Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Essere un fundraiser grazie alla propria rete

Il pensiero di Stefano Malfatti, vincitore nel 2014 dell’Italian Fundraising Award e del Global Fundraising Awards
Essere un fundraiser grazie alla propria rete
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Rosario Fiorello ha raccomandato ai colleghi di prestare “occhio” agli eventi di raccolta fondi post terremoto di Amatrice. Ciò ci permette di accendere una luce sull’attività del fundraiser, specialista della raccolta fondi nonprofit, che vive perennemente immerso in due reti, una relazionale ed una professionale, e dalle quali è fortemente potenziato.

Figura professionale ancora lenta a svilupparsi da noi, è consolidata e riconosciuta nei paesi anglosassoni perché agevolata da una diffusa cultura del dono e dalla normativa. Il Centro Studi Philanthropy nel 2014 si è chiesto quanti fossero i lavoratori del settore in Italia lanciando, in collaborazione con Doxa e l’Associazione Italiana Fundraiser (ASSIF), il primo censimento con lo scopo di inquadrare il fenomeno. La ricerca ha evidenziato il lato rosa (64,7%), l’età media di 41 anni e l’alta scolarizzazione (48% laureati e 36% con Master e/o PhD). Professionista, il fundraiser, che si tiene aggiornato visto che il 70% degli intervistati ha svolto formazione nei precedenti 18 mesi pur lavorando in media da 7 anni e nonostante che l’82,1% di essi abbia frequentato corsi specifici. Il campione, composto da 1112 professionisti che a vario titolo lavorano nel campo, era formato per il 22% da free-lance.

Il fundraiser deve possedere conoscenze trasversali, dalla capacità progettuale alla comunicazione e marketing, dagli aspetti fiscali alla gestione delle risorse umane e, nonostante ciò, si vede costretto a barcamenarsi, oltre che fra le difficoltà intrinseche del lavoro e le richieste di riscontri monetari, fra la mancanza di giusti investimenti e la pretesa dei committenti di pagare a percentuale sul raccolto. 

Se si pensasse al fundraiser come ad un piazzista, capace di entrare in un’organizzazione portandosi dietro un campionario di donatori, ci si troverebbe lontani dal comprendere il lavoro che la professione richiede. Il suo impegno è quello di ricercare, attivare o riattivare quella rete relazionale già esistente, spesso ad insaputa dell’ente stesso, e formata da quelle persone, passate, presenti e future con cui si è avuto un qualsiasi tipo di contatto; persone dalle quali ricevere un riscontro che solo in modo riduttivo è monetario.

E’ per tale motivo che l’ASSIF contrasta la prassi della retribuzione a percentuale con la campagna zeroxcento quale pratica svilente per la categoria. Il professionista infatti lavora cercando di costruire legami fra i donatori e l’ente generando risultati anche nel lungo periodo spesso non quantificabili (si pensi alla reputazione) e anche dopo l’eventuale uscita del professionista dalla struttura.

Pur se la ricerca segnala un 9,9% del campione che lavora da solo, il fundraiser in realtà non lo è mai ed è un professionista che ha ben presente l’importanza della rete di cui è parte. Gli incontri fra colleghi e di formazione sono l’occasione per misurarsi, creare e consolidare reti lavorative, studiare buone prassi e ritrovarsi con esperti di portata internazionale come avviene annualmente al Festival del Fundraising di Lazise.

Giulia Barbieri e Veronica Manna, fondatrici di Non Profit Factory e professioniste del fundraising, concordano sull’importanza di essersi incontrate proprio grazie alla rete professionale dell’ASSIF. Essere parte di questa rete per Giulia è anche partecipazione attiva: “dai colleghi e soci apprendo molto, con loro mi confronto, e grazie a loro sono una fundraiser più consapevole. Per me essere parte di una rete di professionisti significa anche poter dare il mio contributo, cerco di valorizzare la nostra professione a livello locale e nazionale e cerco di diffondere la cultura del dono”. Veronica conferma: “Da soli è difficile fare questo mestiere: il confronto, il lavoro di squadra, l’aggiornamento continuo e la costruzione di una solida rete di contatti sono i pilastri del lavoro del free-lance. E’ entusiasmante dover affrontare sempre nuovi ambiti di operatività, lavorando con realtà diverse e con proprie peculiarità e dinamiche e anche dover essere di continuo aggiornati sui vari ambiti del fundraising. Il dipendente di un grande ente è iperspecializzato nel suo settore, il consulente deve invece spaziare a 360°. Questo è a volte abbastanza faticoso, ma se si è persone curiose e con una buona attitudine allo studio, diventa anche di grande soddisfazione.”

La rete di relazioni che un fundraiser deve saper costruire (dai rapporti con i direttivi ai fornitori, dai colleghi ai donatori) è frutto di mediazioni che si costruiscono sia con capacità personali sia grazie al proprio vissuto lavorativo.

Abbiamo chiesto quanto aiuti in questo la rete professionale di cui si è parte a Stefano Malfatti vincitore nel 2014 dell’Italian Fundraising Award e del Global Fundraising Awards ed esperto nazionale in lasciti testamentari: “Come tutti gli altri professionisti, l’attitudine, il talento, le capacità e la sensibilità, pur a parità di competenza, ti portano da un’altra parte rispetto agli altri. Secondo la mia esperienza è necessario condividere le proprie esperienze comunicandole a chi sa e vuole mettersi in ascolto. Ed è altrettanto necessario da parte nostra captare le tendenze che gli altri ci stanno suggerendo con la loro condivisione. Questo è un tesoro prezioso senza il quale i tanti riconoscimenti che ho ricevuto per la mia professione non sarebbero arrivati. Condivisione quindi è la parola d’ordine, dietro la quale c’è sempre una relazione.” Sull’importanza del team di lavoro afferma: “Non potrei lavorare al meglio senza essere inserito in un contesto altrettanto forte, che mi metta costantemente in discussione e che mi faccia fare delle scelte. La squadra è fondamentale anche perché ognuno, con la sua sfaccettatura e la propria interpretazione, integra e modifica gli orientamenti del gruppo. Sempre in maniera positiva.”

Il commento di Fiorello mette in luce come il fundraiser abbia una missione delicata non solo per l’impegno relazionale su cui si fonda ma perché il suo lavoro impatta con la necessità di rendere chiaro e trasparente l’impiego di quanto raccolto rispettando il volere del donatore.

Ma questo è ciò che ogni fundraiser impara per prima cosa nella sua professione.

(Photo credits: Sarathy Selvamani /unsplash.com)

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Autore
Laureata in Scienze della Comunicazione, con tesi sull’uso delle immagini emozionali nel mondo non-profit, è esperta di associazionismo, fiscalità e marketing del Terzo Settore. Da sempre attivamente impegnata nel non profit, ha lavorato a diversi progetti editoriali, didattici e di comunicazione di respiro nazionale. Speleologa, nel senso etimologico della parola, fa parte del comitato della rivista Opera Ipogea della Società Speleologica Italiana. Scrive gialli storici e collabora con la Dalia Edizioni come docente per corsi di scrittura, membro di giuria per concorsi letterari e soprattutto proof-reader. Di sé dice… curiosa come una scimmia.
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