Il ritorno ad antichi mestieri

Riapriamo bottega! Come hanno fatto Alessandro e Luca, due cugini di 27 anni che cinque anni fa hanno deciso di riprendere il mestiere che era del nonno, quello del coltellaio. È così che a Scarperia, antico borgo nelle colline fiorentine dove si forgiano lame dal ‘500, hanno aperto il loro laboratorio, in cui un giorno […]

Riapriamo bottega! Come hanno fatto Alessandro e Luca, due cugini di 27 anni che cinque anni fa hanno deciso di riprendere il mestiere che era del nonno, quello del coltellaio. È così che a Scarperia, antico borgo nelle colline fiorentine dove si forgiano lame dal ‘500, hanno aperto il loro laboratorio, in cui un giorno intero di fuoco e sudore non basta per far nascere un coltello.

Sono più di 1.400.000 le imprese artigiane in Italia e il loro contributo in termini di valore aggiunto supera i 150 miliardi di euro (secondo uno studio dell’Università Bocconi). Non sono realtà a grande capacità occupazionale (2,2 la media degli addetti), ma il vero valore è dato dal patrimonio  culturale del saper fare italiano che esse rappresentano e che ha sviluppato quelle eccellenze che il mondo ci riconosce.
Sto parlando della lavorazione della seta nel comasco, dell’arte orafa nell’aretino, della ceramica faentina e di molte, moltissime altre piccole realtà che si sono sviluppate anticamente in alcune zone favorevoli e hanno fatto in passato la fortuna e il benessere di un territorio.

Oggi andare a parlare con alcuni di questi artigiani è un viaggio malinconico, come porsi davanti a un monumento dimenticato alla mercé della lenta distruzione del tempo. La maestria non basta per sopravvivere in un mercato bramoso di avere tutto al minor prezzo possibile e che non vuole promuove la cultura del valore e il gusto di aspettare per veder nascere qualcosa di unico.
La crisi globale, poi, ha inferto un colpo micidiale al creatore di manufatti: il tasso di mortalità delle imprese artigiane è cresciuto a ritmi esponenziali negli ultimi anni, mentre le nuove iniziative diminuiscono per mancanza di risorse e per incapacità di uscire dal proprio piccolo centro e farsi conoscere e apprezzare.

Ma c’è chi non si arrende e senza confidare in aiuti dall’alto va avanti a testa bassa, umilmente, ma orgogliosamente. Come Maurizio che a Cervia ha ripreso in mano un mestiere le cui origini risalgono al ‘700 quando i contadini usavano ricoprire il bestiame con drappi recanti il medaglione stampato raffigurante S.Antonio Abate: le stampe romagnole oggi come allora si fanno con le stesse tecniche e gli stessi arnesi. Maurizio ci mette quindici giorni per decorare una tovaglia, lasciare asciugare e poi fissare il colore, ricavato dall’ossido di ferro impastato con farina e aceto di vino. Il risultato è un oggetto unico, che merita di essere tramandato in famiglia di madre in figlia come si faceva un tempo con i corredi.

È dunque prima di tutto una questione culturale quella che consente di cogliere la differenza sostanziale tra la creazione di un pezzo, di fatto unico, e la produzione di serie, necessariamente approssimativa e priva d’identità.
La debolezza dell’artigiano sta nel suo isolamento rispetto al proporsi in un mercato in continuo cambiamento, al far riconoscere il proprio valore, a passare il proprio sapere.  Insegnare un mestiere, trasmettere il talento che è nelle proprie mani può dare un contributo tangibile per salvare le attività artigianali di eccellenza dal rischio di scomparsa che le minaccia.

La Fondazione Cologni dei mestieri d’arte ormai da anni coinvolge enti, istituzioni, aziende e privati per appoggiare un progetto concreto e significativo, impegnandosi ad adottare un giovane artigiano, facendosi carico dei costi del suo tirocinio (per un importo complessivo di 5.000 euro) e consentendo così la trasmissione del sapere e l’introduzione al lavoro dei giovani. Questa settimana è partito il fund raising per l’edizione 2015/2016.
Jean Baudrillard diceva “la fascinazione dell’oggetto artigiano deriva dal fatto che è passato per le mani di qualcuno che vi ha lasciato un segno del suo lavoro; è la fascinazione di ciò che è stato ‘creato’ e che per questo è unico, dal momento che il ‘momento’ della creazione è irripetibile”.

Foto di Daniel Kevorkian

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