Quindicinale n.47, 19 aprile 2017

L’Industria 4.0 e il futuro del Made in Italy

Tre possibili percorsi per lo sviluppo del Made in Italy attraverso la robotica
uomini e robot
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Industria 4.0 è l’etichetta che molti esperti usano per descrivere la rivoluzione tecnologica prossima ventura. Robot, stampanti 3D, intelligenza artificiale e internet delle cose, una volta confinati al mondo della fantascienza, stanno diventando soluzioni concrete applicabili nella nostra quotidianità. Quello che era saldamente confinato alle sceneggiature hollywoodiane sta diventando reale. Una prospettiva che a volte spaventa e che sembra prenderci in contropiede. In particolare noi Italiani che, non senza fatica e qualche ritardo, stiamo ancora digerendo la rivoluzione digitale del decennio 2000-2010.

In realtà l’Industria 4.0 rappresenta una grande opportunità per la nostra manifattura e per una volta non ci coglie del tutto in contropiede. Secondo un recente studio realizzato dagli economisti George Graetz e Guy Michaels, l’Italia è seconda solo alla Germania in termini di densità robotica, misurata come numero di robot per milione di ore lavorate. Questo risultato è confermato dal report pubblicato dalla International Federation of Robotics (l’associazione dei maggiori produttori di robot a livello mondiale) che mette in evidenza come l’Italia rappresenti il secondo mercato europeo più importante per l’acquisto di robot dopo la Germania, con una crescita del 7% nel corso dell’ultimo anno (dati 2015 su 2014). L’attenzione delle nostre imprese non si limita ai soli robot. La ricerca condotta da Fondazione Nordest e Banca Ifis sulla diffusione delle tecnologie dell’industria 4.0 nel made in Italy restituisce un quadro più articolato in merito alle scelte di adozione delle nostre imprese. Secondo questo studio è possibile identificare percorsi di adozione differenziati sulla base delle caratteristiche del settore. Nel settore del casa-arredo, il 22,3% delle imprese opta per una combinazione tra laser e robotica, nel settore orafo il 32,2% ricorre alla stampa 3D e al laser, nel settore della moda il 15.2% usa il laser. L’indicazione che possiamo trarre da questi numeri è che le imprese italiane stanno declinando la tecnologia a disposizione sulla base delle caratteristiche del processo produttivo e del settore, selezionando quelle soluzioni che sono in grado di dare i risultati più promettenti.

Seppur positivi questi risultati non ci mettono al riparo dalle conseguenze delle rivoluzione in corso. Sia perché gli altri paesi, soprattutto quelli manifatturieri, hanno deciso di investire in modo molto deciso verso l’industria 4.0, Cina in primis, sia perché non abbiamo ancora imparato come sfruttare il potenziale di molte tecnologie, ad esempio Internet of Things, Big Data e intelligenza artificiale, sulle quali effettivamente siamo in forte ritardo.

Tuttavia sapere che l’Italia ha le potenzialità per ritagliarsi uno spazio importante nell’industria 4.0 ci aiuta ad intraprendere con maggiore serenità un ragionamento non tanto su quanta tecnologia abbiamo o dobbiamo adottare ma sul come intendiamo utilizzarla. Uno degli aspetti poco considerati della trasformazione in corso è che la semplice adozione di queste tecnologie non ci garantirà di per sé un vantaggio competitivo sostenibile, soprattutto in un modo che sta viaggiando a forte velocità nella stessa direzione. Il punto cruciale per noi diventa come mettere a frutto il potenziale della tecnologia trovando una nostra via all’industria 4.0, difendibile rispetto ad una concorrenza internazionale che diventa sempre più agguerrita.

Da dove partire quindi? Dai nostri attuali punti di forza. I prodotti made in Italy sono riconosciuti per la loro qualità manifatturiera che si basa su un saper fare artigianale unico al mondo. Questa caratteristica unita al design e alla capacità di personalizzazione del prodotto ci distinguono sui mercati internazionali. All’apparenza ci sembrano tutte “qualità umanistiche” con poca cittadinanza nel mondo un po’ brutale dell’industria 4.0. In realtà proprio la capacità di combinare queste nostre qualità con le caratteristiche delle nuove tecnologie produttive può rappresentare per l’Italia un percorso di crescita particolarmente interessante. Non si tratta di un futuro remoto ma di un processo che si è già messo in moto e che è visibile ad esempio in molte nostre imprese. Arper, azienda leader nella produzione di sedie e divani, ha ad esempio già da tempo iniziato ad utilizzare i robot in stretta collaborazione con gli artigiani con l’obiettivo di migliorare la qualità produttiva e di lasciare più tempo ai lavoratori per dedicarsi ad attività di personalizzazione del prodotto. Sulla base di questa come di altre esperienze è possibile identificare almeno tre percorsi possibili per le nostre imprese.

Il primo consente di esaltare la capacità di ascolto del cliente e di realizzazione di prodotti su misura. Ad esempio, nel campo della sartoria maschile, le nuove tecnologie di scanning 3D consentono ad esempio di poter prendere le misure del corpo in modo molto preciso e allo stesso tempo di poter simulare nelle tre dimensioni diverse tipologie possibili di abito da perfezionare attraverso l’interazione con il cliente. Un modo in altri termini per poter offrire l’esperienza dell’abito sartoriale anche ad un cliente distante geograficamente, allargando di molto la possibilità di raggiungere nuovi mercati.

Il secondo riguarda la possibilità di offrire la qualità del prodotto italiano a un pubblico che non sia necessariamente di nicchia. La combinazione tra stampanti 3D e robot permette oggi di mettere a punto soluzioni modulari in grado di abbassare il costo del prodotto senza perdere in termini di qualità. E’ quello che ad esempio ha fatto Costampress, azienda metalmeccanica che ha deciso di investire nella robotica per migliorare la propria competitività nel settore automobilistico. Mettendo insieme le proprie conoscenze in termini di progettazione e realizzazione di componenti in metallo con la velocità e l’affidabilità dei robot è riuscita a convincere importanti aziende automobilistiche a riportare in Italia lavorazioni che erano prima state spostate nei paesi emergenti.

Il terzo percorso prevede l’uso delle tecnologie per trasformare un prodotto altrimenti tradizionale in uno innovativo, quello che in gergo viene chiamato smart product. Lago, azienda di arredamento, ha realizzato un tavolo interattivo che attraverso un chip può dialogare con uno smartphone e fornire alle persone consigli e informazioni su come cucinare un determinato piatto. Solo un esempio di come i prodotti italiani che popolano gli ambienti domestici potrebbero diventare delle interfacce intelligenti per offrire nuovi servizi al consumatore.

Se vogliamo cogliere la sfida dell’industria 4.0, per il nostro Paese diventa prioritario trovare una sintesi originale tra la cultura umanistica che è alla base del successo del made in Italy e la cultura tecnica che le nuove tecnologie per certi versi impongono. Questa combinazione richiede una radicale trasformazione dell’idea di lavoro che sarà sempre meno standardizzato e routinario (questo vale anche per quei lavori che consideriamo intellettuali) e si baserà sulla creatività e sul dominio di conoscenze avanzate. Sembra un paradosso, ma l’industria 4.0 richiederà un lavoro meno operaio e più artigiano, legato alla capacità di sperimentare soluzioni innovative senza perdere di vista il loro significato culturale.

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Autore
Ricercatore di economia e gestione delle imprese presso il dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali “Marco Fanno” dell’Università di Padova. E’ anche docente di Internet Marketing nel corso di laurea triennale in Comunicazione e di Marketing Avanzato nel corso di Laurea Magistrale in Strategie di Comunicazione. Il suo ultimo libro è "Raccontare il Made in Italy. Un nuovo legame tra cultura e manifattura" (Marsilio, 2015).
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