Quindicinale, Numero 53 - 15 settembre 2017

Il domani è già ieri

Ci serve davvero conoscere il nostro futuro? Da Nostradamus alle briciole digitali, fino alla manutenzione predittiva per le aziende?
Il domani è già ieri
Shares

Oggi siamo tutti orgogliosi del prolungamento della vita che riteniamo (in buona parte a ragione) una conquista della scienza moderna, dimenticando però che, secondo la Bibbia, Adamo visse fino a ottocento anni, Noè fino a novecentocinquanta e che entrambi generarono figli quando erano ormai ultracentenari.

C’è da chiedersi se non siano stati ispirati dalle scritture gli scienziati di tutto il mondo che ogni giorno cercano di realizzare un mondo ancora inconcepibile dai comuni mortali che arriverebbero a vivere fino a trecento anni. Ma evidentemente l’aggettivo “mortale” che da sempre contraddistingue gli esseri umani, diventandone persino sinonimo, non ha impedito alla prospettiva di un futuro – dove, grazie alle biotecnologie si potrebbe vivere fino a trecento anni – di conservare un grande fascino.

Ma la nostra vita migliorerà davvero vivendo più a lungo o il nostro diventerà come il mondo raccontato nel 2011 da Andrew Niccol nel film “In Time” in cui tutti erano geneticamente programmati per una vita di soli 25 anni che poteva però essere prolungata comprando dai più poveri il tempo immagazzinato in appositi apparecchi ed abbreviando ancora di più il loro già breve ciclo di vita.

Naturalmente, nel film l’eroe di turno riusciva a sventare le spaventose ingiustizie di questo tipo di organizzazione e rubando ai ricchi il tempo acquistato proditoriamente lo regalava ai poveri in una versione fantascientifica di Robin Hood. La morale del film suggerisce che il prolungamento della vita non ha come risultato certo la felicità degli uomini ma rischia solo di complicarla più di quanto non lo sia già.

Ma prevedere un futuro di ultracentenari, di cui possibilmente far parte, rimane un obiettivo affascinante proprio perché considerato quasi impossibile. Ma è davvero impossibile prevedere  il futuro o  “Il futuro è il nostro presente”, come afferma  il titolo dalla  Conferenza TeDX  svoltasi di recente a Roma? Pare proprio che la possibilità di prevedere accadimenti attraverso il miglior uso delle tecnologie e una più efficace analisi delle informazioni disponibili sia una realtà già in atto.

Alla conferenza è intervenuta Giulia Baccarin, innovativa per vocazione, laureata in Ingegneria Biomedica con una tesi sulla modellazione predittiva, e con una esperienza in Giappone tipica del cervello in fuga (per fortuna rientrato).

Oltre all’argomento della sua tesi, incentrata sulla possibilità, attraverso la tecnologia “indossata” e l’elaborazione delle molteplici  informazioni disponibili, di prevedere perfino le cadute degli anziani in casa, Giulia ha spiegato come oggi i sistemi di calcolo possano desumere qualsiasi cosa sulle persone e sui loro comportamenti dalle informazioni esistenti, definite briciole digitali.

A tal proposito citava un’azienda statunitense che ha sviluppato un algoritmo capace di predire la probabilità della depressione post-partum basandosi sull’analisi dei post sui social network delle future mamme. Naturalmente la missione di questa azienda è quella di poter intercettare in anticipo eventuali malesseri per prevenirli o eventualmente porvi rimedio. Ma – si interrogava – quali sarebbero le implicazioni morali e sociali se tutti noi venissimo analizzati e giudicati sulla base delle nostre briciole digitali?

Molte delle soluzioni legate all’analisi dei dati sono già applicate in tante aziende: si parla di manutenzione predittiva per anticipare il problema di guasti o criticità di funzionamento delle macchine che, imparando dall’errore, divengono capaci di efficaci autodiagnosi. Anche in campo medico le possibili applicazioni concorrerebbero a migliorare di gran lunga la qualità della nostra vita, sia intervenendo in fase preventiva, eliminando malformazioni dei feti, sia che in fase terapeutica,

Ma quali potrebbero essere le ulteriori evoluzioni?

In una visione Orwelliana per un attimo ho immaginato l’introduzione di un badge capace di leggere le nostre emozioni o il nostro stato d’animo e vedendone le implicazioni in azienda mi sono chiesto se non sia meglio avere un limite alla capacità di prevedere.

Se l’uomo non è stato creato (con rare eccezioni) per vedere il futuro, ci sarà un motivo. Proviamo ad immaginare cosa  potrebbe succedere alle nostre relazioni sentimentali o professionali. Ci farebbe vivere meglio conoscere la data della nostra promozione o del nostro licenziamento? O sapere come  evolverà la nostra storia d’amore e, addirittura, quale sarà il nostro ultimo giorno terreno?

Ma che vita da incubo sarebbe con tutte queste certezze? Per non pensare poi al devastante impatto economico e sociale che ne deriverebbe: i celebri bookmakers inglesi disoccupati e la sparizione dei giochi e delle lotterie che da sempre ci hanno regalato la possibilità di sognare e di emozionarci, sensazioni uniche che nessun frutto del progresso sarà mai in grado di sostituire.

 

(Photo credits: unsplash.com/Mpho Mojapelo)

Shares

Tags: , ,



Autore
Torinese, classe ‘68, laureato in giurisprudenza, è Managing Partner di Risorsa Uomo. Dal 2012 al 2017 è stato Global HR Director del Gruppo Landi Renzo. Il suo percorso professionale in ambito HR inizia in IVECO come responsabile sindacale dei plant torinesi. Negli anni successivi, dopo una esperienza di due anni in area sviluppo Iveco worldwide, ricopre il ruolo di HR manager in stabilimenti strategici in Italia ed all’estero. Nel 2010 entra in Comau dapprima come HR Business Partner e, in seguito, in qualità di global HR Industrial Operations. L'amore per l'arte e il teatro non lo ha mai abbandonato e, oltre ad una commedia, nel 2012 ha pubblicato “E’ tutto oro che cola”, il suo primo libro legato ad un progetto benefico.
Commenta questo articolo