Donne con disabilità, per loro il lavoro è un’altra barriera

Nonostante la Legge 68/99, il collocamento mirato e l’interesse per la diversity, c’è un 15% di donne con disabilità che non trova lavoro: il gap con gli uomini disabili è particolarmente ampio. L’esperienza di tre lavoratrici e le dichiarazioni di Zoello Forni, presidente di ANMIL

Donne, lavoro e disabilità: le mani di una ragazza in carrozzina incrociate sulle ginocchia

Facile dire “mancano lavoratori” o “ci sono tanti posti vacanti e poche persone pronte a occuparli”. Dietro questo mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro c’è di più di quanto si racconti. E per chi ha una disabilità, la situazione è ancora più complessa, nonostante la Legge 68/99 e il fatto che sempre più aziende oggi considerino la Diversity, Equity & Inclusion un “asset strategico irrinunciabile”.

Se poi si è donne, allo stigma della disabilità bisogna aggiungere quello che l’universo femminile sperimenta da anni. Come evidenzia Zoello Forni, presidente dell’ANMIL, Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro: “Il rapporto tra persone con disabilità e mondo del lavoro e il rapporto tra donne e mondo del lavoro sono già due realtà molto critiche nelle quali spesso chi cerca un’occupazione affronta enormi ostacoli. Ma quando a cercare lavoro è una donna con disabilità, tutto può essere ancora più difficile”.

Per capirne di più diamo la parola ai numeri, per poi passarla a tre donne con disabilità, che ci raccontano cosa vuol dire cercare lavoro partendo da una situazione svantaggiata.

Una precisazione: nel parlare di disabilità ci atteniamo allICF (International Classification of Functioning, Disability and Health) che indica non solo i fattori biomedici e patologici di una persona, ma anche le difficoltà rispetto all’ambiente circostante. Concetto ripreso dalla Convenzione delle Nazioni Unite (ONU) del 2006, che fa emergere come la disabilità non sia da considerare come problema solo di un gruppo minoritario, ma un’esperienza che tutti nell’arco della vita possono sperimentare.

Donne e lavoro, la disabilità accentua il gender gap

Stando al rapporto ISTAT Conoscere il mondo della disabilità del 2019 – a oggi il più aggiornato – e ai dati presentati dall’ANMIL durante il convegno “Sicurezza, lavoro e inclusione di genere” dell’8 marzo 2023, è occupato il 31,3% delle persone con disabilità in età lavorativa (ossia tra i 15 e i 64 anni). Con un gap rilevante tra uomini e donne: ha un impiego il 36,3% degli uomini contro il 26,7% delle donne. Considerando dunque la sola popolazione di disabili in età lavorativa, stimata intorno alle 700.000 persone, risultano occupati circa 120.000 uomini con disabilità e circa 100.000 donne disabili.

 

 

Per quel che riguarda la popolazione generale, secondo i dati diffusi dall’ISTAT nel marzo 2023, la ripresa dell’occupazione ha portato a un tasso di occupati del 60,8%, ma nel dettaglio si parla del 70,1% degli uomini contro il 51,6% delle donne, con un gap di genere del 18,5%. Se si va, poi, a confrontare il solo dato relativo alla popolazione femminile, il gap tra le donne che non presentano condizioni di disabilità e quelle con disabilità, vede una differenza del 24,9%: 51,6% contro 26,7%.

 

 

Oltre a questi dati ce n’è uno che preoccupa non poco: il 15,1% delle donne disabili in età lavorativa è alla ricerca di un’occupazione. Circa 50.000 donne che, come sottolinea l’ANMIL attraverso le parole di Franco D’Amico, esperto statistico, “vorrebbero contribuire all’economia nazionale partecipando attivamente al mercato del lavoro ma ne vengono praticamente respinte”.

Dal report ISTAT emerge anche un’altra percentuale che fa riflettere: il 45% delle donne con disabilità (rispetto al 23,1% di uomini) si trova in un’“altra condizione professionale”. Con queste tre parole si indicano le donne che hanno raggiunto i requisiti per la pensione, sono casalinghe o quelle che, ormai disilluse, hanno rinunciato a cercare un lavoro.

Volendo allargare l’orizzonte, la sensazione è che le donne disabili che vorrebbero lavorare siano molte di più del 15% di cui parlavamo. Senza considerare poi che su tutto questo, come ci ha raccontato Alessandra Pigliapochi, di 49 anni, vittima di un infortunio sul lavoro, può influire il fatto di diventare madri e di dover pertanto “accantonare il discorso lavoro” per dedicarsi alla famiglia, rimanendo così indietro dal punto di vista dell’esperienza e della formazione e trovando più difficoltà al rientro.

Dati fermi a prima del COVID-19. Che potrebbe aver peggiorato le cose

Come forse avrete notato, i numeri cui facciamo riferimento riguardano due momenti diversi: quelli sull’occupazione generale sono del marzo scorso, mentre quelli sulla disabilità risalgono al 2019 e di fatto risultano i più “recenti”. Eppure, nonostante si tratti di una fotografia risalente al periodo pre COVID-19, può dirsi piuttosto realistica. Anzi, la situazione potrebbe essere addirittura peggiorata, specie per le donne che, nel mondo del lavoro, sono state le più colpite dalla pandemia.

Bisogna inoltre ricordare che durante il COVID-19 sono stati sospesi gli obblighi di assunzione di persone con disabilità, per le imprese che hanno fruito degli ammortizzatori, per tutta la durata degli interventi di integrazione salariale, e questo può avere influito non poco sull’occupazione di chi parte con una situazione svantaggiata. Obblighi che, in base alla legge 68/99, prevedono per le aziende con più di 15 dipendenti l’assunzione di persone con invalidità lavorativa superiore al 45%: di una persona se l’azienda ha tra i 15 e i 35 dipendenti, di due se va dai 35 ai 50, e del 7% dei dipendenti totali e supera il numero di 50.

Dal 2018 inoltre le imprese tra i 15 e i 35 dipendenti hanno l’obbligo di assumere una persona con disabilità anche se non sono previste nuove assunzioni.

Dati diversi, mappature diverse: parola d’ordine disaggregazione

Sempre restando nel campo dei numeri, com’è emerso durante le ricerche fatte per questo articolo, il fatto che manchino dati aggiornati e aggregati è dovuto a diversi fattori. In primis il fatto che la stessa parola disabilità è un termine ombrello sotto cui rientrano casistiche disparate; in secondo luogo il già citato rapporto ISTAT del 2019 è l’osservazione più completa finora disponibile. L’ISTAT ha persino creato un portale dal nome Disabilitàincifre, che ha dati di non facile consultazione (proposti come tabelle) e non sempre aggiornati. Provando a cercare quanti fossero gli iscritti all’elenco unico provinciale ex L.68/99 al 31 dicembre quello che è emerso sono stati numeri relativi al 2011.

Un problema messo in luce anche da FightTheStroke – fondazione che supporta i giovani sopravvissuti all’ictus e con una disabilità di paralisi cerebrale – la quale, con OnData e Sheldon.studio, ha realizzato la piattaforma Disabled data. Obiettivo: aggregare i dati provenienti da fonti e piattaforme diverse e supportare chi vuole saperne di più con dashboard intuitive e facilmente navigabili.

Anche perché, come si ricorda sul sito, per valutare la condizione di disabilità si usano criteri differenti. L’INPS si rifà alle persone che ricevono misure assistenziali (pensioni di invalidità e altro), l’INAIL si concentra sull’invalidità da lavoro, e l’ISTAT sui dati più generici e in base ad autodichiarazioni. A questa pluralità di fonti si aggiunge l’Eurostat, che fa comparazioni tra i vari stati europei mentre l’ISTAT si concentra sulle differenze regionali.

C’è da dire che nel 2022 si era andati nella direzione di creare delle nuove linee guida in materia di collocamento mirato delle persone con disabilità, e insieme a queste la banca dati del collocamento obbligatorio (di cui si era già parlato nel 2015 con il Decreto Legislativo 151). L’obiettivo era raccogliere le informazioni relative ai datori di lavoro pubblici e privati soggetti all’obbligo di assunzione e ai lavoratori interessati, facendo confluire le informazioni delle aziende, degli uffici competenti, dell’INPS, dell’INAIL e delle Regioni e province autonome di Trento e Bolzano.

A oggi, di questa banca dati, cercando sul sito del ministero del Lavoro, non abbiamo trovato traccia.

Ogni anno circa 2.000 donne diventano disabili da lavoro

Secondo la banca dati INAIL, invece, sono circa 2.000 le donne che ogni anno diventano disabili da lavoro; che subiscono cioè una menomazione di particolare gravità (di grado compreso tra il 16% e il 100%) e hanno pertanto diritto a un sostegno particolare, compreso quello economico continuativo di una rendita vitalizia. Tale disabilità avviene a causa di un infortunio o malattia professionale.

Un numero da non sottovalutare”, ha precisato Zoello Forni dell’ANMIL, “soprattutto se si pensa che le donne generalmente non sono occupate nelle attività ad alto rischio infortunistico, anche in modo più ampio del passato. Oltre al trauma dell’infortunio e ai suoi risvolti nella vita quotidiana, vanno spesso incontro a gravi difficoltà di reinserimento nel mondo del lavoro, che purtroppo si sommano alle discriminazioni radicate nella nostra società”.

Al 31 dicembre 2021, i disabili da lavoro erano circa 533.000; di questi oltre 78.000 erano donne. Detto in percentuali: l’85,4% degli uomini contro il 14,6% di donne. La stragrande maggioranza di esse – circa 68.000 pari all’86,8% del totale – è stata vittima di un infortunio, mentre 10.000 derivano la loro disabilità dalla malattia professionale.

Alessandra: “Tra l’età, l’invalidità e l’essere donna è tutt’altro che semplice”

Alessandra Pigliapochi, romana, classe ‘74, è una disabile da lavoro a causa di un incidente avvenuto a 32 anni. La sua storia potrebbe somigliare a quella di tante: cerca un lavoro ben preciso, non lo trova e “per il momento si accontenta”.

Trasferitasi da Roma a Terni, dove c’erano già i genitori, non aveva fatto i conti con la città più piccola e prettamente industriale, che non offriva molto per chi come lei aveva un diploma e un’esperienza da amministrativa.

“Non trovando altro, decido di tentare in una piccola fabbrica metalmeccanica. Insieme a tre donne vengo assunta per lavorare part-time: il datore di lavoro aveva ottenuto un appalto per un’acciaieria.”

Alessandra è giovane e si butta: “Non sapevo che cosa fosse la sicurezza, l’unica cosa di cui ero a conoscenza riguardava le scarpe antinfortunistiche. Feci una chiacchierata di un’ora con l’allora responsabile della sicurezza e finì lì”. Lei e le colleghe sono nuove a tutto questo e vengono messe a lavorare con un macchinario che pressava le lamiere d’acciaio, che non solo non aveva delle fotocellule per impedire alla pressa di andare giù, ma era spesso in manutenzione. “Rimanevamo a casa mentre veniva aggiustato per poi tornare quando pensavamo fosse tutto a posto. Ci fidavamo e affidavamo”.

Finché un giorno la macchina le schiaccia tutte e due le mani, per fortuna “scendendo piano”: “Ho subito un intervento di cinque ore, allora erano i primi casi di ricostruzione delle mani. Attualmente le posso usare, sebbene non al 100%; dopo tanto tempo al computer mi tirano i tendini, ho problemi di artrosi e non ho la mobilità di una volta”.

Alessandra non ha ancora avuto un risarcimento dal datore di lavoro, che ha dichiarato fallimento, e nel frattempo, dopo avere cominciato a riprendersi fisicamente e psicologicamente, ha cercato lavoro.

Per diversi anni è stata così disperata “da essere disposta a lavorare in un bar o un ristorante, nonostante nelle mie condizioni fosse molto rischioso”. Quando torna a Roma trova un impiego per due anni, finché non resta incinta e accantona la questione lavoro. Dopo diverso tempo si rimette in cerca, ma trovare qualcosa non è affatto facile, nonostante rientri nelle categorie protette e abbia un’invalidità del 41%.

“Finora ho ricevuto solo due chiamate e in una mi è stato chiesto quanti anni avessi: ‘Cerchiamo una persona di 40’, mi è stato detto, ed è finita lì. Trovare lavoro alla mia età non è facile, anche se ho esperienza come segretaria devo dimostrare di avere fatto corsi di aggiornamento, cosa che sto facendo, ma se non lavori subito, la freschezza la perdi. Per un’azienda conta che tu abbia le competenze che richiede, non cambia molto l’essere iscritta o no a una categoria protetta. Non basta una legge, purtroppo siamo in una società che crea limiti come quello dell’età, per cui alla soglia dei 50 anni, come me, ti senti finito e pensi: ‘è colpa mia?’. Per le donne spesso è ancora più difficile”.

Luciana: “L’importante è formare il più possibile”

La storia di Luciana Serra, 53 anni, della provincia di Milano, inizia con un infortunio mentre lavora come operaia in un’azienda che produce insalate miste. Ha 27 anni e in tasca un diploma da ceramista decoratrice. Dopo un periodo in un laboratorio, è alla sua seconda esperienza.

L’azienda aveva acquistato una macchina di seconda mano che, nonostante fosse certificata come funzionante, non aveva i sistemi di sicurezza adeguati.

“Quel giorno avevamo tanto lavoro, io mi stavo occupando delle vaschette da confezionare con la pellicola. A causa di un malfunzionamento, il cellophane usciva dalle guide e, nel sistemare la macchina, ho avviato il nastro trasportatore, non sapendo che non ci fossero i sistemi di sicurezza. Ho così avviato anche le ganasce e il pannello mi ha schiacciato la mano bruciando tutti i capillari. Ho chiesto aiuto alle colleghe che non sapevano dove mettere le mani; sono rimasta così 15 minuti così, fino a che a sbloccare la situazione non è stato il magazziniere dell’azienda accanto”.

Dopo 20 giorni di camera iperbarica per cercare di far defluire il sangue alla mano, Luciana ha dovuto amputarla perché era andata in cancrena. L’azienda è stata denunciata, e mentre andava avanti la causa (che ha riconosciuto la colpevolezza del datore di lavoro), Luciana è rimasta incinta.

Nel frattempo ha continuato a lavorare nell’azienda, che era passata di proprietà, svolgendo il ruolo di addetta alla contabilità. “Ho imparato un mestiere nuovo, ho scoperto una passione. E così, dopo questa esperienza, ho iniziato a fare corsi di aggiornamento nel settore amministrativo”.

Ripercorrere il curriculum di Luciana non è semplice perché è ricco di esperienze, ma possiamo dire che, tranne nel periodo in cui la figlia era piccola e qualche anno di disoccupazione, ha sempre lavorato, facendo esperienze di stage, lavorando per varie aziende, per il Politecnico, per una cooperativa grazie agli Sportelli ANMIL, fino ad arrivare a oggi, con un contratto a tempo indeterminato in un’azienda vicino casa (dove lavora al back office commerciale) ottenuto grazie al collocamento mirato (ha un’invalidità del 60%).

Il fil rouge delle sue esperienze è comunque la formazione. “Mi sono orientata nel settore amministrativo, sia con corsi autofinanziati che gratuiti, e grazie all’ultimo propostomi dall’AFOL di Melzo sulla versione più recente di SAP (software gestionale, N.d.R.) ho trovato il mio attuale lavoro. Credo che essere iscritta alle categorie protette mi abbia aiutato, ma ancora di più lo spirito d’adattamento e la voglia di fare. Oggi lavoro in questo settore senza un diploma in ragioneria e la mia età non è mai stata un deterrente. Quel che conta è aumentare le proprie conoscenze: le aziende, a parte l’obbligo dettato dalla Legge 68, guardano al pacchetto che hai nel cv. Ecco perché secondo me bisogna aiutare le persone a essere formate il più possibile”.

Sabina: “Servono aiuto e orientamento. Le agenzie non mi chiamavano quasi mai”

Sabina Cipriani, 52 anni e mamma di un bambino di 10, lavora in ANMIL al Numero Verde dal 2017, ma per lei trovare un impiego non è stato facile.

La sua non è una disabilità da lavoro, Sabina è albina: “Ma è un discorso oculare, ho il fondo dell’occhio chiaro e mi dà fastidio la luce del sole. Ho una riduzione della vista, devo mettere gli occhiali, non guido la macchina e mi devo muovere con i mezzi. Questo ha fatto sì che non potessi propormi per determinati lavori e fossi limitata”.

Laureata in Lettere con il sogno dell’insegnamento, ha cercato per diverso tempo finché non si è iscritta alle categorie protette (ha un’invalidità civile del 60%), ma nell’immediato non le è servito a molto: “Ero iscritta a varie agenzie, ma non mi chiamavano quasi mai. Nonostante il collocamento mirato non sapevo dove andare, come muovermi, come fare colloqui, finché non sono arrivata in ANMIL, dove ho fatto un periodo di prova e sono stata assunta. Posso dire che se è vero che una persona che non ha problemi può adattarsi, chi si trova in situazioni simili va di certo seguito e guidato”.

 

 

 

Photo credits: informareunh.it

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