Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Assistenza spirituale al lavoro, più frequente di quanto si pensi

Intervista con Padre Natale Brescianini, il monaco 2.0 che sa coniugare l'ascolto interiore e la frenesia delle aziende
Assistenza spirituale in azienda, più frequente di quanto si pensi
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La vera identità di un’azienda si vede quando è costretta a tagliare le spese. Quelle manovre non solo fanno trasudare valori e disvalori ma, soprattutto, tolgono coperchi a pentole che finora avevano bollito nel silenzio.
Da poche settimane la Regione Lazio ha deciso di porre fine alla spesa annua di circa 25 mila euro per il servizio di assistenza spirituale che dal 2003 veniva offerto ai dipendenti della Giunta: una cappella interna e un sacerdote a disposizione. Il servizio ora resta attivo ma senza più l’obbligo di dover versare somme di denaro, almeno così garantisce il Presidente Nicola Zingaretti che si è impegnato con il Vicariato a cercare una formula alternativa al pagamento.

Se sul posto di lavoro serva o meno un’assistenza spirituale, senza entrare nel merito delle spese, lo chiedo a un benedettino “dalle tre anime”, come lui stesso si descrive. Padre Natale Brescianini è infatti un monaco camaldolese, un formatore e un coach professionista. Lui che ha sempre seguito la sua strada, quella della teologia, senza mai deragliare dalla strada comune degli altri, quella del lavoro e della tecnologia onnipresente. Non è da tutti, infatti, scegliere di concludere la propria formazione spirituale nel monastero camaldolese di Berkeley in California, lavorare poi come impiegato in un’azienda veneta e fare, fino a poco tempo fa, il Priore all’Eremo di Monte Giove in Provincia di Pesaro e Urbino. La sua storia insegna che il lavoro, qualsiasi esso sia, non ha bisogno di barriere e che nemmeno il monaco vuole più pregare e basta.

La spiritualità si porta in azienda o è già lì dentro, basta solo tirarla fuori?
Sembra strano, azzardato oppure ci fa storcere il naso parlare di spiritualità dentro il mondo del lavoro; eppure da alcuni anni questo tema richiama sempre più interesse, sempre più sensibilità. La notizia della Regione Lazio ci dice che noi cattolici abbiamo ridotto tutto ai soli sacramenti. Io penso che serva di più muoversi ad uno stadio precedente. La spiritualità è in grado di emergere solo se c’è una reale partecipazione, un’intesa attiva. Pensiamo all’Ospedale di Bologna che si è affidato ad un monaco tibetano; a me nasce una domanda: perché un ospedale italiano si è rivolto ad un monaco orientale?

Quanto si può andare in profondità sul posto di lavoro?
In teoria non ci sono limiti, basta solo trovare il modo giusto. Serve però una scintilla e, alla fine, ciò che fa la differenza è la ricaduta sull’ambiente di lavoro. Ognuno di noi può formarsi da solo, imparare a meditare, sviluppare una propria sensibilità spirituale e di per se’ va tutto bene ma se parliamo di clima aziendale soltanto col dialogo tra i dipendenti e i loro responsabili, fin su ai vertici, è possibile dare un senso all’andare in profondità e fare in modo che abbia un senso per l’interesse comune. La vera bellezza, al lavoro, sta nello scambio tra le persone.

Proviamo a calibrare questo bisogno interiore di assistenza sui diversi livelli aziendali.
Per esperienza posso dire che il desiderio è forte su tutta la scala dei ruoli ma mi accorgo che più cresce il peso della responsabilità più si vorrebbe un confronto su questioni che vanno al di là delle semplici decisioni o attività quotidiane. Dopo una giornata insieme ai dipendenti di un’azienda e al loro capo, non li lascio mai soli a se stessi. Quello è il momento ideale per trovare la ricaduta dell’introspezione vissuta insieme ed è durante quei colloqui personali successivi che riesco a entrare in contatto con loro e a fare in modo che anche per loro sia lo stesso.

Quali aziende cercano di elevare il livello dei rapporti interni attraverso questa strada?
Non c’è una fisionomia particolare. Io ho lavorato con aziende di software per sistemi bancari, case farmaceutiche, musicisti a MTV, ospedali e parrucchieri. Quest’ultima esperienza è stata utile, molto rivelatrice. Se un professionista che sta tutto il giorno e tutti i giorni al pubblico non si tutela, rischia di farsi travolgere dalla vita e dalle lamentele dei suoi clienti e già alle prime ore del mattino si sente sopraffatto. A loro ho consigliato di iniziare la giornata senza tv, niente tg o lettura dei giornali, sempre troppo negativi, scegliendo invece una bella musica o una piacevole lettura in modo da usare quegli argomenti per deviare le conversazioni e spostare il dialogo dal mantra delle lagnanze a pensieri migliori. Esercitandosi funziona.

Nel 2006, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per la prima volta, inserisce la dimensione spirituale nel concetto di benessere.
Anche il benessere aziendale può passare di lì. Alla Bloomberg, una delle maggiori agenzie di stampa a livello mondiale, tra i benefits per i propri collaboratori possiamo trovare lo spazio e il tempo per la meditazione. Una certa modalità di intendere il valore della persona (homo oeconomicus) o lo scopo di un’azienda (massimizzare il profitto) ci risulta troppo limitativa; non sbagliata, ma insufficiente a dare ragione del nostro essere persone e del nostro lavoro quotidiano. La spiritualità è uno strumento che ogni persona dovrebbe coltivare per avere uno sguardo più ampio: è come essere uomini e donne in 3D, che vedono la realtà con una profondità e prospettiva diversa, proprio come quando andiamo al cinema e ci mettiamo occhiali speciali. La spiritualità è una dimensione trasversale e non può essere relegata ad una sola sfera.

Equilibrio sembra essere la parola chiave ma non è semplice associarlo alle relazioni professionali.
Chi risponde alle domande appartiene alla tradizione monastica benedettina che ha tentato di armonizzare le dimensioni del vivere quotidiano nel suo celebre motto: Ora et Labora (Prega e Lavora).
In realtà il vero motto benedettino è: Ora et Lege et Labora (Prega e Studia e Lavora), dove il termine più importante è proprio la congiunzione “et”: cioè il segreto è proprio tenere unite queste dimensioni. Mi piace declinare l’assistenza spirituale non solo ai dipendenti ma anche a chi ha alte responsabilità e lo suggerisco come un cammino quotidiano, non solo in caso di necessità. Evitiamo l’errore che facciamo con il nostro corpo: ce ne prendiamo cura quando sta male.

Ora, Lege et Labora: come lo attualizziamo per chi lavora di questi tempi?
La preghiera va intesa qui come il momento opportuno per saper “abitare le domande”.
Pensiamo ad una leadership che all’interno di un gruppo non fornisce le risposte ma tiene alto il tenore della domanda, per evitare che le persone siano schiacciate da emergenze, urgenze, imprevisti e quindi vadano in affanno.
La lettura è lo studio come strumento per nutrirsi di parole buone. Non dimentichiamoci che noi diventiamo le parole che ascoltiamo. Succede ciò che avviene con il corpo: se continuiamo a nutrirci con cibi tossici, ci intossichiamo e ci ammaliamo. Non dobbiamo mai contribuire ad intossicare l’ambiente relazionale in cui viviamo.
Il lavoro, infine, è la necessaria logica dell’allenamento e dello “scaricare a terra” pensieri buoni.
Un pensiero senza azione è sterile ma un’azione senza pensiero è priva di senso.

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Autore
Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Laureata in giurisprudenza, è responsabile della comunicazione in una grande azienda del settore ambiente dove da anni sviluppa anche progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR.
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