Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Almeno mille manager espatriati l’anno

Non sempre però un’impresa prepara nel modo giusto un lavoratore prima di spedirlo all’estero
Almeno mille manager espatriati l'anno
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Prendiamo per esempio l’Angola. È il terzo mercato di destinazione dell’export italiano verso l’Africa Sub-Sahariana e ha buone opportunità di business per chi opera nei settori dell’energia e dell’agro-alimentare. Supponiamo allora che la vostra azienda voglia stabilire una testa di ponte a Luanda e che vi chieda di andare lì a lavorare per un paio d’anni. Che fate, accettate o no?

A Luanda un caffè costa 5 dollari, una pizza 25, un paio di jeans 250 e un appartamentino 7.000 dollari al mese. Secondo la classifica mondiale “Cost of living” della multinazionale della consulenza per le risorse umane Mercer, la capitale angolana è addirittura la città più cara del mondo per i cosiddetti expatriate, i lavoratori inviati all’estero per conto di un’impresa. La più costosa se volete mantenere gli standard di vita e di consumi a cui siete abituati. Dunque che fate? Ci andate?

Se siete ancora senza moglie e figli e lavorate in un’azienda non troppo grande che va all’estero per la prima volta sicuramente vi conviene, perché vi devono strapagare per invogliarvi verso una sede non certo particolarmente attraente. “Se parliamo di giovani il primo vantaggio è che possono farsi un’esperienza internazionale da spendere per la carriera futura. Comunque certamente la leva economica conta.”, commenta la Global mobility leader di Mercer Elena Oriani, “Noi facciamo consulenza alle aziende utilizzando anche l’altra nostra grande ricerca internazionale, il “Quality of living”, un indice che permette di misurare il differenziale rispetto alla qualità di vita a cui si rinuncia espatriando e che aiuta le aziende a monetizzare le difficoltà a cui va incontro il lavoratore”. Quindi “indennità di disagio” inesistente per le città che dominano la parte alta della classifica, Vienna, Zurigo, Auckland in Nuova Zelanda, Monaco di Baviera e Vancouver. Mentre la difficoltà di vita pagata sempre più profumatamente man mano che si scende nel ranking, come per la destinazione Chongqing in Cina che occupa il 142esimo posto soprattutto per l’elevato inquinamento atmosferico o per Nuova Delhi che sta giù al 154esimo.

Con le aziende che per risollevarsi o per continuare nell’espansione internazionale stanno puntando sempre di più sull’estero, cresce parallelamente il numero di manager e tecnici che vengono spediti via per due o tre anni. Si calcola che oggi siano 10 mila i professionisti italiani che lavorano in pianta stabile fuori dalle nostre frontiere. Ci si aspetta però un trend sempre più accelerato: almeno mille manager espatriati all’anno.

Non sempre però un’impresa prepara nel modo giusto un lavoratore prima di spedirlo all’estero. Una fotografia del comportamento aziendale l’ha appena scattata Eca Italia, società di consulenza per la gestione degli espatriati affiliata a Eca International, presente in 54 Paesi con un portafoglio clienti di 700 multinazionali. Secondo l’indagine Eca l’età più probabile per un’assegnazione internazionale di un professionista è tra i 35 e i 50 anni. Il 32% sono manager, il 26% junior manager, il 25% tecnici, il 17% top manager, il 40% ha i familiari al seguito, il 32% è single. Quasi uno su due, tuttavia, va all’estero come il classico dilettante allo sbaraglio visto che solo il 56% delle aziende intervistate prevede un percorso obbligatorio di preparazione del dipendente all’espatrio. Tra gli elementi tipici della formazione l’analisi del ruolo che si va a ricoprire, il perfezionamento linguistico, la descrizione del Paese estero con una visita in loco pre-incarico e, solo nel 9% dei casi, una preparazione per favorire l’integrazione culturale dell’expatriate.

Comunque la prospettiva economica è spesso allettante. Il 51% di chi va all’estero riceve un aumento del salario di base ancor prima della partenza. “Dal punto di vista professionale l’andare all’estero è comunque conveniente”, sostiene il presidente di Eca Paolo Iacci, “mentre da quello economico varia da caso a caso. Le aziende che sono alle prime armi nell’internazionalizzazione di solito, invece di affidarsi agli specialisti, puntano sul fai da te e così spendono più del necessario offrendo retribuzioni molto nutrite. Soprattutto le medie aziende, che a stento trovano la persona giusta e che, quando la individuano, la strapagano”.

Così, nel campione di imprese indagato da Eca, fioccano le indennità: quella di “espatrio”, quella per il “costo della vita” e quella di “disagio” che, in certe sedi “più difficili”, supera anche il 30% della retribuzione annua lorda. E poi, sempre secondo l’indagine Eca, ci sono i vari benefit. Il 95% delle aziende fornisce infatti l’alloggio agli espatriati, la stessa percentuale che si fa carico dei costi scolastici dei figli. Molte offrono poi assistenza sanitaria, soprattutto nei paesi con standard molto inferiori a quelli italiani. “C’è poi la questione previdenziale”, ricorda Iacci che è anche vicepresidente dell’associazione di direttori del personale Aidp, “Spesso, nelle aziende meno strutturate, senza l’aiuto di specialisti non si sa come affrontarla se la meta è un paese extraeuropeo non convenzionato”.

Nella corsa all’internazionalizzazione ci sono paesi target con appeal in declino ed altri che stanno aumentando la capacità attrattiva. “L’Europa continua ad essere una meta molto gettonata”, commenta Gabriele Ghini, managing director della società di cacciatori di teste Transearch, “ma se si esce dal continente le dinamiche sono in movimento. Il Brasile, per esempio, è sostanzialmente abbandonato e la Cina è in sensibile declino. Diventano mete sempre più interessanti, invece, il Vietnam e l’Indonesia e tengono molto bene Giappone e Stati Uniti. Per i manager, poi, conta parecchio il gradimento della meta da parte delle consorti. Per esempio Singapore è il paradiso delle mogli per i servizi ai bambini, la facilità della vita e l’ambiente internazionalizzato: se una donna la sperimenta non vuole più andarsene”.

Ed è proprio dall’esperienza di moglie di un expatriate che nasce il libro Vivere all’estero (Egea 2014) di Francesca Prandsteller, oggi docente di Organizzazione e Risorse umane alla Bocconi. È pieno di consigli pratici per chi sta emigrando ed è un salvagente per salvarsi dall’angoscia scoprendo come altri hanno affrontato gli stessi problemi.

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Autore
Partito con una laurea in matematica, insegnando nei licei e all’università, la sua passione è però sempre stata la scrittura e il giornalismo. Da freelance ha cominciato con Il Manifesto, poi Il Mondo, Capital, Gente Money e, dall’88, Corriere Della Sera, per il quale, nel 2005, ha ideato le pagine Economia & Carriere (ora Trovolavoro) pagine in cui, dal 2008, cura la Rubrica Giovani all’estero. Ha pubblicato Addio per sempre? (Italic Digital Editions, 2013/2015) ed è coautore di Letteratura per manager (Etas, 2008), Le aziende invisibili (Scheiwiller, 2008), tutto Lavoro 2002 (Etas), Lavoro in affitto (Zelig, 1999).
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