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Quindicinale, Numero 65 – 13 giugno 2018

Volevamo fare i modelli

L'esperienza e la sperimentazione sono in crisi: la grande disponibilità di dati dell'era digitale rende fin troppo facile costruire correlazioni e modelli che non migliorano la nostra comprensione di ciò che ci circonda
Modelli vs esperienza per capire la natura: una mano regge un universo come una lente
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Gregory Bateson scriveva che “i maggiori problemi nel mondo sono il risultato della differenza tra il modo in cui la natura lavora e il modo in cui le persone pensano”.

Quella del genere umano è la storia di questo confronto tra progresso lineare del pensiero umano e fenomeni non lineari della natura; è la corsa a un apprendimento continuo intorno al modo in cui la natura lavora, un apprendimento mediato però dall’esperienza.

L’esperienza è il sistema operativo del cambiamento. Non è una collezione di accadimenti, ma scaturisce solo da una continua attività di sperimentazione. Questa origina dall’indoeuropeo *per, poi dal greco peira (prova, tentativo, percorso). Sperimentare significa per-correre, eventualmente fallire ed essere pronti a effettuare delle correzioni, senza farsi travolgere dagli errori, anzi. L’esperienza è un passaggio nello sperimentare.

Michel Serres la presenta così:

(…) chiunque passi per lo spazio inventa dei luoghi. Il cammino s’imbatte imprevedibile su dei siti d’osservazione, umili o gloriosi, dov’egli sogna per un momento di piantare la sua tenda perché di là si vede un altro mondo (…). I nostri padri chiamavano luoghi santi questi siti d’apparizione (…). Una porta apre o chiude una soglia ritenuta tale perché in quel luogo una legge si capovolge: di qua regna una certa regola, di là comincia un altro diritto, di modo che la porta poggi i suoi battenti su una linea neutra dove due legislazioni s’equilibrano e s’annullano (…). Così lo spazio e il tempo si aprono grazie a qualche porta che si spalanca o incombe su ciò che la lingua chiama in uno stesso modo: l’esperienza. Porta esperta, stesso termine, ossia aperta su un’esteriore. La porta è una specie di porto. Il mondo e la vita conducono a una soglia che sbarra un altrove (…): si tratta di forare un pertugio per accedervi. Esperienza: buco verso il fuori (…). Ecco l’apertura fondamentale dell’esperienza.

M.Serres, Statues.

Il tramonto dell’esperienza

In questa vicenda storica, dall’Illuminismo in poi, qualcosa di imprevisto è però accaduto. Il metodo sperimentale ha prodotto modelli che si sono sostituiti alla scienza stessa: oggi questi campioni mimetici si replicano, escludono le soglie di ribaltamento, definiscono un mondo abitato solo da loro stessi e ci invitano a seguirli, per celebrare il trionfo della sineddoche, della parte per il tutto.

È questa la nostra colpa: aver accantonato la pratica della sperimentazione, nel privato ma soprattutto sul lavoro, nella ricerca e nell’innovazione, perché implicherebbe errori e perdite di tempo e di economia. Meglio un fumoso modello da acquisire e ripetere nell’illusione che un successo inevitabilmente ne consegua. E se poi non consegue, la colpa sia degli uomini intorno, dei sottoposti, dei collaboratori che non collaborano.

Smettere di sperimentare significa accoccolarsi in sistemi di pensiero chiusi, affezionarsi all’idea che ciò che sappiamo sia sufficiente. Qualcosa di simile a ciò che Tim Harford, economista americano, chiama il complesso di Dio: “Se voleste fisicamente contare ogni prodotto e servizio disponibili a New York – ce ne sono circa 10 miliardi – ci vorrebbero 317 anni. E sto solo contando oggetti qualunque. Le società in cui si sono evoluti i nostri cervelli avevano circa 300 prodotti e servizi. Si potrebbero contare in cinque minuti. Ecco quanto è complessa l’economia che abbiamo creato. Forse questo è il motivo per cui troviamo il complesso di Dio così allettante. Tendiamo a tirarci indietro e dirci che possiamo creare un’immagine, possiamo mettere insieme qualche grafico, ci arriviamo, riusciamo a capire come funziona.”

Quell’immagine è un artificio rassicurante governato da una visione soggettiva. Nascono così i modelli, rassicuranti, ripetitivi, confortanti.  Sono una semplificazione della realtà, un insieme di linee che restituiscono una lettura sensata dell’esistente.  È la filosofia del circuito-corto, una strada-smart che aggira la fatica della sperimentazione, del fare esperienza vera dei fenomeni, dell’imparare le lezioni: dopo il complesso stiamo forse iniziando a vivere l’illusione di Dio. Per vie brevi.

Esperire, trasferire, apprendere

Lo studio delle reti neurali ha fatto emergere l’idea di un meccanismo fenomeno/replicazione che regolerebbe i nostri comportamenti. Si è immaginato che il cervello umano sia basato su un pattern recognition che iscrive i fenomeni in un quadro già conosciuto. Questa cornice costringe i fenomeni nei confini di esperienze già vissute; ricomprende gli accadimenti in una rassicurante area di comfort. Ma che cosa accade al nostro intelletto quando il fenomeno sperimentato non corrisponde a pattern di vissuto? Lo forza, convincendoci al di là di tutto che l’evento già lo abbiamo conosciuto, oppure ci proietta sul cosiddetto orlo del caos (il confine tra ordine e disordine), condizione che può far emergere imprevedibili interpretazioni delle dinamiche vitali.

Dobbiamo lasciare da parte il pregiudizio secondo cui il disordine è solamente foriero di effetti negativi: dal disordine, spesso, nasce la creazione ed esso ha la medesima importanza dell’ordine. La vita, la natura, tutto ciò che siamo e che saremo, tutto ciò che ci circonda è un miracolo che si basa su eterne contraddizioni e lotte. È l’orlo del caos.

De Toni, Comello, Prede o ragni?

Una delle possibili risposte di natura del nostro sistema cognitivo quando frequenta l’orlo del caos è il Learning Transfer, cioè la capacità di trasportare le esperienze apprese in un campo in un altro diverso, stabilendo nuove e più ricche connessioni. Elon Musk (fondatore di Tesla, SpaceX, PayPal, Hyperloop), in un’intervista su reddit.com, indica che per trasferire quanto appreso, si deve “essere capaci di dividere il sapere in principi astratti”, per poi sperimentare queste astrazioni in campi diversi. Quando mettiamo un campo di astrazione dentro un altro, impariamo di più e meglio. È proprio dal rapporto tra cose dissimili che possiamo capire ciò che conosciamo e ciò che stiamo imparando; così lo possiamo astrarre per la sperimentazione in nuovi campi.

Il problema del Learning Transfer è che la conoscenza alla base muta continuamente, si rigenera nel trasferimento, escludendo la sua riduzione a un pattern replicabile. Quindi, non fornendo prevedibilità, il gioco non sembra sfruttabile. Non riusciamo ad accettare l’idea che più nozioni apprendiamo su un fenomeno, più sperimentazioni facciamo, più ci troviamo lontani da un modello che lo spieghi. Questa maggior comprensione delle variabili vie dell’intelligenza non sembra però condurre a umili approcci e aperture di senso. Anzi sta registrando il potenziamento, ancora una volta, dei modelli basati sul processo di ipotesi-modello-test-esecuzione-ripetizione, che si alimentano oggi di un nuovo feticcio, quello sottostante alla disponibilità massiva di dati.

La dittatura dei dati

Raffinate formule matematiche rincorrono il cambiamento, ricavano nuovi circuiti-corti. La data science supera i modelli storici perché poco accurati e poi li sostituisce con modelli più moderni, più cool (viviamo nel tempo presente, l’assoluto della nostra conoscenza), ma pur sempre sbagliati.

Alcuni protagonisti visionari dell’epoca dei dati (per esempio Chris Anderson, fisico e giornalista scientifico) ci spiegano che “basta la correlazione”. I fenomeni non contano più in quanto esperienza, accadimento, ermeneutica, in quanto narrazione; il punto è nel modo in cui i dati si rappresentano, nel come sono correlati. Si badi bene: la correlazione dei dati, non dei fenomeni stessi.

È questa l’illusione finale: il genere umano può smettere di acquisire esperienze dirette e finalmente utilizzare i dati senza prima ipotizzare che cosa dovrebbero dimostrare. Sarebbe questo il passaggio della soggettività del modello all’oggettività dello stesso. Il nuovo data-scienziato può prendere i numeri, lanciarli in enormi spazi di calcolo e lasciare che siano gli algoritmi a identificare quei pattern che il vecchio metodo sperimentale non era in grado di individuare.

Questa rinnovata modellazione implica che per capire come funziona la natura sia sufficiente immettere le sue coordinate di comportamento, ordinando cause-fatti-reazioni, e con questo linearmente racchiudere la vita in una sequenza ordinata di risposte prevedibili. È una sorta focus group digitale permanente; miliardi di dati si confrontano in continuo, formulando proprie certezze interpretative, senza scivolare nell’assurda e inutile ermeneutica umana. Con l’elevazione a filosofia del cambiamento, il circuito-corto diventa la nuova strategia del post-umano.

Al di là di paesaggi da science-fiction, saranno questi data patterns a regolare il presente nel futuro? Spurious correlations, un database online proposto da Tyler Vigen, si diverte a evidenziare l’incongruenza di quei data-for-certain. Offre una serie di correlazioni assurde tra elementi che non c’entrano nulla gli uni con gli altri, che si verificano negli Stati Uniti: ci dimostra che forse la correlazione non è tutto. Tra il 1999 e il 2009 le curve di rappresentazione grafica (le immagini) si sovrappongono, per esempio, nel caso della spesa pubblica statunitense in scienza, spazio e tecnologia e di suicidi per strangolamento; sono al 99% uguali tra consumo di mozzarella pro capite e numero di dottorati in ingegneria, tra tasso di divorzi nel Maine e consumo pro capite di margarina. Con Vigen scopriamo che i dati e i loro pattern di riferimento hanno un acuto senso dell’ironia, forse i dati apprezzano il grottesco e vogliono dirci qualcosa.

Il dato, una miope saggezza

Imprese grandi e piccole già trasformano questo grottesco data wisdom in tattiche operative di gestione del consumo, aspirano a sfruttare questo nuovo senso dei mercati per i dati. Purtroppo quelle imprese dimenticano che sono i loro saperi trasformati in oggetti d’uso e utilità a dare senso alla loro esistenza. Non si accorgono che dopo decenni di modelli globali (aziende globali hanno portato prodotti globali nel mondo globale) oggi la grande domanda, il vero successo, è nella località (il luogo di esaltazione delle differenze) portata nella globalità. Ma portare la differenza nel mondo significa valorizzare stratificazioni, processi prolungati e faticosi, circuiti-lunghi.

Probabilmente vale la pena di riflettere sul consiglio che Harford fornisce per evitare tutto questo: accettare la casualità e cominciare a fare errori migliori, andando avanti negli esperimenti, appunto spostando sempre i confini dell’esser-norma.

L’esperire è organico, resiliente, prospettico. La vita biologica deriva sempre da uno scarto dalla norma, produce una differenza, la ricchezza contraddice la riproduzione rassegnata dell’identico. Dobbiamo accettare l’idea che è dall’ibridazione delle esperienze che nasce la comprensione della complessità che ci circonda.

 

Photo by Nathan Anderson via unsplash.com

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Autore
Progettista di strategie, di piattaforme di ri-generazione culturale e di ricerca; la formazione e l’esperienza orientate alle forme ed alle pratiche della complessità sono le cifre di una biografia particolare. Era a Mosca quando è caduto il muro di Berlino, a Cape Town per la fine dell’apartheid; ha indagato in Bosnia, Corea del Nord, Islanda, Nuova Caledonia, Cina, Tanzania, i loro forti processi di trasformazione. Ha supportato, un po’ contribuito a cambiare, il mondo delle imprese italiane e degli oggetti, dei cibi e del benessere. Coordina diversi gruppi di ricerca e di sviluppo per l’innovazione nelle organizzazioni, nell’identità, nei processi, negli oggetti. Ha disegnato sistemi e prodotti con riconoscimenti di mercato e con premi internazionali. Tiene corsi in università ed enti italiani ed internazionali, testimonia a convegni e seminari il senso e la direzione dei cambiamenti sociali ed economici.
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