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Bonomi dà i numeri sul Reddito di Cittadinanza. Ma sono tutti errati

Bonomi dà i numeri sul Reddito di Cittadinanza. Ma sono tutti errati

Il Presidente di Confindustria a Napoli sferra l’ennesimo attacco al Reddito di Cittadinanza, questa volta supportato da numeri e statistiche errati. Con buona pace della stampa e dei telegiornali.

Il reddito di cittadinanza è una delle misure più discusse degli ultimi anni, ed ancora di più in questi giorni visto che il Governo sta modificando alcune sue parti.

Hanno fatto molto rumore le dichiarazioni fatte dal Presidente di Confindustria Carlo Bonomi al 36° convegno dei giovani imprenditori svolto a Napoli lo scorso fine settimana, in cui, oltre ad aver commentato positivamente la manovra proposta dalla Ministra Carfagna sulla proproga della decontribuzione per le aziende del Sud, il suo intervento si è concentrato in un attacco diretto al Reddito di Cittadinanza come ormai è solito fare dal momento del suo insediamento.

Come riportano l’agenzia Adnkronos, il Giornale, Libero, Repubblica – e tutte le testate nazionali e i telegiornali senza verificarne la veridicità – secondo Bonomi “i numeri ci dicono che il reddito di cittadinanza non sta funzionando” aggiungendo che “il reddito non sta funzionando né per la parte di contrasto alla povertà, che è giusto che ci sia, perché non sta intercettando gli incapienti del Nord e scoraggia fortemente le assunzioni al Sud, non va bene per la parte delle politiche attive del lavoro: con i navigator ci sono stati 423 assunti, nel triennio 2019-2021 sono stati stanziati 516 milioni. Vuol dire che ognuno ci è costato 400mila euro all’anno”.

https://www.youtube.com/watch?v=OvK0J7MUhbI
Le dichiarazioni del Presidente Bonomi sul Reddito di Cittadinanza. Ripresa anche dal sito del Sole24Ore

È interessante analizzare alcuni punti delle frasi di Bonomi per vedere se, numeri alla mano, abbia ragione oppure no.

Cosa ha detto Carlo Bonomi all’Assemblea dei Giovani di Confindustria

La prima questione sollevata è che il reddito di cittadinanza non abbia intercettato la povertà del Nord Italia.

Secondo i dati dell’INPS tra gennaio e agosto 2021 sono state coinvolte circa 800 mila persone e 400 mila nuclei familiari solo al Nord, con un importo medio di 474,91 euro a nucleo.

Il 27,9% dei nuclei richiedenti il reddito di cittadinanza vive al Nord, mentre il 54,8% al Sud; un dato che non dovrebbe sorprendere, condizionato dalla povertà, incontrovertibilmente più estesa nel Mezzogiorno che nel Settentrione e dalla evidente minor presenza di industrie e attività produttive.

È interessante inoltre osservare la percentuale di famiglie in povertà relativa con la persona di riferimento disoccupata, ovvero colui/colei che possiede il reddito più alto all’interno della famiglia.

Figura 1 – incidenza di povertà relativa familiare con persona di riferimento disoccupata (Fonte: ISTAT 2021)

Come si può osservare dal grafico, tra il 2018 e il 2019 il dato è diminuito notevolmente. Nel primo anno non esisteva il reddito di cittadinanza, mentre nel secondo sì. Anche nel 2020, anno della pandemia, il dato è diminuito al contrario delle possibili aspettative. Ciò è avvenuto anche grazie alle politiche di supporto alla povertà del governo come il reddito di emergenza.

È utile ricordare che i beneficiari del reddito di cittadinanza devono sottoscrivere un patto per il lavoro e ricercare un’occupazione, pena la sospensione del sussidio. Proprio per questo, tutti coloro che percepiscono il reddito di cittadinanza e che possono lavorare sono considerati disoccupati nelle statistiche. In conclusione, è proprio tra i disoccupati che si può vedere più facilmente l’effetto sulla povertà del reddito di cittadinanza.

Certo, la povertà rimane alta tra i disoccupati nel Nord, e proprio per questo si potrebbe decidere di stanziare più fondi per aumentare gli importi dei beneficiari e allentare alcuni paletti stringenti che non fanno avere l’accesso al beneficio ad alcune persone che sono comunque povere. Ma Bonomi sarebbe d’accordo?

“Il RdC crea disincentivo al lavoro”. Ma i posti vacanti sono sempre gli stessi.

Il Presidente di Confindustria inoltre afferma che il reddito di cittadinanza ha creato un disincentivo al lavoro nel Mezzogiorno. Anche questa dichiarazione non è corretta, ma se fosse vera sarebbe anche peggiore. In primis bisogna evidenziare che i cosiddetti posti vacanti, ovvero il numero assoluto di lavoratori ricercati ma non trovati dalle aziende, non sono aumentati né diminuiti durante l’introduzione del reddito di cittadinanza.

L’Istat fornisce solo i dati nazionali e non quelli regionali, ma il dato è chiaro:

Tasso di posti vacanti in Italia (Fonte: ISTAT 2021)

Nell’ultimo trimestre precedente all’introduzione del reddito di cittadinanza, ovvero il quarto del 2018, il tasso di posti vacanti era pari all’1,4%. Dal trimestre successivo, in cui è stato introdotto il reddito di cittadinanza, fino all’ultimo del 2019, il dato è rimasto esattamente lo stesso. Se il reddito di cittadinanza avesse disincentivato realmente i disoccupati, allora il dato avrebbe potuto subire uno shock che invece non si è verificato. 

Se Bonomi avesse ragione, significherebbe che le aziende offrono stipendi al di sotto dei 500 euro al mese

Ma se Bonomi avesse ragione e se i lavoratori fossero disincentivati ad accettare un’occupazione, allora questo sarebbe un grande problema: infatti, l’importo medio del reddito di cittadinanza al Sud è pari a 582,63 euro per nucleo familiare. Il disincentivo a lavorare si creerebbe solo se questo importo facesse concorrenza ai salari, ma a questo punto il problema non sarebbe il reddito di cittadinanza, bensì i salari troppo bassi. Ed è anche per questo che il reddito di cittadinanza può funzionare, ovvero perché mette le persone in condizioni di povertà in posizione di poter rifiutare lavori per qualche euro l’ora, e quindi di essere sfruttate solo per mancanza di altre soluzioni.

Un errore a due zeri: possibile che nessuno se ne sia reso conto?

Bonomi alla fine del discorso ai Giovani Imprenditori spiega che, grazie ai navigator, sono state assunte 423 persone e che ci sono costate all’incirca 400 mila euro ciascuno all’anno, per una somma nel triennio pari a 513 milioni di euro. Anche questa affermazione è priva di senso.

Infatti dai dati ANPAL dell’inizio del 2020 sono stati circa 40 mila i nuovi occupati che prima percepivano il reddito di cittadinanza. Insomma, qui l’errore sarebbe addirittura di due zeri.

Bonomi ha invece fatto una osservazione condivisibile: le politiche attive del lavoro non funzionano.

Leggendo le statistiche solo il 4,7% dei percettori che potevano lavorare aveva trovato un’occupazione prima della pandemia. Un dato troppo basso che fa pensare che stanziare un ulteriore miliardo non aiuterà i percettori, poiché, se il lavoro manca, qualsiasi politica attiva del lavoro non funzionerà: se si cercherà di formare i percettori del reddito di cittadinanza alla fine del processo avremmo una persona più preparata, ma probabilmente ancora disoccupata.

Vedremo dunque se quanto previsto dal Governo Draghi in materia di ulteriori investimenti sul Reddito di Cittadinanza come annunciato in occasione della sua visita a Bari, sarà supportato poi da una sostanziale riforma delle politiche attive a supporto del Reddito. A cominciare dalla tracciabilità sia di chi rifiuta l’opportunità, ma anche di chi la offre, in modo da evitare dei cortocircuiti per i quali certi stipendi sono meno appetibili del reddito.

L’unico dato certo è che, ogni volta che si parla di misure economiche, e in particolare del reddito di cittadinanza, si cerca di sferrare attacchi ideologici senza andare a vedere se ciò che si afferma è conforme alla realtà. È sbagliato giudicare il reddito di cittadinanza solo perché sui giornali si leggono interviste di imprenditori famosi che dichiarano la mancanza di manodopera per colpa di tale misura. Bisognerebbe cercare di basarsi di più su dati ufficiali pubblicati da enti istituzionali e fatti oggettivi rispetto a punti di vista soggettivi basati su circostanze nel proprio ambito specifico di lavoro o guidati da obbiettivi politici e ordini “di scuderia”.