Varnish

Quindicinale, Numero 65 – 13 giugno 2018

Generazione Freelance

La differenza fra "essere" liberi professionisti e "fare" i liberi professionisti è stata oggetto di discussione a Nobìlita, il festival del lavoro. Eccone un resoconto
  • 16
  • 3
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    19
    Shares

Essere freelance è il modo giusto per indicare uno stile di vita, un modo di essere e di interpretare il proprio lavoro; un modo di scandire il proprio tempo, maturato in seguito a esperienze aziendali. Questa la tematica chiave del panel Generazione Freelance, moderato da Massimo Cerofolini, giornalista Rai, che ha visto tra i relatori, oltre al sottoscritto, Alberto Maestri, curatore della collana Professioni digitali per FrancoAngeli, Eleonora Voltolina de La Repubblica degli Stagisti, l’innovation designer Giorgio di Tullio, e il giornalista del Sole 24 Ore Gianni Dragoni. Ognuno dei relatori ha portato un punto di vista fatto non solo di esperienze personali, ma anche di numeri, dati, visioni del futuro.

Identikit del vero freelance

I freelance che approdano alla libera professione con la consapevolezza delle proprie capacità e professionalità, riconosciute loro da capi, colleghi e qualche anno di progetti con clienti, sono quelli che intraprenderanno il percorso in maniera strutturata: è questo che distingue un professionista, un consulente aziendale, da un semplice fornitore esterno. Accade in un ambito in cui l’improvvisazione è all’ordine del giorno, in cui tutti vorrebbero sentirsi liberi, ma pochi si ricordano di essere professionisti.

Esperienza in azienda

La sintesi perfetta del panel potrebbe essere questa: il vero freelance non replica fuori dall’azienda ciò che faceva in azienda. In primis perché, come suggerito da Alberto Maestri, e in secondo luogo da me, certe professioni evolvono. In più perché il freelance è condannato a innovare, sviluppare, esplorare nuove soluzioni. Il freelance non guarda indietro, sebbene l’imprinting aziendale sia fondamentale per chi vuole intraprendere la strada della libera professione.

Si tratta di un percorso obbligato, che permette al vero freelance di assimilare una cultura “ambientale” e un’esperienza che lo metteranno alla pari dei suoi futuri clienti; è fondamentale per conoscere i ritmi, le dinamiche, le gerarchie e i processi che regolano un’azienda. In questo modo, facendo una scelta – quella di essere freelance piuttosto che fare i freelance – si possono ottenere soddisfazioni, magari lavorando da remoto, riappropriandosi di una dimensione più umana del lavoro. Seppur dimenticandosi di lavorare in bermuda da una spiaggia tropicale, come tutti hanno avuto modo di rimarcare.

La mobilità responsabile

Non si è parlato di questo, ma piuttosto di attitudini dei lavoratori moderni. Costretti a focalizzare più progetti contemporaneamente, a lavorare in mobilità e quindi anche in ambienti non convenzionali come un bar, il vagone di un treno, un aeroporto; a dover persino gestire in maniera differente la pressione. Quante volte ci troviamo a dover prendere una decisione importante al telefono, mentre magari stiamo per imbarcarci al gate, oppure in una pausa tra un lavoro e l’altro?

La mobilità non è solo un vantaggio, è anche una grande responsabilità. Ci costringe ad accettare l’idea di poter essere sempre raggiungibili e di dover essere noi, freelance o dipendenti, a scegliere quando staccare. Altro tema venuto fuori dal confronto grazie agli stimoli forniti da Cerofolini: un freelance, ovviamente non può non formarsi. Una cosa è cambiare di change management, un’altra aver voglia di migliorarsi sempre, in maniera continua e costante.

Il dovere della formazione

Il mondo della formazione e della consulenza vive da anni sugli stessi casi (Airbnb, Uber, Tesla), alcuni dei quali superati, oltre che di furti di contenuti, quasi mai realizzati in prima persona. Un vero freelance, invece, spende di tasca propria per aggiornarsi e cercare contenuti che non ha nessun altro.

Al tempo stesso evita di essere continuamente autoreferenziale. Una cosa che ho apprezzato molto di questo panel è che nessuno dei relatori ha detto mai “io”. I freelance che parlano solo di loro stessi, e che a fronte della richiesta di esempi non nominano mai altri, sono i più pericolosi di tutti.

Libertà decisionale

Il vero freelance sceglie il suo cliente e il suo progetto. Se non c’è sintonia con il cliente o se il cliente vuole imporre il suo sistema, il suo metodo o i suoi strumenti, non ha bisogno di un consulente: ha bisogno di un capro espiatorio su cui riversare la responsabilità di un probabile fallimento. Non tutti i progetti sono adatti per tutti i freelance: se un freelance viene chiamato per dare una consulenza deve sentirsi libero di poter mettere in discussione il progetto stesso e proporre soluzioni alternative più efficaci.

Una grande responsabilità, quella di saper dire di no. Così come quella di saper preparare un piano B quando ancora non c’è un’emergenza; quando ci si può permettere di prendere delle decisioni con serenità, individuando gli strumenti giusti per promuoversi, per creare un personal branding efficace, intessere una rete di relazioni e fare investimenti su se stessi. Grandi o piccoli che siano.

 

Photo by fiordirisorse [CC BY-NC-ND 2.0] via Flickr. Photographer: Felicita Russo

Tags: , , , ,



Autore
Giornalista e curatore di contenuti per le imprese. Scrive per Rivista11 e per La Gazzetta del Mezzogiorno. Autore di "Facebook Marketing", "Content Marketing", "Facebook for Dummies" e "Local Marketing", tutti per Hoepli. Arbitro di calcio nel (poco) tempo libero.
Commenta questo articolo
  • Hai riassunto in modo eccellente dei punti nodali. La “responsabilità”, ma ancor prima, oserei dire, la “consapevolezza” piena di questa scelta, a cui tanti ricorrono in mancanza di assunzioni, è l’aspetto di cui meno si parla, mentre invece è il suo fulcro.