Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Vado a scuola da manager

Alla ricerca di competenze non solo per chi impara, ma anche e soprattutto per chi insegna
Vado a scuola da manager
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Le persone veramente competenti e abili nel ruolo di formatori manageriali sono tutto sommato poche, almeno per mia esperienza personale.

Uno dei motivi è che al manager, specie quello “alto”, facciamo richieste alle quali è straordinariamente impegnativo rispondere: possedere competenze in finanza, controllo di gestione, marketing, vendite, informatica, tecnologia, logistica, risorse umane, legislazione; essere padrone dell’arte strategica, del potere della persuasione, della negoziazione, del saper scrivere–ascoltare–parlare con grande efficacia; assumere la responsabilità dell’organizzazione e dimostrare le qualità della vera leadership: visione, passione, intuizione, tenacia, impegno, coraggio, sensibilità, carisma, etica, umiltà.

Ai manager chiediamo anche di essere nostri custodi e consiglieri, sempre attenti ai nostri problemi e bisogni. Ma veniamo al punto: si può certamente fare scuola di management, detta in altri termini, insegnare e imparare a fare il manager.  Apprenderlo sul piano cognitivo, cioè  conoscere e capire principi e strumenti, è un obiettivo didattico agevolmente conseguibile e certamente utile.

Applicare principi e strumenti in situazione, governare se stessi e gli altri è però tutto un altro paio di maniche. Vale, secondo me, il modello dell’apprendimento sportivo.
Aver studiato la biomeccanica dello sci e le caratteristiche della neve non fa di noi uno sciatore esperto.
Conoscere alla perfezione le tecniche di attacco e contrattacco nelle arti marziali non fa di noi un efficace combattente.

Il grande spartiacque è il ben noto confine fra le competenze dichiarative (capire e saper argomentare) e quelle procedurali (saper applicare in modo consapevole, sistematico e situazionale).

Il comportamento manageriale è un’abilità pratica poco algoritmica e molto euristica: è estremamente legato alle contingenze, risente delle pulsioni emozionali del soggetto, richiede abilità di immediata lettura del contesto e un dialogo interiore molto consapevole; è fatto di imitazione, abitudine, coerenza con ideologie personali, si struttura nel tempo ed è in costante cambiamento.

Il manager, infatti, si muove fra tensioni e problemi di ogni genere, dialoga con mentalità anche assai diverse dalla sua e fra loro, processa un’enorme quantità di informazioni necessarie a comprendere e a decidere, gestisce in prima persona numerosi compiti sistemando/risistemando in continuo le priorità, delega e conduce gli altri alla conquista degli obiettivi, fronteggia la fatica emotiva e fisica, si muove con intuito, ha capacità di sintesi anche nelle situazioni più complesse.

A mio parere, quindi, il ruolo di manager innanzitutto poggia su solide attitudini personali e sull’esperienza; in seconda battuta si avvale di concetti, metodi e strumenti tecnici.

Fra le prime collocherei innanzitutto le seguenti:

  • la capacità di eseguire velocemente analisi e sintesi concettuali, cogliendo gli elementi qualificanti delle situazioni
  • la capacità di concentrarsi velocemente
  • la capacità analitica di sviluppare concetti, espandendoli in sistemi
  • la capacità di leggere, scrivere e memorizzare con rapidità e buona precisione
  • la capacità di programmarsi, con una chiara visione delle priorità, senza mai confondere l’importanza con l’urgenza e senza farsi sequestrare dall’ansia o dalla rabbia
  • la resistenza psico-fisica
  • la capacità di comunicare con grande efficacia
  • la capacità di essere una persona di riferimento, che ispira fiducia, sicurezza ed energia
  • alcune virtù morali come l’integrità, la lealtà, la determinazione e il coraggio.

Evidentemente non si tratta (solo) di conoscenze o di capacità tecniche facilmente trasferibili.

Si tratta di variabili complesse, legate alla natura e alla cultura del soggetto, all’ambiente familiare di provenienza, all’età, al sesso e al carattere.

Sono inevitabilmente in gioco il repertorio personale positivo e negativo fatto di emozioni, valori, energie e limiti, la storia individuale e il progetto di vita.

Anche per quanto riguarda la conoscenza di concetti, metodi e strumenti tecnici, la situazione non è così lineare.

Il manager esperto possiede un pensiero ricco di collegamenti, nessi di causa-azione e capacità di diagnosi: ha occhio clinico perché padroneggia un vasto inventario mentale di conoscenze connesse e lo passa in rapida e mirata rassegna. Questa rassegna, al tempo stesso, è guidata dal contesto e guida l’analisi del contesto.

La chiave dell’agire manageriale è l’esame attento e critico della realtà e il contatto diretto con i suoi protagonisti; esso è quindi assai meno sistematico e preordinato di quanto non si creda e mal si presta a essere ricondotto a tecniche o formule di semplice adozione.

Il percorso di apprendimento consiste nell’essere affiancati a un tutor esperto per un’istruzione strutturata di una certa durata (si può anche chiamare, se non sbaglio, work shadowing).

La scaletta di istruzione più capace di risultato è la seguente:

  1. io faccio e tu guardi (il manager docente agisce, spiega e fa domande, il manager allievo osserva e fa domande)
  2. facciano insieme (docente e allievo agiscono insieme, interagendo per chiarire e comprendere)
  3. tu fai e io guardo (l’allievo agisce, il docente osserva, fa domande e corregge)
  4. fai da solo (l’allievo agisce autonomamente e chiede supporto al docente in caso di bisogno).

La questione fondamentale è che il percorso di istruzione sia ben strutturato e che il “manager docente” sia didatticamente orientato, cioè capace di spiegare e sistematizzare e sia realmente intenzionato a trasmettere la propria competenza. È necessario attivare un vero e proprio progetto di tutoring con specifiche fasi di svolgimento: i manager sono persone molto impegnate e spesso in movimento, pertanto non è scontato trovarne la disponibilità.

Per concludere, purtroppo non è vero che chiunque, col giusto addestramento e la buona volontà, può fare bene qualsiasi lavoro, men che meno quello manageriale.

 

La dotazione attitudinale non può essere né trascurata, né iniettata. Chi è introverso e ansioso è improbabile che diventi istrionico e temerario. Un intellettuale portato alla penetrazione teorica dei problemi raramente può essere trasformato in un soggetto operativo che eccelle nella realizzazione concreta. Certo si possono ottenere risultati, ma con grande fatica, inefficienza ed effetti instabili nel tempo.



 

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Autore
Da diciotto anni svolge l'attività di formatore e consulente presso l’impresa, la sanità e la pubblica amministrazione locale. Le sue principali aree di ricerca e intervento riguardano il comportamento organizzativo, la comunicazione interpersonale, la metodologia didattica per gli adulti e l’applicazione dello psicodramma classico alla formazione aziendale. È professore a contratto presso la Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione dell’Università di Bologna. È docente di master presso il Dipartimento della Comunicazione dell’Università di San Marino e la University of Bologna Business School (BBS). È autore di oltre cento pubblicazioni su temi di management e formazione del personale (testi, articoli, prodotti multimediali). Quando non studia o scrive arrampica su roccia.
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  • Stefano Pollini

    Ho letto l’articolo, ma non mi convince l’idea che per la
    formazione manageriale valga il modello dell’apprendimento sportivo.

    E’ vero che aver studiato la biomeccanica dello sci e le caratteristiche della
    neve non fa di noi uno sciatore esperto. Ma ho dei dubbi che per i manager
    funzioni uguale. Basarsi su attitudini personali e sull’esperienza
    e solo in seconda battuta si avvale di concetti, metodi e strumenti
    tecnici, non mi convince.

    Penso che gran parte dei problemi organizzativi siano dati
    proprio da basare le proprie azioni sul buon senso e sull’esperienza, quando
    invece la teoria ci dimostra che il buon senso ci inganna.

    Il buon senso era anche quello che ci faceva credere
    che la terra fosse piatta oppure che fosse il sole a girare intorno alla terra.
    Non sembra forse così.? Come si governa una organizzazione, come si
    governano i comportamenti delle persone? Come motivarle? La teoria in questo
    caso è fondamentale. Per fare solo esempio ci dice che l’incentivo economica
    non funziona e spesso fa danni. Ed è ecco quindi che una conoscenza influenza
    il mio agire.

    Gran parte dei manager continuano a basare le loro
    decisioni su assunti obsoleti, non provati, e fondati più sulla tradizione
    popolare che sulla scienza. Un buon sciatore può non sapere nulla di
    biomeccanica dello sci, ma per un buon manager deve sapere come si governa una
    organizzazione e cosa dice la teoria su questo tema (centrale per il lavoro). Il
    buon senso e l’esperienza non bastano più.

    • francesco muzzarelli

      Sostanzialmente concordo.
      Ciò che penso è che la conoscenza teorica nel mestiere manageriale (e non solo in quello) sia condizione necessaria ma non sufficiente per avere buoni risultati.
      Anche nello sport conoscere e capire “come funziona” il gesto atletico è certamente utilissimo, tuttavia la sperimentazione concreta è il vero banco di prova.
      Lo studio teorico (nel quale credo profondamente) ci supporta nella conquista della consapevolezza, la sua applicazione sistematica e situazionale è, secondo me, ciò che fa’ la differenza.

      • Stefano Pollini

        Sono perfettamente d’accordo e m ritrovo perfettamente. Toeria e pratica devono camminare assieme e una senza l’altra non funzionano.
        L’unico dubbio era proprio legato allo sport dove forse la pratica può andare avanti senza la teoria. Prendiamo per es. un genio sciistico come Alberto Tomba. Ho seri dubbi che nel suo caso la “teoria” sia servita.

  • Giulio Cesare Cipollone

    E’ vero che fra il sapere e il saper fare ci corre il mare: tuttavia sono d’accordo con Stefano quando dice che la conoscenza teorica è necessaria – se non altro – per evitare errori grossolani. Non faccio il meglio (per tutta una serie di ragioni descritte bene nell’articolo) ma almeno mi si accende qualche lampadina, ho qualche strumento di valutazione (anche ex post) del mio operato…non è poco.

    • francesco muzzarelli

      La conoscenza teorica è decisamente necessaria.
      Si rischia, altrimenti, di essere solo dei “praticoni” che danno risposte sbagliate a problemi concreti.
      Il teorico, invece, offre risposte giuste a problemi inesistenti o poco rilevanti.
      Il professionista (teoria + esperienza in situazione) è capace di risposte corrette a problemi reali e rilevanti.
      E’ quest’ultimo che ci piace di più studiare.

  • Brio

    caro Francesco, sottoscrivo parola per parola, pienamente d’accordo