Quindicinale n.45, 19 marzo 2017

L’individualismo all’italiana delle piccole medie imprese

L'approccio medio delle nostre aziende, troppo prese da se stesse e in balia di una politica instabile, lascia perplessi nell'ottica di Industria 4.0
L'individualismo all'italiana delle piccole medie imprese
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Il termine industria 4.0 si riferisce a una combinazione di numerose innovazioni nell’ambito della tecnologia digitale che stanno raggiungendo la maturità evolutiva e che confluiscono nella potenziale trasformazione dei settori energetici e manufatturiero.

Tra le tecnologie che fanno parte di questo ecosistema possiamo includere robotica avanzata, intelligenza artificiale, sensori evoluti, cloud computing, Internet delle cose, acquisizione e analisi dei dati, fabbricazione digitale (includendo la stampa 3d), software Saas (software-as-a-service), nuovi modelli di marketing, smartphone e simili piattaforme mobili, piattaforme che utilizzano algoritmi per guidare veicoli a motore (strumenti di navigazione, app di condivisione di guida, servizi di consegna /pony express e veicoli autonomi) e la conseguente integrazione di tutti questi fattori nella catena del valore, condivisa da più compagnie sparse in differenti in differenti nazioni.

Realtà globali come Siemens e GE hanno acquisito questo modello di sviluppo e i loro Ceo hanno dichiarato che ora è parte della loro identità (merita una lettura anche Siemens CEO Joe Kaeser on the Next Industrial Revolution, di Daniel Gross). Nel 2015 un sondaggio della PwC ha rivelato che oltre 2.000 compagnie da 26 nazioni si stanno muovendo verso questo approccio. Tra i vantaggi veloci che tutti gli intervistati auspicano (86%) vi è una riduzione sensibile dei costi e un aumento dei guadagni derivati dallo sforzo di digitalizzazione. Nell’ambito del personale, dato che la necessità di formazione continua diviene minore, i dipendenti trovano più facile lavorare in questo sistema e sono più produttivi oltre che più facilmente intercambiabili. Un’analisi interessante, in tal senso, è quella di Elizabeth Rosenzweig nel suo Your Employees’ User Experience Should Be a Strategic Priority.

Tre sono gli elementi principali dell’Industria 4.0:

1- completa digitalizzazione di tutte le operazioni della compagnia: sia verticalmente (l’intera gerarchia) sia orizzontalmente (collegando fornitori, partner, distributori che trasmettono e condividono dati tra di loro senza frizioni o blocchi);
2- ridefinizione di prodotti e servizi integrati con software traccianti per migliorare l’esperienza del cliente;
3- interazioni simbiotiche con il cliente. Sviluppando nuovi processi, prodotti e servizi viene a crearsi un’intera catena del valore, altamente reattiva e spesso proattiva, che permette un rapporto quasi simbiotico di scambio di dati tra il consumatore e il produttore e ancora più sinergico nel B2B.

I dati che ogni azienda deve acquisire, valutare e valorizzare sono in continua crescita. Nell’analisi della PWC si evidenzia come il fattore umano nell’analisi e valorizzazione dei dati sia una delle voci più importanti di ritardi, errori o perdite di quote mercato. Esistono, quindi, sfide o rischi che il tessuto imprenditoriale italiano deve valutare.

In sintesi:

a) perché l’Industria 4.0 divenga realtà, deve evolversi un intero ecosistema. La prima sfida è la creazione del sistema. Due realtà già in stadio di evoluzione, come detto, sono Ge e Siemens. Entrambe attive nel creare piattaforme che possano permettere ad ogni singolo utente (industria/compagnia) di entrare in piattaforma e integrarsi (un concetto simile al plug & play). La creazione di questi ecosistemi implica un’intera realtà (quelli che sono i vecchi distretti industriali, per esempio) che possa entrare in simultanea nello stesso ambiente. E qui si pone un potenziale scoglio legato all’italianità.

L’individualismo che connota le aziende italiane, ancor di più le PMI, è elemento manifesto nel tessuto industriale italiano. Conoscendo quanto è forte la mentalità italiana del “faccio tutto io” oppure del “so tutto io”, che pervade ampiamente le PMI della penisola, viene difficile pensare che tutte queste realtà siano pronte a “entrare” in un sistema di totale condivisione. Specialmente con la crisi attuale, durante la quale, inutile negarlo, ogni azienda cerca di fare le scarpe al suo fornitore, al suo cliente o al suo competitor (ritardo dei pagamenti, tentative di acquisizione di fonti di prodotto scavalcando l’intermediario/fornitore, acquisizione coatta di clienti tramite acquisto dei commerciali) è veramente sfidante pensare che un imprenditore sia disposto a cedere, bene inteso in una teorica sicurezza dei dati, tutte le sue informazioni sensibili ad un ecosistema;

b) costi di passaggio e migrazione: il passaggio all’interno di una piattaforma (o ecosistema) è una interazione definita di “lock-in”: una volta entrato nel sistema e completamente integrato, uscire da esso implica costi di cambiamento potenzialmente elevate (per dare un esempio analogico, è come ipotizzare che un’azienda cambi tutti i sistemi informativi da Window a Linux, oppure da Mac a Pc. Il tutto su scala maggiorata);

c) una conseguenza di questo primo aspetto è anche il terzo rischio del “pesce grande mangia pesce piccolo”. Anche le multinazionali possono avere interesse ad “acquisire” dati e gestirli come propri. Dopo tutto, se una PMI ha come primo valore una rete di clienti, cosa potrebbe vietare, in linea teorica, ad una multinazionale, di scalarla, o scavalcarla? Il primo passo è l’acquisizione dei dati, che ipoteticamente sarebbero parte del sistema creato. Un timore, forse ancestrale, ma che l’italiano medio può ritenere altamente plausibile;

d) Il quarto rischio è di tipo endogeno, diciamo interno alla PMI. La Industry 4.0 implica una valorizzazione delle risorse umane disponibili e una loro ricollocazione su soluzioni maggiormente performanti che permettano una minor formazione (grazie, come menzionato, all’evoluzione dei sistemi 4.0). Questo aspetto appare positivo per l’industria ma apre anche una serie di posizioni critiche in termini di forza lavoro. Scalzata da una posizione di “rendita” derivate dal know-how personale, c’è il rischio che i maggiormente consci tra le risorse umane possano opporsi a questa rivoluzione (luddismo 4.0?). È quindi plausibile che dall’interno della azienda possano aver inizio una serie di “sabotaggi” da parte del personale, che ritiene questa nuova tecnologia nemica. Uno scenario, questo, molto plausibile, che già in altre nazioni ha visto i dipendenti di aziende “combattere” contro l’automazione delle catene di produzione (battaglia persa dagli umani a favore dei bot).

Che ne sarà del Manager IT?

All’interno di questo scenario di “guerra civile” rientra come maggiore leader del gioco il manager IT. Un soggetto potenzialmente adatto a percepire il cambiamento. Tuttavia, proprio perché formato nell’ambito IT, questi potrebbe valutare di opporsi a un’evoluzione che lo scalzerebbe da una posizione di rendita (basata sul know-how).

Il quinto rischio, infatti, è legato al concetto stesso dell’integrazione in relazione al sistema-Paese. L’effetto lock-in ha vantaggi proiettati sul futuro. Tuttavia, il tessuto imprenditoriale italiano, con una ulteriore sfida nell’adattarsi ad un panorama legislativo mutevole, potrebbe essere restio a “legarsi” per 20 o 30 anni ad una singola piattaforma. L’incertezza che connota il panorama industriale italiano è figlia di uno scenario politico instabile.

Ultimo rischio, ma non per questo meno importante, la carenza di infrastrutture. Prima tra tutte la banda larga. Il presupposto perché la Industry 4.0 possa espandersi, integrando grandi attori e PMI, sin fino all’ultimo artigiano è la dispoibilità di infrastrutture digitali. Una banda larga data per scontata nei grandi centri urbani ma ancora in espansione nel resto d’Italia.

Un po’ come dire che prima di costruire i treni ad alta velocità potrebbe essere utile avere una rete di ferrovie che colleghi tutti i centri.

 

(Credits photo: www.autocarpro.in)

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Autore
1976. Milanese, laureato in scienze politiche internazionali alla Università Cattolica del Sacro Cuore. Fondatore del quotidiano International Dream Job con annunci di lavoro internazionali. Consulente strategico e istituzionale per aziende (italiane e straniere) che vogliono sviluppare il loro business in mercati esteri. Analista pubblicato su Libero, il Sole 24 Ore, Capo Horn, Longitude, Youmark il Fatto Quotidiano. Think tank con le quali ha avuto collaborazioni: Isag, Nodo di Gordio, Equilibri. Governi con i quali ha collaborato: Italia, Usa, Uzbekstan, Kazakstan, Iran, Vaticano, Sud Africa. Organizzazioni internazionali con le quali ha collaborato: Ifad, Fao, Nato, Wfp, Medici senza Frontiere.
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