Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Vendita di password e altre frodi: quando la minaccia è dentro l’azienda

Sono sempre più numerosi i dipendenti disposti a tradire il datore di lavoro in cambio di denaro
Vendita di password e altre frodi: quando la minaccia è dentro l’azienda
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Altro che hacker e competitor. Le peggiori insidie per le aziende talvolta si nascondono dietro la scrivania di chi ogni giorno timbra il cartellino. Vendita di password, fuga di informazioni riservate, concorrenza sleale: sono tante le facce dell’infedeltà aziendale. Un fenomeno che può avere conseguenze pesanti sull’immagine di un’azienda, oltre che sulle sue tasche.

Il lavoratore infedele rischia il posto

Secondo la normativa italiana, l’obbligo di fedeltà (art. 2105 cod.civ.) si articola nell’obbligo di non concorrenza, ovvero il divieto per il dipendente di trattare affari – per conto proprio o di terzi – che siano in concorrenza con l’azienda per la quale lavora; e nell’obbligo di riservatezza aziendale, cioè il divieto di divulgare notizie sull’organizzazione interna e sui metodi di produzione, nonché di usare questi metodi per arrecare un danno all’azienda stessa. Il concetto di fedeltà aziendale è inoltre espressione dei doveri generali di correttezza e buona fede (artt. 1175 e 1375 cod.civ.).

Il dipendente deve astenersi da qualsiasi condotta che sia in contrasto con i suoi doveri verso l’azienda e che possa ledere il rapporto di fiducia con il datore di lavoro. Tale astensione vale anche per l’opera prestata a terzi, se pure non in concorrenza, come lo svolgimento di attività durante le assenze per malattia e i congedi parentali. E non è esclusa la vita extra lavorativa: ad esempio è da considerarsi infedele il dipendente di una banca che emetta assegni in bianco.

Il mancato rispetto di queste norme crea i presupposti per il licenziamento per giusta causa (art. 2119 cod.civ.). In particolare, l’infedeltà aziendale rientra tra i “gravi motivi” che comportano il licenziamento con effetto immediato. In più, laddove si configuri un reato (es. divulgazione di segreti professionali, scientifici o industriali), si incorre in conseguenze penali anche risarcitorie.

Per effetto della sentenza 25674/2014 della Corte di Cassazione Civile – Sezione Lavoro, le aziende hanno oggi la possibilità di fugare eventuali sospetti di infedeltà ricorrendo a delle agenzie di investigazione in grado di effettuare controlli più o meno occulti sulla condotta dei dipendenti.

Ha a che fare con lo smascheramento degli infedeli all’azienda anche la revisione dell’art. 4 dello Statuto dei lavoratori, attuata dal Jobs act e finalizzata ad adeguare il controllo a distanza del lavoratore al progresso tecnologico in atto. La legge autorizza infatti i controlli indiretti da parte del datore di lavoro sugli strumenti utilizzati dai dipendenti per le prestazioni professionali (computer, tablet, cellulari aziendali) a fini disciplinari per i casi di infedeltà.

150 dollari in cambio di una password

Ma, nonostante la crisi e la carenza di lavoro, il deterrente del licenziamento sembra non essere sufficiente a scoraggiare i dipendenti dal prendersi certi rischi. Dai risultati del Sailpoint Annual Market Pulse Survey 2014 si legge che – su un campione di 1000 dipendenti intervistati, appartenenti a grandi società mondiali – uno su sette venderebbe la sua password aziendale a uno sconosciuto per 150 dollari. Un sondaggio simile era già stato condotto in Gran Bretagna tre anni fa: allora metà degli intervistati si erano dichiarati disponibili a vendere la password aziendale per meno di 5 sterline, mentre il 30 per cento di essi si erano detti disposti a farlo anche per una sola sterlina.

La Pwc Global Economic Crime Survey 2014, la più ampia indagine condotta sul fenomeno delle frodi economico-finanziarie (dalla corruzione all’appropriazione indebita fino al cyber crime), che ha coinvolto 95 paesi e anche 101 aziende italiane, ha evidenziato come nel nostro Paese le frodi siano commesse da soggetti interni alle aziende nel 61 per cento dei casi. Mentre all’estero il dato scende al 56 per cento. I fenomeni fraudolenti commessi da soggetti interni all’azienda sono anche quelli con un impatto finanziario più elevato.

Ma qual è l’identikit del lavoratore infedele? Mediamente si tratta di un senior manager di sesso maschile, di età compresa fra i 41 e i 50 anni, in azienda da più di 10 anni e avente un titolo di studio oscillante fra la scuola secondaria e la laurea. Rispetto alle passate indagini, il profilo è diventato più alto per età, esperienza e formazione.

Il 72 per cento delle aziende intervistate hanno dichiarato che questi soggetti agiscono nella sicurezza di non essere scoperti, grazie alle proprie abilità e competenze tecniche nell’eludere i sistemi di controllo interno. Il 21 per cento degli infedeli sono spinti dalla razionalizzazione, ovvero dalla tendenza a minimizzare e a giustificare l’atto a livello soggettivo; e il 7 per cento dagli incentivi e dalle pressioni, cioè dal bisogno di raggiungere determinati obiettivi, anche con mezzi illeciti se necessario.

L’infedeltà come forma di contrattacco

Ma le ragioni dell’infedeltà aziendale sono molto più complesse e variano a seconda della posizione ricoperta in azienda, delle condizioni lavorative e così via. “Al di là dei casi di dubbia moralità, gli episodi di infedeltà – ha detto a SenzaFiltro Pietro Busotti, psicologo esperto sulla gestione dei rischi psicosociali in ambiente di lavoro – nascono in genere da fattori quali la cattiva organizzazione, il cattivo clima relazionale, la cattiva selezione del personale”. Fattori che “possono generare un disagio individuale oppure organizzativo: il lavoratore può infatti reagire o logorandosi fino a sviluppare patologie psicologiche oppure vendicandosi cercando di massimizzare i propri interessi”.

Come si concretizza il tradimento all’azienda? ”A volte si viene contattati da competitor, altre volte – spiega Busotti – l’infedeltà è una scelta personale per difendere la propria integrità e una buona immagine di sé, per reagire a un contesto aziendale percepito come negativo non subendolo ma passando al contrattacco. Un po’ come fa il partner che, sentendosi tradito, decide a sua volta di tradire”.

Un fenomeno, quello dell’infedeltà all’azienda, che oggi è più che mai diffuso. Secondo lo psicologo, la ragione va ricercata nel fatto che “il mercato del lavoro è sempre più competitivo e fluido, e l’idea che non si farà per tutta la vita lo stesso lavoro nella stessa azienda porta spesso anche ad accettare il rischio di perdere il posto”.

Non va poi dimenticata un’altra forma di infedeltà piuttosto frequente, quella che riguarda gli ex dipendenti che – una volta terminato il rapporto di lavoro con l’azienda, magari non per propria scelta – si vendicano riempiendo gli scatoloni non solo di effetti personali ma anche di idee, strategie, brevetti, ovvero della cosiddetta Intellectual Property (IP). Cosa ben diversa dal patrimonio professionale maturato durante l’esperienza lavorativa, che è invece spendibile legalmente in ogni altra realtà aziendale.

Costruire un ambiente positivo paga

Ma cosa si può fare per evitare di covare serpi in seno all’azienda? La soluzione per Pietro Bussotti sta nel “costruire un clima organizzativo positivo e un reale rapporto di fiducia, che favoriscano l’identificazione con l’azienda in senso positivo e la responsabilizzazione e la valorizzazione dei lavoratori”. Fondamentale, inoltre, è “una buona valutazione in entrata, affinché la persona non sia frustrata e non abbia voglia di cercare rivendicazioni”, magari perché insoddisfatta o inadatta alla posizione che ricopre.

Da un punto di vista tecnico, è possibile correre ai ripari dotandosi di tecnologie avanzate per la prevenzione, il controllo e lo smascheramento delle frodi. Sempre secondo il Global Crime Survey, l’Italia su questo è ancora indietro: solo un’azienda su cinque, infatti, attua un monitoraggio periodico delle transazioni sospette. Mentre in Europa occidentale la media è di un’azienda su tre. Eppure una frode su due è smascherata proprio attraverso i sistemi di controllo interni.

Ma attenzione: questi meccanismi potrebbero anche rivelarsi controproducenti. A questo proposito lo psicologo del lavoro cita il fenomeno psicosociale della “profezia che si auto-avvera” (“self fulfilling prophecy”), in base al quale una previsione si realizza per il solo fatto di essere stata espressa. Un’azienda che tratta i dipendenti come “soggetti da sorvegliare” e non si fida di loro rischierebbe dunque – secondo Bussotti – di trasformarli in potenziali infedeli.

Insomma, oggi la vera sfida per un’azienda non è tanto quella di trovare un sistema antifrode infallibile, quanto di agire a monte affinché i dipendenti non siano tentati dall’idea di tradirla. Per farlo occorre dare nuova centralità al fattore umano, costruire relazioni di fiducia che non siano solo di facciata e non trascurare il valore della gratificazione, economica ma non solo.

[Credits photo: Elias Bizannes su Flickr]

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Autore
Classe 1988, giornalista professionista campana. Si è laureata in Scienze della Comunicazione e ha frequentato una scuola di specializzazione in Giornalismo. Ha collaborato con testate quali “La Repubblica” e attualmente lavora come free lance, confezionando articoli, photo gallery e video news. Si occupa anche di Copywriting. Ama raccontare le storie, interpellando chi ha meno voce ma tanto da dire. I suoi campi d’azione sono trasversali: cronaca e attualità, lavoro e sociale, cultura e sport. Quest’ultimo è la sua vera passione, nata da tifosa prima che da cronista. Meglio ancora se combinata con viaggi, amici felini e cucina multietnica.
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