Quindicinale, Numero 56 - 15 novembre 2017

Università, più competizione tra gli atenei

È necessaria una riforma liberale per garantire la meritocrazia. Anche Luigi Einaudi voleva abolire il valore legale del titolo di studio accademico
studenti università applaudono
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Il riconoscimento dei titoli di studio accademici non avviene in maniera automatica nei paesi dell’Unione europea. Questa situazione preoccupa, perché complica il passaggio di uno studente da un’università del suo paese a quella di un altro stato europeo. Se un ragazzo vuole evitare di perdere il riconoscimento del percorso accademico già svolto, deve conoscere le leggi della nazione dove vuole concludere l’ultima parte degli studi.

I diversi sistemi d’istruzione rientrano nelle specifiche competenze delle autorità nazionali dei paesi dell’Unione europea, le quali scelgono le norme da applicare senza tralasciare quelle relative al riconoscimento dei titoli di studio accademici conseguiti all’estero. È una forte contraddizione alla quale occorre trovare una rapida soluzione a beneficio degli studenti, senza dimenticare i lavoratori che vogliono cambiare il luogo dove svolgere la propria professione.

Il valore legale dei titoli di studio accademico è sempre stato un dibattito rilevante e in un certo modo controverso, perché il differente riconoscimento da parte di uno stato può agevolare o bloccare il mercato del lavoro. Le competenze acquisite dovrebbero essere facilmente riconosciute per favorire un adeguato svolgimento delle professioni nei diversi contesti economici e politici dell’Unione europea.

È utile ricordare la Convenzione di Lisbona, accordo multilaterale elaborato su iniziativa congiunta del Consiglio d’Europa e dell’Unesco – Regione Europa, con la quale viene stabilito il diritto dei cittadini a una valutazione del proprio titolo di studio e vieta qualsiasi discriminazione.

L’opinione di un accademico sull’università italiana

Pietro Paganini, professore aggiunto presso la John Cabot University di Roma, accusa senza mezzi termini il mondo della scuola, lanciando la rivoluzione liberale con la quale è possibile introdurre la meritocrazia e la competizione, due requisiti fondamentali per garantire la crescita economica di un paese.

«Non può avere alcun senso – commenta Paganini – discutere di crediti e di tipologia di laurea, sia essa triennale o addirittura breve, di numero eccessivo e di validità dei corsi, di qualità e di finanziamenti, senza riformare in maniera drastica e avveniristica le fondamenta del sistema universitario. Solo la competizione può garantire un sistema meritocratico basato esclusivamente sulla crescita. Molti docenti e diversi atenei hanno paura proprio della competizione, lasciando allo Stato qualsiasi scelta sui corsi e sulle modalità di concorso».

La necessità di cambiare il sistema universitario italiano al fine di renderlo maggiormente uniforme a quello europeo è una riforma da discutere in tempi brevi senza perdere ulteriore tempo. È fondamentale conferire una significativa accelerazione al metodo più opportuno con il quale studiare nuove leggi che regolano il mondo accademico.

«La soluzione è veramente a portata di mano, perché è sufficiente ripercorrere il pensiero di uno statista liberale come Luigi Einaudi, il quale propose un sistema universitario libero dalle decisioni centrali e fondato sulla competizione, partendo dall’eliminazione dell’imposizione del percorso didattico, come spesso accade nella nostra società nonostante venga sbandierata un’inconsistente autonomia. La pratica di pianificare i corsi a livello centrale, secondo una tradizione bizantina, era percepita da Luigi Einaudi come dannosa. Pensiamo come possa essere addirittura assurda questa situazione in un contesto socio-economico globale come quello contemporaneo.»

Le nuove esigenze economiche e culturali della società chiedono riforme strutturali dove sia ancora possibile mettere al centro il merito, con il quale valorizzare le persone e rilanciare l’economia.

«Luigi Einaudi suggerì quello che dopo oltre 50 anni non si è ancora realizzato, ma che potrebbe essere il cardine della nuova riforma: l’abolizione del valore legale del titolo di studio accademico. Questo è un artefatto giuridico che esiste solo in Italia allo scopo di garantire pari educazione a tutti. Tutto falso. Il valore legale ha difeso soltanto l’impoverimento totale del sistema accademico. È praticamente l’opposto di quanto produrrebbe un modello che si basa sulla libera competizione tra gli atenei. Le università che sapranno essere più competitive attrarranno gli studenti migliori. Un simile sistema fondato sulla competizione – quindi meritocratico – presuppone anche il processo di assunzione e gestione del corpo docenti basato su merito, concorrenza, libertà di scelta».

È necessario investire sulla formazione accademica perché l’Italia sconta ancora preoccupanti ritardi. Il sistema didattico, nei diversi livelli, è per alcuni versi un fiore all’occhiello. L’ormai nota baronia accademica rallenta la riforma verso una nuova università italiana, capace di entrare in una sana competizione con gli altri atenei europei.

«Come è accaduto nelle scuole elementari, anche all’interno del mondo delle università possiamo creare un modello sicuramente vincente. Voglio ricordare – conclude Paganini – la nostra straordinaria ricchezza dei modelli didattici, i quali vengono studiati da tutta Europa, come quello dell’“Emilia-Romagna”. Non solo. È doveroso sottolineare che in tutto il mondo esportiamo il modello Montessori, il progetto di una donna straordinaria, il cui principio basilare non era quello di imporre un’educazione bensì di formare talenti creativi, assicurando molteplici opportunità. Questo dovrebbe essere il sogno italiano, perché i talenti si trovano, anche se non sono opportunamente valorizzati; mancano purtroppo le opportunità che possono aumentare soltanto mediante una competizione. Torna prepotente l’esigenza di una riforma liberale per l’università».

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Autore
Giornalista professionista, ha collaborato con diversi giornali nazionali tra i quali Paese Sera, Qui Roma, supplemento di cronaca romana de La Stampa; Plein Air, mensile di turismo; I Viaggi, supplemento de La Repubblica; Traveller, mensile della Condé Nast; Tuttolibri, supplemento de La Stampa; Famiglia Cristiana, Jesus. Crede nel turismo e nella cultura dei luoghi per riscoprire l'identità di una popolazione. Pubblicazioni. La fuga di Hamir, storia di un rifugiato politico, Libellula Edizioni 2012; Scrivere da giornalista, Libellula Edizioni 2012; Sulla strada dell'enoturismo, Alter ego edizioni 2015; Assisi - Percorsi storici nella città di san Francesco, Youcanprint Editore 2016; Generazione Futura – Fiducia, Coraggio, Possibilità raccontati da dieci personaggi – Omnia One Group Editore, 2016. È interessato alle questioni sociali ed economiche rivolgendo una costante attenzione alla scommessa del XXI secolo: un maggiore incontro tra i popoli per una consapevole condivisione del pianeta. Che può tramutarsi in una grande ricchezza culturale ed economica.
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  • Renzo Rubele

    Avete intervistato la persona sbagliata: non solo incompetente sulla materia di rilievo della domanda (riconoscimento dei titoli di studio accademici), ma per di più interessato solo ad un pippone ideologico senza fondamento.

    • alessandra fedeli

      condivido in pieno, con la palla del merito stanno distruggendo l’università italiana, e soprattutto la possibilità di poterla frequentare…

      • Francesco Fravolini

        Esatto, ha centrato il problema. Purtroppo molti giovani abbandonano l’università perché non riconosce (non ha mai riconosciuto) il merito. Andare in un ateneo soltanto per assecondare la baronia dei professori non ha alcun senso. Da quando la frequentavo ho sempre criticato il sistema perché non premia i bravi ed è una costante ricorsa al voto. Se uno studente prende il primo trenta gli studi sono in discesa altrimenti diventa un perdente. Già questo fatto dovrebbe far riflettere sul livello mediocre dei professori che selezionano gli studenti durante gli esami.

      • Francesco Fravolini

        Credo profondamente alla meritocrazia e non credo che è attribuibile la distruzione dell’università italiana soltanto alla parola merito. Ci sono altre responsabilità della politica italiana a cominciare dal mancato aggancio con il mondo del lavoro.

    • Francesco Fravolini

      Non mi sembra la persona sbagliata perché è un professore che non crede al titolo accademico soltanto per sua cultura. È italiano ma insegna presso un’università americana. Solo questa preziosa differenza dovrebbe farla riflettere.