Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Istigazione alla delocalizzazione

Nel mercato la vera democrazia è l'equilibrio tra produzione e consumo purché tutto si realizzi sullo stesso territorio
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Istigazione alla delocalizzazione. È un nuovo reato di cui si macchierà il Governo italiano se, come tutto lascia pensare, non interverrà prontamente segnalando alla EU la propria decisione (di cui l’EU può solo prender atto) di reintrodurre l’obbligatorietà di indicare il luogo dello stabilimento di produzione per i prodotti italiani, al contrario di quanto recepito con il nuovo Regolamento europeo.
Non credo si debba essere né grandi economisti, né grandi sociologi per capire che la disgregazione economica del nostro Paese nasce e si sviluppa fin dalle prime delocalizzazioni, iniziate purtroppo molti anni fa.
A poco a poco, uno-cento-mille-centomila e poi milioni di licenziamenti a catena hanno svuotato le tasche dei lavoratori-consumatori italiani e altrettanto a catena la crisi si è autoalimentata generando quella diminuzione dei consumi che solo negli ultimi anni sono scesi oltre il 20%.
E chi cade da più in alto, più male si fa.

Eravamo famosi nel mondo per la numerosità delle nostre pur piccole imprese, orgogliosi di essere la prima, poi seconda, nazione fra i paesi manifatturieri europei.
Proprio ieri sera Monti sembrava “godere” nel dire che la globalizzazione non la si può affrontare con, seppur giuste, inefficaci soluzioni. Non credo ci possa essere una sola persona intelligente che pensi di poter far fronte alla globalizzazione con dazi, lazzi e frizzi.
Certo è che senza far nulla, Paesi floridi con economie consolidate come la nostra dovrebbero essere capaci di soffrire, e anche tanto. Non si può più assistere alla perversa spirale in cui “una delocalizzazione tira l’altra” e ogni volta sono nuovi licenziamenti.
Ma siamo proprio sicuri che migliorino davvero le condizioni delle popolazioni in quei Paesi dove si tende a produrre di più, lá dove ci porta il costo basso con salari da 0.2 dollari all’ora? O invece non si arricchiranno ancor di più i soliti noti?

Come spesso ho occasione di dire: solo quando anche i poveri abitanti di zone depresse saranno considerati non più ” lavoratori” (da sfruttare per produrre al minor costo), non più “cittadini” (da sfruttare per farsi eleggere e poi fottersene) ma come potenziali “consumatori” (anch’essi da “sfruttare”, ma almeno affinché spendano e acquistino ciò che producono), allora, solo allora, la loro qualità di vita migliorerà. Solo perché ciò finirà per coincidere con l’interesse dei soliti noti. Ma almeno miglioreranno le condizioni di vita di coloro che oggi non mangiano neppure.

Lunga premessa, anche drammatica, per spiegare perché così non si può andare avanti.
Perché sono certo che alla fine, una sorta di spirito di sopravvivenza scuoterà gli italiani – sta già succedendo – i quali, prendendo coscienza e consapevolezza del problema, muteranno i propri comportamenti, tornando ad una sorta di “baratto”. Un baratto non di beni ma di posti di lavoro.
Cercheranno cioè di riequilibrare i propri acquisti a favore delle produzioni locali, beni o servizi che siano, in modo da mantenere ognuno il lavoro dell’altro, rifecondando quel giro economico che è alla base di qualsiasi stato. A me pare una visione quasi banale. Ma quale altra conclusione ci potrebbe essere? Certo non il continuare a farsi abbindolare dalle speranze iniettate dagli aghi di campagne elettorali di turno. Chiediamoci cosa debba fare un imprenditore che abbia un minimo di capacità di intraprendere, di prevedere scenari, di anticipare comportamenti: deve necessariamente predisporsi per ottenere il meglio quando ciò che ha previsto si verificherà. Deve prendere il suo “banchetto” e correre là, dove arriveranno in molti. Per essere nella migliore posizione quando quella mattina aprirà il mercato. E deve farlo prima possibile, perché quando un business lo fiutano tutti, non è più un buon business. Proprio come ora è ormai la delocalizzazione.

Ed ecco nascere il tanto chiacchierato “reshoring”. Io l’ho chiamata semplicemente rilocalizzazione ma, si sa, più esterofili e snob di noi italiani non c’è nessuno.
In fondo il primo imprenditore che ha delocalizzato, non è criticabile sul piano strettamente imprenditoriale. Il risultato almeno nel breve medio lo ha ottenuto. Magari anche i successivi mille, ma poi quando hanno iniziato anche le pecore – di cui l’imprenditoria italiana è piena – era già troppo tardi e nel frattempo la spirale avanzava. Ma come si fa a pensare che andiamo tutti là, a produrre a costi più bassi (tralasciamo per ora la qualità). Tutti lá per poi vendere qua: ma non ci siamo mai chiesti a chi potremmo vendere, a quel punto, se abbiamo licenziato tutti. Davvero difficile pensare che non riescano a capirlo.
Certo se si è un manager da multinazionale legato a bonus di breve periodo, allora vale il prendo e scappo e il problema non è più mio.

Lo stanno capendo in molti. E quelle che lo dovrebbero fare per prime sono le imprese che producendo marchi italiani rischiano più degli altri, sia la reputazione – un asset sempre più importante per il proprio Equity – sia per le ragioni appena descritte.
Del resto, sempre senza la pretesa di fare l’economista o il sociologo, sono convinto che l’unica forma di vera democrazia sia determinata dall’equilibrio fra produzione e consumi, ma all’interno di un territorio. Tribù per tribù. In un equilibrio mondiale.
E allora, quel buon imprenditore che avesse avuto in anticipo questa visione di futuro, e per questo avesse messo il “banchetto” nel punto giusto, avrà fatto un buon business per la sua impresa.
Non è un augurio, spero sia una visione.

Ovviamente ciò vale per ogni paese del mondo. Produrre dove si vende. È così banale.

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Autore
Imprenditore di estrazione “umanista”, inizia la sua carriera nelle ricerche di mercato, che resteranno una sua grande passione. Approda poi al Gruppo Mars, che considera una delle tappe fondamentali della sua formazione. Dopo aver ricoperto la carica di DG di altre primarie aziende del settore alimentare e ittico (Star, Nostromo, Palmera), nel dicembre 2001 diventa azionista di minoranza (dal 2005 di maggioranza), CEO e Presidente di Generale Conserve S.p.A., società che detiene il marchio ASDOMAR. Dopo l’acquisizione di Manzotin nel 2013, sempre nello stesso anno porta a termine anche l’acquisizione di De Rica. Oggi è uno dei maggiori conoscitori del settore del tonno e alimenti in scatola e, a questa esperienza pluriennale, unisce un’innata vocazione al business e un background marketing oriented. È vice Presidente dell’ANCIT - Associazione Nazionale Conservieri Ittici e delle tonnare. Ha 3 figli, ama il teatro, il ‘rumore’ del mare e la musica dei cantautori genovesi.
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  • Massimo Vologni

    Articolo bello ed interessante, che suona come un ‘grido di dolore’ ma allo stesso tempo come un de-profundis del settore manifatturiero in Italia. Ricordo i proclami di tanti governicchi, uno degli ultimi quello di Letta che mise in cantiere misure di facilitazione capaci di richiamare investitori internazionali sul tessuto industriale italiano, una dichiarazione che suonò come una beffa per i tanti imprenditori italiani, legati al loro territorio, che tanto facevano, con ben poche FACILITAZIONI a restare ‘in piedi’. Gli stranieri sono arrivati, e si sono presi i pezzi migliori, Ferretti Yacht, Indesit, Frau, Krizia, Pastificio Garofalo, Berloni Cucine, STMicroelectronics; oltre 500 le aziende italiane passate di mano, e per molte di loro lo svuotamento degli stabilimenti è stata questione di poco tempo, mantenendo in Italia nel caso migliore direzione e R&D con produzioni delocalizzate in contesti a minori costi della manodopera. D’altra parte è vita dura per gli imprenditori nello stivale, un management fa programmi a 5-10 anni, i governi che si succedono cambiano le carte in tavola ogni 8-9 mesi, una idiosincrasia omicida dell’industria italiana, incompatibile con le logiche delle holding internazionali e da qui la fuga. Siamo ingessati da normative-legislazioni-sindacalismi anacronistici, in mercati che sempre più competitivi riducono le marginalità, con un rapporto costo-industriale/produttività tra i peggiori in Europa. Tra le altre cose il mercato dei consumi interni è letteralmente imploso, quindi anche il concetto di ‘produci dove vendi’ lascia il tempo che trova, visto che le aziende ancora un minimo in salute vendono il 70% di prodotti almeno sui mercati esteri. Lo stimolo alla riflessione è molto accattivante, ma temo che guardando la realtà delle cose trovi poco spazio di applicazione concreta alle condizioni odierne e quelle che si intravvedono all’orizzonte.