25, 22 e 18 a seconda che i docenti siano attivi in una scuola d’infanzia, in una scuola elementare o in una scuola secondaria). Ma com’è la realtà? Lo racconta Anna Maria Talia, docente in una scuola superiore del nord Italia: “Si continuano con le riunioni per tutto giugno (obbligatorie e non pagate), senza contare le ore extra che facciamo a casa per correggere le verifiche: fino all’anno scorso avevo 120 alunni. A luglio noi docenti delle superiori o siamo impegnati con gli esami di Stato o con i corsi di recupero del debito scolastico. Per esempio, quest’anno sono andata a fare esami di maturità fuori sede: a settembre percepirò una paga leggermente superiore ma intanto devo pagarmi la benzina e i pranzi, stando fuori casa dalla mattina fino a pomeriggio tardo. Chi non è impegnato sarà utilizzato per la sorveglianza o per preparare i corsi Pon (Programma operativo nazionale finanziato dai Fondi strutturali europei, ndr). Riprendiamo a lavorare l’ultima settimana di agosto, per gli esami di recupero debiti. Chi non è dell’ambiente vede solo le ore con la classe. Non è un lavoro facile e alle volte incappi in situazioni delicate, come alunni che insultano i professori o che devi sostenere in momenti di crisi. C’è una grossa responsabilità sugli insegnanti. Poi ci sono le ore dei progetti extra, per le quali spesso noi docenti non siamo pagati e le ore extra dedicate alle uscite, durante le quali ci dobbiamo pagare trasporto e pranzi. Non me la prendo con la scuola: non ci sono i soldi. Io di ore ne farei anche 40 a scuola, ma pagatele. Chiedo di adeguare tutti gli stipendi, non solo quello degli insegnanti, al costo della vita”. Intanto, in una conferenza stampa al Miur degli inizi di luglio, il Ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli ha sottolineato che quest’anno ci saranno 52.000 posti disponibili e ha assicurato che entro il 14 agosto termineranno le procedure per le assunzioni.

I salti mortali delle piccole aziende private

Anche nel settore privato le ferie spesso portano a delle difficoltà, maggiori nelle realtà piccole e medie: durante la chiusura ci sono costi fissi che un’azienda deve comunque sostenere. Alcune aziende concedono le ferie spalmate su tutti i mesi del periodo estivo, ma poi – a causa della carenza di organico – si trovano a dover assumere dalle agenzie interinali, con un costo superiore per l’azienda. “Le ferie sono un costo. Con l’assunzione dalle agenzie, l’azienda ha un costo doppio – spiega l’avvocato Luca Failla. “Quello del lavoratore – poiché le ferie sono retribuite – e quello del personale che assume dalle agenzie. E non tutte le aziende possono permetterselo”. Le alternative? “O si chiude il reparto o si fanno fare anche i turni del lavoratore che è in ferie, sebbene anche questa soluzione comporti una maggiorazione”. Insomma, le piccole o medie aziende devono letteralmente fare i salti mortali. “Dal punto di vista amministrativo, noi scegliamo di fare 4 settimane in agosto in modo da non lasciare troppe ferie residue ai ragazzi – spiega Gigi Calloni, titolare di un’azienda lombarda a Buscate. Ma è una scelta che va di pari passo con quelle dei clienti e dei fornitori. In agosto, di norma, tutti chiudono almeno per due o tre settimane. Il vero problema è che fare un lungo periodo di inattività è un costo da spalmare. Ci sono costi che un’azienda deve sopportare per il solo fatto di esistere: imposte, canoni, costi energetici fissi etc. Se l’inattività fosse invece meno concentrata e più diluita nel corso dell’anno, forse questi costi sarebbero meno evidenti.ma in Italia il grosso delle ferie si concentra in agosto”. “Nella nostra azienda durante l’estate assumono personale dalle agenzie interinali – spiega un dipendente di una ditta varesotta – perché le ferie sono spalmate da giugno a settembre. Non c’è abbastanza personale specializzato per coprire i turni delle persone che vanno in ferie e di conseguenza – poiché la nostra ditta è a ciclo continuo – i responsabili devono attingere da risorse esterne. Questo però comporta un costo superiore per l’azienda, oltre a un impegno maggiore per formare i sostituti pur per un breve periodo”.

Anche per Andrea Colombo, dirigente in una ditta in Sardegna, le ferie per una piccola o media impresa influiscono molto. “Capita che un cliente possa avere richieste particolari in un periodo particolare e allora bisogna correre. Non ci si può più permettere di rifiutare lavoro. È necessaria un’adeguata programmazione del piano ferie, redatta grazie all’aiuto dei capi settore”. In virtù del fatto di essere anche sindaco di Arconate, Colombo sottolinea che la politica potrebbe intervenire “incentivando le assunzioni e mettendo a disposizione delle piccole e medie imprese strumenti e agevolazioni in tal senso”.

Un redattore di un piccolo giornale: “Forze ridotte, si deve prevedere una pausa estiva”

Il contratto di lavoro dei giornalisti prevede per direttore, vice redattore, capo redattore, capo servizio e redattori 26 giorni lavorativi per chi ha un’anzianità aziendale non superiore ai 5 anni, 30 giorni lavorativi per chi ha un’anzianità redazionale compresa tra i 5 e i 15 anni e 35 giorni lavorativi per chi è in redazione da più di 15 anni. Sono tanti, soprattutto per un settore privato. Ma nelle piccole realtà redazionali, in cui tutti fanno tutto, cosa succede? In alcune redazioni chi va in ferie lascia qualche articolo pronto in modo da non gravare totalmente sui colleghi, altre invece decidono di chiudere per il periodo estivo. Come accade nella realtà raccontata da Francesco Colombo, redattore di un giornale locale del magentino, in provincia di Milano: “Il più delle volte, si deve per forza chiudere il giornale e prevedere una pausa estiva perché non si riesce a garantire la presenza minima per mandare il giornale in edicola. Le forze sono troppo ridotte e c’è bisogno di staccare la spina per evitare il rischio di essere sovraccarichi e di fare le cose male. Per quanto riguarda la mia esperienza, la chiusura estiva completa del settimanale per cui lavoro mi permette di fare 4 settimane di ferie. Non c’è turnazione: tutti stanno a casa nel periodo di chiusura del giornale, anche se è vero che se uno vuole prendersi una settimana di ferie durante l’anno, non ci sono particolari problemi: c’è flessibilità”. Se manca qualche collaboratore “il lavoro redazionale viene il più delle volte rallentato, perché in una redazione piccola quello che non viene fatto da un collaboratore, dev’essere fatto tendenzialmente dal suo redattore. E questo comporta generalmente tempi più lunghi e, magari, anche ritardi”. Anche in questo caso, la carenza del personale è una questione centrale: “Lo stress non è tanto dovuto alle ferie, per quel che mi riguarda, ma al carico eccessivo di lavoro dovuto alla scarsità di collaboratori e alla molteplicità di cose da fare e da seguire. Anche se fare il giornalista è un lavoro senza ritmi definiti e imprevedibile, è necessario ritagliarsi dei momenti in cui staccare il cellulare e dedicare del tempo a se stessi”.

Lo psicologo: “Se non ci si riposa, si rischia frustrazione e stress”

Insomma, sembra che quando si parli di ferie, il mondo del lavoro vada in tilt. Eppure le ferie non solo sono un diritto ma una necessità fisiologica dell’uomo. Di conseguenza, rinunciarci per il lavoro può portare a serie conseguenze. Ne parliamo con Massimiliano Gianotti, Presidente della sezione lombarda dell’Associazione Nazionale Sociologi, psicologo e giornalista: “È chiaro che siamo sempre più schiacciati, schiavi di una super produzione che non dà valore al tempo vuoto e ci riempie di sensi di colpa; questo accade perché siamo sempre più educati a non sprecare tempo. C’è anche una sindrome nota in letteratura come di workaholism, sindrome di attaccamento al lavoro; un lavoro che non lascia soste e che – anche a causa della tecnologia – ci portiamo spesso a casa, dando una disponibilità pressoché continua. Andare in ferie vuol dire staccare dalle abitudini, dal quotidiano e questo può portare anche a una sorta di ‘ansia’ da lavoro: si ha paura di perdere il lavoro o la posizione conquistata fra i colleghi. Ma fermarsi è necessario, soprattutto in estate perché in questo periodo scattano di più le epidemie depressive. Inoltre, con il riposo aumenta il potere creativo del cervello, la sua capacità di pensare in modo costruttivo, non più schiavo del quotidiano. Non a caso, i nuovi progetti di solito si portano a termine dopo il riposo, a settembre”. Se non si va in ferie, il rischio è alto: “Se non si stacca, c’è frustrazione e si va incontro a forme di stress quotidiano. E questo stress quotidiano si riflette anche sul sociale: la società è molto più nervosa: si ha poca pazienza e poco tempo per riflettere”.

 

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Autore
Giornalista pubblicista, laureata in Lettere moderne all’Università degli Studi di Milano, collabora con vari settimanali e quotidiani per lo più sulla zona di Milano e provincia. Collabora, inoltre, con una testata on line dedicata all’arte ('Quotidiano arte') e con il magazine dedicato all'innovazione, 'StartupItalia'. Si occupa principalmente di cronaca giudiziaria, cultura e tematiche legate al mondo del lavoro e dell'innovazione sotto vari aspetti, ma le piace curiosare in più campi. Appassionata di web, sta approfondendo il web journalism e le basi dell’informatica. Gestisce un personale sito d’informazione, incentrato sulle notizie principali della Provincia di Milano, ‘Giornale castanese’. È fermamente convinta che il giornalismo abbia bisogno di un forte rinnovamento.
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