Quindicinale n.51, 24 giugno 2017

La formazione “collusa” che non ti aspetti

Quella formazione che non fa bene alla formazione. E da cui bisogna stare alla larga
La formazione "collusa" che non ti aspetti
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Considerato che la gran parte dell’efficacia, e quindi del risultato degli interventi formativi, si gioca intorno alla figura professionale del “formatore”, può essere utile richiamare un’idea proposta da Eugène Enriquez nel saggio “Ulisse, Edipo e la Sfinge. Il formatore tra Scilla e Cariddi”, pubblicato nel volume a cura di  Roberto Speziale-Bagliacca, Formazione e percezione psicoanalitica (Milano, Feltrinelli, 1980), in cui si enucleano, tra le altre, due tipologie di formatore: il formatore aziendalista-tecnicista e il formatore rivoluzionario-riformatore. Nel corso degli anni i palcoscenici della formazione sono stati ampiamente percorsi da queste ed altre tipologie di cosiddetti formatori.

I formatori aziendalisti-tecnicisti e i rivoluzionari-riformatori

I primi si sono proposti come gli alfieri del dogma aziendale, cercando di imprimere ai partecipanti il verbo indiscutibile con atteggiamento autoritario e a-dialettico. I secondi, i rivoluzionari-riformatori,  non hanno creato meno problemi al mondo del lavoro (soprattutto nel corso degli anni Settanta), entrando in aula con l’ipotetico scopo di liberare la coscienza di classe degli astanti, finendo invece per innescare distruttive conflittualità tra le persone e le gerarchie organizzative. Si potrebbe forse (oggi) dire che si trattava di una questione di distanza. Troppo vicini ai vertici organizzativi i primi formatori e troppo oppositivi e distanti i secondi. In ogni caso, entrambe queste figure non hanno compiuto un buon lavoro, nonostante insigni accademici fossero in quei tempi schierati sui due versanti a difesa dei due diversi approcci.

Negli ultimi anni ho avuto modo di sintetizzare i risultati di alcune ricerche sul campo che ho effettuato in ambito formativo, centrando l’attenzione su una problematica a mio avviso importante: le forme della collusione che possono manifestarsi nel formatore in rapporto con il gruppo dei formandi. Trattare della “collusione” può non essere semplice, né piacevole, essendo la collusione uno dei meccanismi più odiosi della vita di relazione e di gruppo. Nel nostro caso, cum-ludere non evoca l’idea positiva del “giocare insieme”, indicando ben altri significati: illudersi, far finta, ingannarsi vicendevolmente, interpretare falsamente una parte, mimare una partecipazione che è, invece, manipolazione strumentalizzante, fino al punto di condividere la manipolazione e di rendere il setting formativo una sorta di gioco delle parti. Un gioco delle parti che assicura a ciascuno la difesa del proprio assetto mentale e l’impermeabilità al cambiamento.

Chi si occupa di psicologia clinica, specie se applicata ai contesti ed alle dinamiche familiari, può vedere bene e presto l’emergere di queste dimensioni francamente nevrotiche nella relazione formatore-partecipanti. Le intese collusive inconsce – spesso basate su una sorta di fascinazione reciproca o su un patto di non impegno e non confronto – rinforzano facilmente i reciproci narcisismi accentuando quel rischio di una formazione de-formativa di cui ho trattato in diverse pubblicazioni. La collusione può far scattare il meccanismo gattopardesco in base al quale tutto cambia per rimanere identico a prima (o nulla cambia pur facendo finta che ogni cosa non sia più come prima). Le collusioni nelle coppie si manifestano il più delle volte tra soggetti cosiddetti “complementari” ma nella dinamica di gruppo esse possono avere mille sfaccettature diverse. Tra queste, in base alle mie esperienze, emergono le tipologie del “formatore-venditore” e del “formatore-evitante”, entrambi accompagnati dal fenomeno della sostanziale  negazione dell’identità e del ruolo del formatore.

I formatori venditori

Il formatore-venditore è una specie assai diffusa, seguendo la patologica idea che la formazione sia nulla di più di un prodotto-da-vendere. Autocentrato, iper-sicuro di se stesso, alieno da qualunque pensiero auto-critico, l’imbonitore delle folle si pone al centro e parla (di sé, di tutto, di niente) spesso riuscendo ad affascinare o, almeno, a confondere coloro che gli sono davanti. Si possono richiamare alcuni aspetti della psicologia dell’attore, sintetizzabili in questa dichiarazione di Paolo Poli: “Noi nella vita privata è tutto un baciarsi, un dirsi Caro, come sei bravo!, perché v’è l’insicurezza, il vizio dell’applauso…” (Poli P., “La moda nel teatro: un approccio psicosociale ad alcuni suoi problemi attraverso l’esperienza di un attore”. Ricerche di Psicologia, VI, 21, p. 269). E i formatori-venditori, che sono prima di tutto venditori di loro stessi, proprio questo fanno nei loro incontri: si elogiano, si esaltano, si gratificano, trattano i formandi come dei “clienti” a cui piazzare qualcosa, da far uscire contenti dall’aula, utilizzando qualunque modo: il divertimento fine a se stesso, l’ampliamento delle pause, la proposizione di esercizi inutili ma divertenti.

I formatori evitanti

All’opposto, il formatore-evitante giunge in aula in punta di piedi, si posiziona nascosto e difeso dal tavolo (meglio ancora se collocato su una pedana), accende il proiettore e compie la sua liturgia: una dopo l’altra scorrono le slide come se si attuasse una nuova, moderna, forma di docenza ex cathedra, con il formatore psicologicamente posto al di sopra e lontano rispetto ai partecipanti, in virtù dell’esercizio del potere di parlare e di non rispondere, non intervenire, non partecipare. La presenza-assenza del formatore si visualizza nel fatto che i partecipanti sono del tutto lasciati a loro stessi, privi di stimoli e di feedback, abbandonati in una sorta di vuoto penumatico in cui ognuno naviga in solitudine.

Mentre la tipologia del formatore-venditore ha alla base il narcisismo e l’auto-compiacimento, la tipologia del formatore-evitante si accompagna all’elusione ma anche all’aggressività (implicita), ed entrambe fanno riferimento a quelle condotte di narcisismo distruttivo così diffuse nel mondo di oggi, che si manifestano in sostanza nel non riconoscere la presenza psicologica dell’altro. Ci si potrebbe chiedere, infine, se sia davvero possibile imbattersi in “formatori” di queste tipologie. Nonostante le centinaia di migliaia di pagine dedicate alla formazione, e considerati i tanti esempi postivi che naturalmente vi sono, devo dire che la risposta, al di là di ogni wishful thinking, non può che essere positiva.

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Autore
Andrea Castiello d’Antonio, nato a Roma nel 1954, è consulente di gestione e sviluppo delle risorse umane e professore straordinario di psicologia delle organizzazioni e clinica presso l’Università Europea di Roma. Autore di 17 libri e circa duecento articoli, si occupa di counseling e coaching, psicologia applicata al lavoro, consulenza manageriale, valutazione e sviluppo del potenziale. Esperto di psicologia dell’aviazione e di psicologia militare, è consulente editoriale e specialista per l’adattamento italiano di test psicologici. In campo clinico si occupa di diagnosi psicologica e psicoterapia manageriale.
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  • Ilaria Angelicchio

    Non avevo mai pensato in questi termini alle varie categorie dei formatori, anche se li ho riconosciuti nel leggerne le caratteristiche (specie i venditori e gli evitanti).

    Vorrei condividere la mia esperienza rispetto al fatto che a volte questo lavoro può essere complicato, anche se si è ripagati dall’entusiamo e dall’energia che l’apprendimento è in grado di sprigionare (l’apprendimento dei partecipanti e il proprio).
    Ogni giorno si incontrano esigenze diverse, non sempre armonizzate con gli obiettivi dell’azienda; ci si può trovare ad intervenire in contesti che danno informazioni caotiche e incoerenti ai collaboratori (i vari “predica bene e razzola male” dalla leadership, ma anche la “leggerezza” gestionale che comunica poca cura/interesse); quasi tutti i giorni ti imbatti con qualcuno che vuole usare la formazione come “commodity” o ha aspettative irrealistiche: “hai delle regole/tecniche per la gestione del tempo? così le applico da domani e faccio felice il mio capo” “Insegna al mio collaboratore ad essere più proattivo”, “Foma i miei manager ad assumersi le responsabilità (ma non troppo eh… se no io perdo potere)…possibilmente in 6 ore, meglio se non continuative, e spendendo poco. Facciamo nulla dai! Ce la fai per domani?”.
    In più è un lavoro in evoluzione grazie alle tecnologie e quindi sei tu stesso in una evoluzione o, quanto meno, in un interrogarti sul tuo ruolo.

    Occuparsi di formazione dal mio punto di vista richiede onestà intellettuale, impegno mentale ed autocritica continua: sei continuamente nell’ascolto e nel confronto. Non è facile, o almeno per me non lo è.
    Lo trovo arricchente e faticoso al tempo stesso; ma molti colleghi non amano molto parlare del lato faticoso del nostro lavoro per paura di risultare meno simpatici/meno guru/meno convinti/meno tutto. Preferiscono vendere le loro ricette, a fare contenti i vertici delle aziende o i partecipanti anche se sanno benissimo che non funziona. Ma è meno faticoso e vanno avanti.

    E così alla fine rimaniamo un po’ soli, con pochi (pochissimi) colleghi con cui confrontarsi davvero.