Quindicinale n.50, 7 giugno 2017

L’azienda non è una famiglia

Relazioni di lavoro e relazioni familiari: osservarne con onestà le differenze aiuta a cogliere molti significati
father and son
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Partirei da una premessa importante: spesso nelle aziende si creano dinamiche familiari.
E gli individui si attendono, a volte senza rendersene conto, quello che sarebbe lecito attendersi da un familiare ma occorre ricordare che gli obiettivi dell’una e dell’altra sono profondamente diversi.

Gli obiettivi dell’azienda e quelli della famiglia

In azienda l’obiettivo principale è il profitto. In famiglia è l’appartenenza, il riconoscimento affettivo.
Tutto questo, a mio modesto avviso, ha implicazioni profonde anche per l’argomento in oggetto.
L’amicizia in ambiente lavorativo ha senza dubbio un grande vantaggio: diminuisce lo stress e rende più vivibile il tempo passato lì dentro. Diverse ricerche hanno ormai dimostrato che un clima collaborativo produce risultati migliori rispetto ad un clima competitivo.
Perfino alcuni studi in biologia sostengono che la generosità e la cooperazione conducono al successo evolutivo.
D’altro canto, però, c’è da dire che amicizia e lavoro, per loro natura, hanno qualità difficili da integrare.
L’amicizia, forse ancor più dell’amore, è per definizione “disinteressata”, ovvero, nella sua radice più autentica, si basa su un sentimento incondizionato. I rapporti lavorativi sono invece, inevitabilmente, condizionati. Dai ruoli e dagli obiettivi.
Qualsiasi amicizia nata in ambiente di lavoro, anche con le migliori intenzioni, non può prescindere da quei ruoli, che restano comunque attivi, e da quegli obiettivi, i quali, rispetto ai soggetti, sono sempre esterni e mai interni.
I sentimenti che circolano tra le persone non possono modificare tali regole.

Facciamo alcuni esempi.
Anche in ambito familiare esistono compiti ed azioni.
Per cui è possibile, ad esempio, che un padre chieda al figlio “mi attendo questo da te”, Ma il figlio, in determinate circostanze, potrebbe rispondere “Non posso farlo. Ora ho bisogno della tua comprensione”. Una risposta del genere, in ambito familiare, è del tutto legittima.
In ambito lavorativo (pensate a due colleghi che collaborano ad un progetto, oppure un capo che si rivolge ad un subalterno) non lo è affatto, fino a farlo diventare, se ripetuto, un meccanismo disfuzionale sul piano organizzativo.

Il bisogno di distanza negli ambienti di lavoro

Nei rapporti umani autentici, l’essere prevale sul fare. In ambiente lavorativo dovrebbe essere vero il contrario.
L’amicizia (ed ancor più, l’amore) ha bisogno dei suoi spazi, e di alternanza tra vicinanza e distanza.
Ma cosa accade quando, in un rapporto di amicizia lavorativa, sarebbe necessario un momento di distanza ma dobbiamo avvicinarci a quella stessa persona “per ragioni lavorative”?
Pensiamo all’esempio, estremo ma ahimé non così infrequente, in cui l’amicizia (ed ancora più, l’amore) è in crisi, oppure è proprio finita. In quel momento la natura delle cose richiederebbe l’assenza di contatti e l’elaborazione del lutto (lontano dagli occhi, lontano dal cuore).
Ma la necessità di rapporti lavorativi, a volte anche stretti, entra in conflitto con la naturale elaborazione di quel processo. Con questo non voglio dire che amicizia e lavoro siano incompatibili ma solo che una “amicizia lavorativa” ha uno status molto particolare che richiama delle conseguenze che è meglio non ignorare.

Chiudo con un riferimento cinematografico, che mostra, a processi invertiti, quanto detto finora.
Nel film giapponese “Father and Son” il protagonista è un uomo di successo – almeno a livello lavorativo – che gestisce i rapporti con il figlio come se fosse in una azienda.
Il messaggio, del tutto esplicito, nei confronti del suo bimbo di 4 anni è “ sei un buon figlio” – che in termini affettivi corrisponde a “ti amerò”- solo se dimostrerai qualcosa – nella fattispecie, di essere un bambino coraggioso e determinato come lui.
Le circostanze della vita però, per quanto inverosimili, mandano profondamente in crisi questo approccio.
Lo mettono crudelmente a confronto con un modello di uomo opposto: perdente forse nella vita ma vincente come padre.
Ma lo confronta sopratutto con la realtà dell’amore, che è così drammaticamente differente dal suo modello “aziendalistico” da costringerlo a sentire, e riconoscere, l’amore, non solo anche quando suo figlio non è come vorrebbe, ma perfino quando non è nemmeno suo figlio.

Però per comprendere quest’ultima affermazione, dovete necessariamente vedere il film.

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Autore
Psicologo e psicoterapeuta. Ha conseguito il Diploma di specializzazione in Psicoterapia, presso l’Istituto di Psicodramma Analitico “Mosaico Psicologie”, Bologna ed esercita la libera professione di Psicoterapeuta, ad orientamento psicodinamico, da oltre 10 anni. In precedenza, ha lavorato in azienda per un decennio.
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  • Arshad Moscogiuri

    Anche se non ho visto il film, l’articolo mi è piaciuto e lo trovo coerente e sincero. In sintesi, i miei complimenti all’autore, soprattutto per non aver replicato il troppo spesso frequente e altrettanto ipocrita mood di buonismo aziendalistico che riempie pagine di scritti perlopiù inutili dedicati al team building e alla leadership aziendale, ma di averlo sostituito col buon senso pragmatico e non teorico, quello che si incontra agendo sul campo e non ipotizzando teorie a tavolino. Arshad Moscogiuri.