Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Internet of Things tutto Italiano al World Mobile Congress 2015

Il parere di MioT, startup finalista a Barcellona che parla a pieno titolo di cosa voglia dire digitale
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Normalità delle cose come il fatto di essere una giovane start-up, chiamarsi MIoT, venire selezionati all’IOT Innovation World Cup 2015 di Barcellona tra oltre 400 progetti da ogni parte del mondo, rientrare tra le 20 finaliste, essere l’unica azienda italiana e alla fine non vincere. Normalità delle cose che si somma a quell’internet delle cose che pur con un nome così vago sta smontando e rifabbricando la finalità degli oggetti. Come a dire, siamo nati in un modo ma possiamo fare anche altro. La differenza sovversiva dell’ Internet of Things sta tutta nel poter dire anche. Le cose che usiamo ogni giorno, molto spesso con inerzia, sono la materia viva che il mondo della ricerca tecnologica sta cercando di collegare per ricavarne un dialogo capace di generare profitti sociali e monetari. L’interesse ricade inevitabilmente sui settori sensibili alle rivoluzioni: energia, mobilità, salute, domotica. Appena rientrato da Barcellona, a che punto sia il digitale italiano lo spiega proprio Giovanni Presti, Amministratore delegato di Miot, una delle quattro startup generate nel segmento Internet of Things da Mipu, un incubatore con sede sul Lago di Garda e basi anche a Tokyo e Seoul.

“Abbiamo iniziato nel 2013 ma i progetti nei quali si crede nascono sempre molto prima. Prima di partire abbiamo ragionato a lungo, non tanto su cosa IoT volesse dire ma su cosa noi, di diverso, avremmo potuto fare partendo dal paradigma generale secondo il quale l’internet delle cose mira a interconnettere tutte le attività sociali e economiche entro una rete da cui chiunque e da qualsiasi luogo può accedere ai dati. IoT, però, ci sembrava voler dire tutto e niente e anche il verbo efficientare suonava già vecchio e abusato due anni fa. Io seguo per Mipu tutta la parte di energy management, cioè la sfera entro la quale abbiamo sviluppato il progetto arrivato alla competition finale di Barcellona: si tratta di un binomio software e hardware che genera applicazioni IoT non solo votate all’efficientamento ma capaci anche di implementare algoritmi che individuano anomalie negli asset organizzativi. Quella che in gergo si chiama Predictive Analytics.

Tutto ciò che ruota attorno all’IoT genera però sempre lo stesso effetto, io lo chiamo senso di smarrimento e c’è un solo modo per andare oltre. Per rendere fruibile il digitale quindi anche l’Internet delle cose bisogna contestualizzare, occorre prendere ambiti specifici di intervento e lì dentro, solo lì dentro, pesare i nuovi processi secondo i paradigmi. Ogni oggetto non è più soltanto fisico ma ha anche una propria vita digitale che inizia nel momento in cui ci connettiamo. Ogni processo va inquadrato nei contesti e ciò che conta è specificare a cosa io mi connetto, se a persone o a cose la differenza non è di poco conto. Noi lo abbiamo fatto in tre settori: Building (ottimizzazione dei consumi energetici degli edifici), Green energy (energia prodotta da acquedotti) e Catene di Retail. I singoli ambiti vanno connesso ad altri processi e tutto si tiene insieme attraverso i valori di sostenibilità. La differenza sta tutta qui: se non uso questo metodo, spreco solo risorse.

Dopo diversi anni e tanti progetti, se c’è un elemento che potrei definire imprescindibile per l’IoT, questo elemento è l’envisioning, il chiederci se un contesto che già esiste e che viene già gestito secondo processi tradizionali possa vivere nel mondo delle cose. Le colonnine di ricarica dei veicoli elettrici, ad esempio, sono ora al centro dei nostri progetti di envisioning. Il grande salto sta non soltanto nel programmare quegli oggetti con una finalità ulteriore rispetto a quella intrinseca ma fare in modo che quella nuova finalità garantisca business e al tempo stesso anche nuovi posti di lavoro. Il semplice servizio di recharge delle colonnine è implicito, da superare, quasi da considerare ormai commodity. Le connessioni che funziona sono solo quelle bidirezionali perché è la relazione il vero fattore che ci serve: è lì, semplicemente lì, che catturiamo il valore delle cose e le mettiamo a disposizione della società. Senza immaginazione, l’IoT non esisterebbe. Questa è la base dell’IoT: pensare ad un oggetto come ad un oggetto connesso in modo non tradizionale e soprattutto funzionale alla comunità.

La mia impressione, se guardo all’Italia, è che stiamo muovendo appena i primi passi ma non vedo ancora culturalmente inserita proprio la componente più preziosa, l’envisioning appunto. Nel nostro Paese manca ancora l’attitudine ad immaginare processi fuori dai binari precostituiti. Soprattutto in Italia mancano le competenze delle persone: se non si creano basi culturali, parlare di innovazione non ha alcun significato. Accostare sempre e comunque le parole innovazione e digitale può essere fuorviante. L’innovazione è al di sopra di ogni tipo di processo, sia esso digitale o ispirato ai più tradizionali canoni dell’artigianato. Il digitale, in sostanza, è un facilitatore. Se poi c’è anche l’innovazione, questa sarà un di più. Con il digitale il mio spazio fisico viene distrutto, quasi annullato. Pensiamo a una donna che entra in un negozio per comprare una borsa: nel momento in cui inizia a connettersi col suo smartphone per cercare informazioni in rete su quel prodotto, quello spazio fisico non esiste più. Sono bastati pochi brevissimi secondi.

Al WMC di Barcellona ho avuto la conferma che intorno al mondo delle startup ruotano solo persone giovani e questo potrebbe diventare un grande limite perché se i senior non cambiano rotta e se non capiscono al più presto che devono avvicinarsi culturalmente al pensiero digitale, finirà per crearsi una grande spaccatura legata all’innovazione. La parola startup contiene di fondo un valore positivo che spinge molte persone a riflettere su un modello diverso ma il nostro sistema Italia non sta aiutando affatto questa evoluzione che di per sé, in un modo o nell’altro travolgerà tutti noi. Quello che vedo intorno mi porta a pensare che in Italia si tratterà di un fenomeno a trascinamento: pochissime aziende trascineranno, il resto andrà al traino. Pensare i processi come interconnessi è a dir poco meraviglioso se si riesce a interiorizzarne il pensiero e solo a quel punto l’imprenditore riesce a vedere l’azienda sotto un’altra ottica ma in Italia dovrà pur sempre scontrarsi con certe logiche di management che inevitabilmente tendono a rallentare ogni cosa. Tutte le adozioni di nuovi modelli sopravvivono solo con prassi più elastiche. Ci vorrà tempo ma ci si arriverà e a fare la differenza saranno le persone capaci di immaginare oltre ciò che vedono ogni giorno.

Barcellona è stata un’occasione anche per confermare a me stesso che le cose fatte di fretta non portano lontano, avevo aspettative di confronto o quanto meno di scambio con le altre realtà presenti ma tutto è scorso via secondo un programma che, una volta concluso, ha rimesso ognuno sulla propria strada. L’ho vissuto come un semplice svolgimento di funzioni. Non abbiamo vinto la competition ma in compenso siamo stati selezionati anche a Singapore, un paese dove lo stupore è all’ordine del giorno.

Già, lo stupore. Un vero pilastro portante a livello sociale e, quindi, anche per l’Internet delle cose”.

 

[Credits immagine: GSMA Global Mobile Awards Barcelona 2015]

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Autore
Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Laureata in giurisprudenza, è responsabile della comunicazione in una grande azienda del settore ambiente dove da anni sviluppa anche progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR.
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