Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Pietro Ichino e il declino dei sindacati

C'è ancora spazio per i sindacati in un ecosistema globalizzato?
Il declino dei sindacati
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Perché i sindacati si indeboliscono, perché oggi non ha più molto senso il legame tra sindacato e partito tipico del secolo scorso, quale può essere il ruolo positivo del sindacato nell’economia globalizzata.

Lo abbiamo chiesto a Pietro Ichino, professore di Diritto del Lavoro, avvocato, deputato.

Gli iscritti calano, i giovani in particolare non hanno fiducia nei sindacati: quali sono i fattori, ambientali e di responsabilità diretta, di questa crisi di consenso?

Il fenomeno si registra in tutto l’Occidente industrializzato e i fattori che lo determinano sono molti: dal tramonto dell’impresa di tipo fordista alla personalizzazione dell’incontro fra domanda e offerta di manodopera e della negoziazione delle condizioni di lavoro, dalla globalizzazione dei mercati del lavoro alla concorrenza tra lavoratori di continenti diversi che ne consegue. In Italia a questi fattori se ne aggiungono almeno due: un dualismo più accentuato che altrove fra protetti dal sindacato nella cittadella del lavoro regolare ed esclusi, tra i quali la grande maggioranza dei più giovani; e la divisione tra le organizzazioni sindacali maggiori, di natura in parte politica, che appare largamente superata, comunque non più comprensibile dalla maggior parte dei lavoratori.

La politica sembra non credere più nel dialogo con le parti sociali e i sindacati non hanno più il potere contrattuale del passato nei confronti del Governo: quale potrà essere il futuro dei sindacati in Italia? la concertazione si può superare senza danneggiare i lavoratori?

La concertazione può costituire uno strumento utile e dare “una marcia in più” al Governo; ma a una condizione: che ci sia piena condivisione tra il Governo stesso e le associazioni sindacali e imprenditoriali circa gli obiettivi da raggiungere e i vincoli da rispettare. Se questa condivisione non c’è – come accade nel caso italiano oggi – la concertazione significa soltanto attribuire alle associazioni sindacali e imprenditoriali un potere di veto, che non giova certo alla necessaria incisività ed efficacia dell’azione del Governo.

Ferrera sul Corriere dice che il vero colpo di grazia al sindacato è arrivato dal processo di integrazione europea. È d’accordo? Mi spiega il perché?

Il sindacato confederale italiano si è costruito, negli ultimi sessant’anni, prevalentemente intorno alla contrattazione di livello nazionale. E questa contrattazione si è nutrita largamente di intese tra il sindacato stesso e il Governo: in materia di aiuti di Stato (non soltanto nel settore a partecipazione statale), di imposizione fiscale su impresa e lavoro, di politiche monetarie, di investimenti pubblici e di altro ancora. Nel momento in cui l’autonomia del Governo nazionale in questi campi si riduce per effetto del processo di integrazione europea, il sindacato confederale perde una parte del proprio ruolo e la contrattazione nazionale perde una parte rilevante della propria ragion d’essere.

Qual è la situazione negli altri Paesi? I sindacati soffrono di un’eguale crisi di identità? O hanno trovato il modo di rinnovarsi?

Nella maggior parte dei casi i sindacati soffrono anche negli altri Paesi occidentali di una analoga crisi di identità e di funzione. Ma le peculiarità nazionali del fenomeno variano molto da Paese a Paese. In generale si può dire che di questa crisi soffrono meno i sindacati che si sono maggiormente impegnati sul terreno dell’assistenza ai lavoratori nel mercato del lavoro, e non soltanto all’interno dei luoghi di lavoro.

Cosa deve fare il sindacato in Italia per avere un futuro?

Dipende dal futuro che intende avere. Se intende rimanere un sindacato degli insiders, magari con qualche spazio e qualche riconoscimento pubblico in meno e qualche iscritto in meno rispetto al passato, può continuare a fare quello che ha fatto nell’ultimo mezzo secolo.

Altrimenti?

Se vuole compiere un salto di qualità, al passo con la globalizzazione dell’economia, deve trasformarsi nello strumento di cui i lavoratori dispongono per scegliersi nel mondo l’imprenditore che dispone del piano industriale migliore e ingaggiarlo per valorizzare al meglio il loro lavoro. Il mondo è pieno di imprenditori. Se gli italiani sono l’uno per cento, possiamo dire in via di prima approssimazione che il 99 per cento degli imprenditori sono altrove; ma la globalizzazione li rende mobili: dobbiamo imparare a metterli in concorrenza tra loro anche nel nostro mercato del lavoro. Che significa scegliere i più capaci e portarli in casa nostra.

Il sindacato può diventare un partito politico?

La storia dei movimenti operai e sindacali europei è piena di sindacati che si sono fatti partito, o hanno stabilito rapporti molto stretti con “partiti amici”: dal caso delle trade unions britanniche e del loro rapporto con il Labour Party per tutto il secolo scorso, a quello del movimento operaio italiano che diede vita al Partito Socialista alla fine del secolo XIX, a quello del rapporto molto stretto fra la Cgil e i partiti comunista e socialista dagli anni ’50 agli anni ’90. Questo fenomeno, però, era legato a un contesto nel quale il compito che il sindacato e il partito si proponevano era fondamentalmente lo stesso: quello cioè, per un verso, di correggere la distorsione monopsonistica di cui beneficiavano le imprese nel mercato del lavoro, per altro verso di erodere a vantaggio dei lavoratori la rendita monopolistica di cui beneficiavano le imprese maggiori nel mercato dei beni e dei servizi. In un sistema economico industriale maturo, o addirittura post-industriale, la funzione principale del sindacato non può più essere la stessa; e viene meno quel terreno di possibile sovrapposizione o complementarità tra il ruolo del sindacato e quello del “partito amico”.

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Autore
Giornalista economica, esperta di mercato del lavoro, scrive per Il Corriere della Sera, Nuvola del Lavoro e in precedenza per La Stampa e Il Sole 24 Ore; ha contribuito a fondare e diretto un magazine online dedicato ai temi del lavoro giovanile. È docente di Relazioni pubbliche e si occupa dello sviluppo delle nuove professioni legate al web; è consulente di comunicazione per le relazioni con i media, i social e le relazioni istituzionali e tutte le attività finalizzate al miglioramento della reputazione delle organizzazioni. Si è in particolare occupata di employer branding e di tematiche legate all’occupazione e alla formazione giovanile e femminile.
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