Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Fondamentalmente stanchi

E' dall'imperativo della prestazione che dobbiamo riprenderci, non dalle ferie
Fondamentalmente stanchi
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Staccare la spina. Riposare. Rigenerarsi.

Servono a questo le vacanze, a giudicare dalle parole che si usano per motivarle agli amici e ai colleghi o per attestarne la riuscita, al ritorno. Ora è il tempo del ritorno dalle vacanze estive, le più lunghe di tutte, e molti noi – stando a TGCOM24 la metà di noi – provano sintomi vari riconducibili al post-vacation blues o sindrome da rientro. Primo tra questi sintomi secondo Michele Cucchi, psichiatra del S.Agostino di Milano, il senso di stanchezza. E i sintomi sono tanto più potenti quanto più la vacanza è stata lunga e piacevole.

Ma come? Siamo venuti in vacanza per staccare, per riposarci, per rigenerarci, e prima ancora di riprendere il lavoro siamo già stanchi, stressati e preoccupati. Quasi che la vacanza stessa, paradossalmente, invece che un antidoto alla stanchezza e allo stress fosse in realtà un veleno, che provoca stanchezza e stress. Non è così.

Uno studio realizzato presso l’Università di Bologna, citato qui, afferma che la sindrome da rientro colpisce anche le persone che in vacanza nemmeno vanno. Nel loro caso, dicono i ricercatori, l’ansia e la stanchezza deriverebbero dal pensiero di dover “affrontare amici e colleghi che vorranno condividere emozioni e ricordi delle ferie appena trascorse”. La sindrome da rientro, e la stanchezza che ne deriva, sembra quindi interessare chi è andato in vacanza al pari di chi in vacanza non ci è andato. Ma cosa avranno in comune queste due classi di umani? Quale genere di stanchezza (mudigkeit, tiredness) accomuna vacanzieri e non vacanzieri, proprio alla fine delle vacanze, e cioè nel periodo dell’anno in cui, chi per una ragione chi per un’altra, meno dovrebbero sentirsi stanchi?

Byung_Chul Han, in un breve saggio giunto nel 2016 all’ottava edizione, e a cui Isabella Gressner ha dedicato un cortometraggio intitolato Essay About Tiredness, ipotizza che la causa della stanchezza tardo-moderna, cioè la nostra, sia l’imperativo della prestazione. L’attuale società della prestazione, che rappresenta l’evoluzione della novecentesca società disciplinare fatta di fabbriche, prigioni e ospedali, prescrizioni e divieti, è una società positiva, in cui all’orizzonte, negativo, del dovere e dell’obbedienza si aggiunge quello, positivo, del poter-fare di un soggetto “imprenditore di se stesso”, libero di esprimere la propria autonoma progettualità e di assecondare la propria motivazione personale.

Rispetto all’ethos, della massimizzazione della produzione, comune alle due società, l’odierno soggetto di prestazione è più produttivo del soggetto di obbedienza. Ma alle nuove condizioni, liberate da vincoli disciplinari, l’imperativo a performare diventa totalizzante e la prestazione è sola e unica misura del se’ e della propria riuscita. Così la libertà di fare si trasforma nel suo contrario cioè in un obbligo. Non meno costrittivo in quanto auto-imposto: “l’eccesso di lavoro e di prestazione aumenta fino all’auto-sfruttamento”. Assolutizzazione della vita activa a scapito delle facoltà contemplative, questo fa la società della prestazione, e da questo deriva l’iperattività, la frenesia, la nevrosi dell’animal laborans tardo-moderno. Ci crediamo liberi in quanto attivi, ma non lo siamo, proprio in quanto (troppo) attivi: “Gli uomini attivi – scriveva Nietzsche in Umano, troppo umano – rotolano, come rotola la pietra, in conformità alla brutalità della meccanica”.

Nell’iperattivismo della società della prestazione, nel paradosso della libertà di fare e di realizzare se stesso, germoglia allora la stanchezza. Peter Handke ne distingue due tipi: la “stanchezza che divide” e la stanchezza “fondamentale”. La prima è quella patita da un io infartuato dal perdurante conflitto prestazionale con le proprie aspettative ed i propri concorrenti diretti; è solitaria e sfiduciata, come l’ansia da rientro, e quindi isola e pone contro; intrisa di paura di non farcela rende incapaci di fare, come la tristezza spinoziana.

La seconda è invece una quieta ispirazione al non fare, al tralasciare, al non dominare, che non deriva dall’esaurimento delle forze fisiche e spirituali ma, al contrario, da un risoluto e cordiale disarmo dell’io. E’ una stanchezza fiduciosa del mondo, che ”rende giovane”, dischiudendo il soggetto al circostante e alle sue infinite possibilità di rigenerazione.
Cosa farcene, realisticamente.

(Provare a) arginare l’imperativo della prestazione, che minaccia oggi anche le nostre vacanze e il nostro tempo libero (bikers, runners swimmers: quanti chilometri siete riusciti a fare questa estate?). (Provare a) coltivare la stanchezza fondamentale, come naturale disposizione a indugiare, a trattenersi dall’agire compulsivo, a contemplare. Il risultato sarà meno bisogno di vacanze e quindi meno problemi (sindrome?) di rientro. Perché “Tutto – conclude Handke – nella quiete della stanchezza diventa meraviglioso”. Come ben sanno quei privilegiati che stanchi ci sono nati.

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Autore
Professore di Organizzazione Aziendale e Gestione delle Risorse Umane all’Università di Modena e Reggi Emilia. Direttore del Master in Relazioni di Lavoro del Dipartimento di Economia, faculty member del Dottorato di ricerca internazionale in Lavoro, Sviluppo e Innovazione. Componente del Consiglio Scientifico e docente del Master in Organization & Human Resources di Bologna Business School, è inoltre componente del Comitato Scientifico della Fondazione Marco Biagi dove coordina Mode2 - Laboratorio interdisciplinare università-imprese dedicato alla digital transformation e i cicli seminariali Conversations on Labour Relations.
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