Dello squisito ragù napoletano.

Pizza o ragù di progetto?

Un napoletano racconta la sua visione dello straordinario mondo del project management attraverso la ricetta del ragù così come si fa a Napoli.

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La domenica a Napoli è ragù. Lo è, lo è sempre stato e lo continuerà a essere. Il ragù, o meglio, per dirla alla napoletana, o’rraù, questo sugo di carne e pomodoro al quale i napoletani sono legati da una lunghissima tradizione, ci racconta tanto, non solo sotto l’aspetto strettamente culinario e gastronomico, ma anche – sorprendentemente – sotto il versante organizzativo e gestionale, con particolare riferimento ai metodi e alle pratiche di project management. Eh sì! Nella preparazione del ragù napoletano, da non confondere con l’altrettanto buono e famoso – ma più global – ragù bolognese con la carne tritata, si sprecano similitudini, analogie e parallelismi con il sempre più invadente mondo del lavoro per progetti.

 

La ricetta del ragù. Di progetto

Il ragù napoletano non è un piatto propriamente ordinario: porta con sé la straordinarietà tipica della natura più intima dei progetti che animano la palpitante vita aziendale. Il ragù è straordinario perché, proprio come i progetti, non appartiene alla sfera della routine quotidiana. Il ragù a Napoli non è una semplice portata inserita nel menù domenicale. Il ragù a Napoli diventa un evento celebrativo con un forte retrogusto rituale. Si consuma esclusivamente di domenica, anche se il suo scope, per dirla con gli americani del PMI (Project Management Institute), a onor del vero, comprende anche il sabato e il lunedì, come d’altronde conferma Eduardo nei suoi memorabili tre atti in Sabato, Domenica e Lunedì.

Insomma i progetti come il ragù hanno un prima, un mentre e un dopo. Fasi in cui il ciclo di vita tecnico e quello gestionale si sovrappongono e richiedono al PM di turno preparazione tecnica e visione d’insieme. Chi è il Project Manager del ragù? Quali competenze e certificazioni deve possedere? A Napoli non si discute su chi deve essere in charge. Attenzione che non basta lo status di moglie, tutt’altro! Da organigramma familiare è senza ombra di dubbio la nonna, meglio se nelle vesti di suocera. Il compito e il ruolo richiedono l’esperienza di chi sa che il successo dell’iniziativa non è confinato alla mera esecuzione della ricetta. Non è solo questione di conoscenze di processo, ma si tratta piuttosto di capire il momento: capire quando è tempo di ragù di progetto.

Questo autoritario quanto autorevole PM familiare conosce bene il segreto del successo: fiamma lenta. Il ragù, come si dice a Napoli, addà pippià. Pippiare è forse intraducibile. È un termine onomatopeico che sta a indicare il suono che le bolle d’aria che si formano in superficie fanno quando si rompono; è del tutto simile a quello prodotto da chi tira una boccata di fumo dalla pipa. In italiano il termine che meglio si avvicina è: sobbollire. Ma pippiare è di più! È quel processo di project integration che consente ai diversi pezzi di carne posti sul fondo della pentola di rilasciare il proprio “contributo” amalgamandosi al meglio. Ecco, diversi pezzi di carne, proprio come diverse sono le competenze e le professionalità riunite intorno al progetto: IT, HR, MKTG, Sales… Tutte convocate e messe insieme a pippiare in sala riunioni!

 

Il tempo necessario: ragù vs pizza

Fiamma dolce! Fiamma bassa! Fiamma lenta! Serve tempo! Servono ore: i più integralisti arrivano a farlo cuocere per otto ore!

Il vero problema è che, oggi come oggi, in azienda il tempo di far pippiare i progetti proprio non c’è, anche se il management racconta sempre di più della voglia e necessità di fare ragù di progetto! Il time to market urla di alzare la fiamma. Le esigenze politiche impongono tempi troppo stretti e costretti. Così un giovane PM alza la fiamma e… si azzecca tutte cose! Addio ragù di progetto. Addio progetto.

Ecco che c’è bisogno di esperienza, e chissà, forse anche di qualche capello bianco. Peppino Marotta, l’autore de L’oro di Napoli, sosteneva che il ragù non si prepara, ma si consegue, si raggiunge come un successo, una promozione. Devozione e cura sono, tra gli altri, i principali ingredienti per preparare il ragù di progetto. Senza attenzione e amore si rischierebbe di cucinare solo carne c’à pummarola, come afferma Eduardo in una sua deliziosa poesia dedicata proprio al leggendario sugo rosso napoletano.

Ma se il ragù di progetto è così impegnativo, si capisce allora il perché di tante pizzerie. I dati delle Camere di Commercio ci indicano in circa 200.000 il numero di piazzaioli in attività: allora viva la pizza! Viva la pizza che può fare a meno della carne e dei tempi lunghi del ragù. La pizza è veloce. La pizza è agile. La piazza è “cantierabile”. Stendo, condisco, inforno e servo: 4/5 minuti. La piazza è customer oriented. A Napoli è alta e soffice. A Roma è sottile e croccante. A Bolzano è con wurstel e crauti!

 

A chi piace il ragù aziendale?

Il ragù non è veloce, ma di sicuro ha un profumo unico che invade e pervade tutta l’organizzazione. Il ragù è partecipato. Il ragù di progetto, mettendo al centro non tanto il Cliente quanto le Persone, difficilmente tradisce le più alte aspettative dei pretenziosi stakeholder di famiglia. E voi? Nelle vostre organizzazioni che fate? Preparate più ragù di progetto o siete intenti a sfornare pizze pronte all’uso?

No! Non rispondete, per amor del cielo! Astenetevi! Appellatevi al quinto emendamento invocando la facoltà di non rispondere. E poi, dopotutto, la domanda è mal posta. Fossimo stati in un’aula di tribunale al cospetto di un PM (che attenzione, non sta per Project Manager, anche se lavora su “processi” proprio come lui), il vostro avvocato difensore scatterebbe subito in piedi obiettando: “Signor Giudice la domanda è tendenziosa. È del tutto evidente che si vuole far dire al mio assistito quel che non pensa!”. Ammesso e non concesso che nelle nostre imprese, pubbliche e private, ci sia ancora la voglia di pensare, è chiaro ed evidente a tutti che parteggio per il ragù di progetto anche se, proprio come tutte le organizzazioni, non nascondo un debole per la pizza appena sfornata. Ma, perdonatemi, il ragù è ‘n’ata cosa!

Dal piccolo progetto formativo al grande progetto ri-organizzativo, dalle grandi fusioni alle mega confusioni, dalle vele di Scampia alla Nuvola di Fuksas fino ad arrivare all’ennesima NewCo con targa FS, non è solo questione di cottura. Non si può ridurre il tutto alla sola scelta degli ingredienti giusti, e neanche si può confinare l’azione al mero rispetto della dimensione temporale. I progetti, quelli con la P maiuscola, che con la loro realizzazione determinano significativi cambiamenti socio-organizzativi nella vita lavorativa e privata delle persone, non possono non pippiare, anche se la maggior parte degli stakeholder e la stessa situazione contingente richiedono soluzioni immediate in stile pizza.

Coinvolgimento, condivisione e partecipazione diventano un must-have sia che si tratti di formare sia che si tratti di riformare. Chissà la nostra Fornero come se la cava con il ragù?

 

Napoletano, classe ’72, laureato in economia, è docente di change & project management per prestigiose business school e corporate academy. Come libero professionista, fornisce consulenza diretta alle imprese in relazione alla gestione di progetti complessi. Progetti che ha direttamente seguito vanno da quelli formativi, allo start-up d’impresa, a quelli di sviluppo prodotto, a quelli organizzativi e di comunicazione. In occasione di eventi per big audience sviluppa “insoliti” format di riflessione manageriale e conduce workshop “out of the box” coniugando con efficacia formazione, comunicazione, management e piacevolezza senza mai perdere di vista rigore metodologico, concretezza e trasferibilità. I suoi workshop più fortunati sono “Project Mannaggiament” (2007), “Anima & Core Business” (2010) e “Incautamente Ottimista Piacevolmente Confuso” (2017). [ Guarda tutti gli articoli ]

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