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Quindicinale, Numero 65 – 13 giugno 2018

Un giornalista è per sempre

I giornalisti sono una categoria bistrattata e mal retribuita che lavora in un settore a rischio per colpa della miopia degli editori, eppure ancora in molti ambiscono a farne parte.
Un uomo guarda un giornale che va a fuoco: il mestiere di giornalista a rischio
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In Italia ci sono 110 mila giornalisti, quasi il doppio degli Stati Uniti. Di questi 110 mila quelli che svolgono la professione, cioè che vivono di questo lavoro, sono meno di 30 mila. Gli altri hanno in tasca un tesserino d’iscrizione all’Ordine che non serve a nulla, se non a fregiarsi di una qualifica che non è nemmeno più utile per entrare nei musei. Sono i pubblicisti: siamo l’unico Paese al mondo che riconosce il “pubblicismo”.

Ma vantiamo anche altri primati. Secondo il Rapporto sulle dinamiche occupazionali nel settore giornalistico: confronto con il sistema paese e l’ambito comunitario negli ultimi cinque anni sono andati persi 2.704 posti di lavoro, per un calo di oltre il 15%. Un dato in controtendenza, sia rispetto alla crescita dell’occupazione registrata in Europa che in Italia. Un’indagine condotta da Eurostat rivela che, rispetto a cinque anni fa, il numero di giornalisti nell’Unione è aumentato di 38 mila unità (+ 10%).

In nuovi posti di lavoro siamo in coda all’Europa. E soprattutto navighiamo in altissimo mare. La diminuzione dell’occupazione ha messo in grave crisi anche l’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti. Marina Macelloni, che ne è la presidente, ha di recente dichiarato che nel 2017 l’Istituto ha perso più di cento milioni euro. Così, oggi nessuno è in grado di dire se e quando le giovani generazioni godranno di una qualche forma pensionistica. E allora addio benefici di categoria.

La crisi dell’informazione e del mestiere di giornalista

Dieci anni fa, in perfetta sintonia con la grande crisi economica globale, è iniziata la discesa verso gli inferi del mondo dell’informazione. Da una parte i lettori, che tagliando il superfluo dai bilanci famigliari sono drasticamente diminuiti; dall’altra il calo vertiginoso della pubblicità, per le stesse ragioni di spending review a cui si è sottoposto il mondo delle imprese, che ne ha ridotto la presenza sui giornali o in televisione. E come se non bastasse, in questa disgraziata coincidenza astrale, ci si è messo pure Internet con lo sviluppo abnorme dei social, che proprio nel 2008 con Facebook cominciavano la loro conquista della rete. Di lì a dieci anni si sarebbero trasformati nella fonte primaria d’informazione globale, con il 70% degli utenti che sceglie i social per tenersi aggiornati sulle cose del mondo.

Nel mezzo di questo terremoto gli editori si allacciavano le scarpe sulla banchina della stazione, mentre il treno ad altissima velocità della rete correva verso frontiere inesplorate, trascinandosi dietro investitori pubblicitari e trasformando il ricavato in innovazione per migliorare l’offerta senza prendersi mai una pausa. Esattamente quello che avrebbero dovuto fare gli editori italiani. Invece hanno aspettato: vediamo che cosa fa l’America, questi social sono roba da ragazzini, i giornali non scompariranno.

È accaduto il contrario. Gli investimenti non sono mancati, ma non sono andati nella direzione giusta. Come di recente ha denunciato Raffaele Lorusso, segretario generale della Fnsi (il sindacato dei giornalisti): “Nel quadriennio 2014-2018 si sono investiti 188 milioni di euro, ma soprattutto per sanare gli stati di crisi e prepensionare, poco o nulla nel ricostruire il tessuto lavorativo e nelle assunzioni alla luce della rivoluzione in corso del mondo dell’informazione. Bisogna invece ripartire dal lavoro giornalistico, anche rivedendo la struttura dell’Ordine”.

L’Ordine dei giornalisti e le aggregazioni editoriali

Il nervo scoperto della professione: l’Ordine dei giornalisti. Istituito con una legge dello Stato nel 1963, quando il massimo della tecnologia erano le macchine da scrivere, oggi ha i suoi fondamenti ancora in quelle norme vecchie più di mezzo secolo. Un pachiderma con 110 mila iscritti, che per lavorare devono sborsare tutti gli anni mediamente 100 euro d’iscrizione, perché se non hanno il tesserino i giornali per legge non possono farli collaborare.

In questi dieci anni il malcontento è cresciuto molto più che in passato. Alcuni gruppi di giornalisti ne invocano la definitiva abolizione, altri una riforma radicale. L’ex primo ministro Matteo Renzi aveva detto che avrebbe impegnato il suo governo a sopprimere l’Ordine, invocando la libertà delle professioni. Poi, nessuno ha fatto nulla, come era prevedibile. D’altra parte in Parlamento siedono decine giornalisti trasformati in deputati, e nessuno di loro si spenderebbe per una battaglia di soppressione dell’Ordine al quale restano fedelmente iscritti.

Infine, a rendere più fosco il quadro d’insieme si sono messe di mezzo le grandi concentrazioni editoriali. Negli ultimi tre anni c’è stata una vera e propria rivoluzione. Prima il Gruppo Mondadori che ha acquisito Rizzoli. Poi la seconda, la più massiccia aggregazione della storia d’Italia: il Gruppo De Benedetti, guidato da Marco (figlio dell’Ingegnere) ha fondato Gedi, società che ha acquisito La Stampa (terzo quotidiano del Paese, che dal 2016 aveva già in portafoglio Il Secolo XIX di Genova dell’impreditore Carlo Perrone) e ha creato un maxi polo che comprende La Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX, L’Espresso e una ventina di quotidiani locali sparsi per l’Italia.

In Gedi il socio di maggioranza è Marco De Benedetti, quello di minoranza John Elkann, il nipote dell’avvocato Agnelli, erede dell’impero Fca ma anche azionista di maggioranza del potente settimanale britannico Economist. Queste manovre di aggregazione, al limite del monopolio, non hanno fatto altro che restringere l’offerta pubblicitaria, tagliando i viveri alle piccola realtà locali, che sono tantissime in tutte le regioni e occupano centinaia di giornalisti.

Il calo dei dati di vendita

Nella corsa verso il basso del decennio ha fatto la sua parte anche il calo delle copie vendute in edicola. Secondo il rapporto di #TrueNumbers, a febbraio di quest’anno il giornale che tra cartaceo e digitale ha avuto la readership migliore è stato il Corriere della Sera, che ha potuto contare su una diffusione di 297 mila copie al giorno (-5%). Seguono La Repubblica con le 203 mila copie di diffusione (-14%) e poi Il Sole 24 Ore con 173 mila copie tra carta e digitale (-9%).  Appena agli inizi del Duemila il mondo della carta dei grandi quotidiani girava intorno alle 400 mila copie quotidiane. È stabile invece, ma non cresce, l’andamento della vendita di copie digitali. I quindici quotidiani che in Italia hanno venduto più copie digitali a febbraio 2018 hanno perso (rispetto a febbraio 2017) il 3%.

Meglio della carta, ma non è ancora la svolta. Anche perché, secondo un rapporto del Digital economy & society in the Eu 2018 edition, gli italiani (nell’Europa allargata ai 28 paesi) sono quelli che si informano meno su quello che accade nel mondo consultando i siti dei giornali online. Davanti a noi, tra gli altri, anche la Lettonia. Siamo così ultimi, che più ultimi non si può.

Sfruttati, mal pagati, ma ancora presenti e numerosi

In questo mare di promesse mancate, di perdita di mercato, d’investimenti non adeguati, la voglia dei giovani di diventare giornalisti non denuncia flessioni. In direzione ostinata e contraria, arrivano alle scuole di giornalismo determinati a farcela. Alcuni ci riescono, molti no. Guadagneranno, da professionisti, quindici euro lordi a pezzo, compreso il rimborso spese. I più fortunati, che metteranno piede in un grande quotidiano, con partita Iva, porteranno a casa uno stipendio da 500 euro lavorando dieci ore al giorno.

Chi iniziava questa professione trent’anni fa sapeva di avere davanti un lungo periodo di abusivato, dove un caposervizio ti prendeva a calci nel sedere dalla mattina fino a notte fonda. Ma imparavi il mestiere, e avevi la quasi totale certezza che prima o poi quel giornale ti avrebbe assunto. Oggi non esiste nessuna certezza per alcun tipo contratto.

E dunque perché fare il giornalista? La risposta è una sola: per amore. Ci siamo innamorati noi negli anni Settanta, si innamorano i ragazzi di oggi. L’amore non si misura nel tempo, non ha regole, non è sottoposto alla schiavitù della ragione. Anche quando non è corrisposto.

 

Photo by Demetrius Washington via unsplash.com

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Autore
Ex giornalista de La Stampa, e prima ancora di Mondadori, Retequattro, del gruppo La Repubblica-Finegil e di almeno altri 12 giornali. È stato anche un redattore di Topolino, incarico del quale va molto fiero ancora adesso. Oggi è Presidente del Centro Studi sul giornalismo Pestelli di Torino, il più importante istituto di ricerca in materia che esista in Italia. È consigliere dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte. Ha insegnato al master di giornalismo “Giorgio Bocca” dell’università di Torino, dove è stato anche membro del Comitato scientifico. E’ titolare del blog “Il Times” dedicato interamente al mondo dell’editoria e dei giornali. Ha fatto il giornalista perché a 7 anni ha visto “Dieci in amore", il film con Clark Gable e Doris Day. Per questo ha scritto “Volevo essere Jin Gannon” (Effedì Edizioni, Vercelli), romanzo in prima persona che narra il dietro le quinte di trent'anni della grande editoria italiana. Per il resto ama fumare il Toscano, annusare l’aria di primavera e soprattutto giocare a golf. È pessimo con i ferri, ma adora i campi irlandesi e scozzesi, tagliati dall’Oceano e sferzati dal vento. Sul fairway, in un giorno di pioggia e con con l’erba appena tagliata, sostiene di arrivare ad uno stato di beatitudine totale.
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