Quindicinale, Numero 56 - 15 novembre 2017

L’italiano ci lascia senza parole

Davvero non esistevano termini italiani per esprimere Jobs Act e Stepchild adoption? Viaggio storico sull'uso della nostra lingua.
L’evoluzione della lingua ci lascia senza parole
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Secondo uno dei pochi  assiomi che non è mai stato messo in discussione prima d’ora — nemmeno in tempo di  continui cambiamenti qual è il nostro — ciò che distingue veramente l’uomo dagli altri esseri viventi della terra è l’uso della parola quale strumento essenziale  di comunicazione, di condivisione di idee, sentimenti ed emozioni. Ma proprio in questi giorni ho saputo che, secondo l’esperimento effettuato da William Sherman su un macaco, anche le scimmie sono in grado di pronunziare le cinque vocali e quindi di parlare, cosa che finora non avevano mai fatto perché il loro cervello è ancora in evoluzione.

Oltre allo sconcerto provocato da questa notizia, che apporterebbe cambiamenti incredibili turbando gli equilibri millenari del nostro pianeta, c’è da chiedersi, nel caso in cui anche le scimmie potranno parlare, se useranno un’unica lingua per comunicare tra loro o se faranno come gli uomini che, dopo la Torre di Babele, si ritrovarono a usare ognuno una lingua diversa, così che nessuno poteva più comprendere gli altri né essere da loro compreso.

La Bibbia racconta il fenomeno del proliferare improvviso di un’infinità di lingue come giusta punizione divina alla presunzione umana di voler raggiungere il cielo costruendo la torre più alta del mondo, ma il suo significato simbolico è chiaramente un altro, perché l’incomunicabilità tra gli uomini non è mai dipesa da differenze linguistiche, sempre superabili, bensì dalla presunzione diffusa di essere gli unici depositari della sapienza dell’universo. Di finti sordi è sempre stato pieno il mondo.

Finora, infatti, nessuna Babele si è verificata nell’Unione Europea a causa delle ventiquattro lingue usate dai rappresentanti degli ormai ventisette Paesi che ne fanno parte, perché il compito di rendere possibile o facilitare la comunicazione interpersonale è stato riservato alle tre cosiddette “lingue di lavoro”. In pratica l’inglese, il francese e il tedesco ora svolgono lo stesso compito che nel 196 A.C. uno scriba egiziano aveva affidato alla lingua greca quando scolpì sulla Stele di Rosetta un decreto di Tolomeo V Epifano. Infatti, fu solo la presenza del greco, quale terza lingua accanto al geroglifico e al demotico, che nel 1799 permise a Jean Francois Chantillon di interpretare i geroglifici egiziani fino ad allora considerati incomprensibili.

Conoscere bene almeno due di queste lingue chiave, oltre alla propria, è ormai necessario per chiunque voglia vivere da cittadino europeo in patria e in Europa e non rischiare di tradurre, ad esempio, Anchova Toast con Brindisi all’acciuga, come ho incredibilmente letto a Bruxelles nel menù della cena di gala di un convegno della Federation des Jeunes Chefs d’Entreprise d’Europe.

Dato quindi per scontato che la conoscenza delle lingue straniere è un elemento indispensabile nell’educazione dei giovani cittadini europei, mi sembra però opportuno ribadire quanto sia essenziale anche l’uso corretto della propria lingua. Siamo tutti davvero consapevoli di quanto sia importante l’uso che ne facciamo? Passi per i congiuntivi mancanti, il cui uso è ormai patrimonio di pochi eletti, passi per l’uso stenografico usato dai più o meno giovani per messaggiare  tra loro, ma non si può rimanere indifferenti di fronte a veri e propri assassini della nostra lingua compiuti da chi dovrebbe fare da esempio per il resto dei cittadini, come aspettare le “suggestioni” dei radioascoltatori e non i loro  “suggerimenti” o come “l’incomincio” della settimana e non più “l’inizio” o come qualificare “stentorea” la voce bassissima di un timido concorrente, solo per citare alcuni degli spropositi più recenti tra radio e televisione.

E che dire del mancato o errato uso della punteggiatura con i misunderstanding (pardon, le incomprensioni) che ne potrebbero derivare? Chi non ricorda infatti l’escamotage (pardon, il trucco) usato dalla Sibilla Cumana di non mettere alcuna virgola nell’oracolo richiesto da chi stava per andare in guerra? La profezia “Ibis et redibis non morieris in bello” (Andrai e ritornerai non morirai in guerra) poteva infatti essere letta in due modi: con una virgola prima del “non” sarebbe stata rassicurante mentre, con una virgola dopo ilnon”, il combattente avrebbe saputo per certo che non sarebbe più ritornato (Andrai e non ritornerai, morirai in guerra): ne conseguiva che, qualunque fosse stato l’esito della guerra, per il soldato la Sibilla avrebbe sempre avuto ragione.

Tornando al presente, è naturale e logico che ci sia una evoluzione della nostra lingua madre, anche attraverso il suo arricchirsi con i molti neologismi resi necessari dalle novità che il progresso scientifico e tecnologico ci regala quasi ogni giorno. C’è però neologismo e neologismo: il farabuttismo usato da un noto uomo politico per descrivere le accuse a lui rivolte è davvero difficile da digerire, quasi quanto il piacialismo che dovrebbe indicare la psicosi di chi vuol piacere a tutti come a se stesso.

Anche la crescente sostituzione di vocaboli italiani con espressioni straniere può essere accettabile, quando queste sono più semplici e facilmente comprensibili. Non è invece accettabile che la lingua inglese invada anche i nostri testi legislativi. Non esisteva forse una adeguata e valida espressione italiana per la stepchild adoption finita in bella mostra nella legge sulle Unioni civili? E il Jobs Act, acronimo di Jumpstart Our Business Startups Act poteva di certo essere definito diversamente in italiano, visto che il comune cittadino non sa che si tratta di un acronimo e che le quattro parole inglesi che lo compongono significano più o meno “facciamo fare un salto di qualità ai nostri affari”.

Il più delle volte, insomma, l’uso di vocaboli stranieri non è nemmeno necessario e costituisce solo una forzatura, uno snobismo (dal latino sine nobilitate) o addirittura uno sgorbio letterario.

Tutto vorremmo meno che la lingua in evoluzione ci lasci senza parole.

 

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Autore
Laureata in giurisprudenza a Torino, dove vive dal 1953, lavora per 8 anni all’ufficio stampa della UCID e diventa giornalista pubblicista nel 1963. Per i successivi trent’anni si dedica con passione all’insegnamento, collaborando con riviste di didattica, di diritto ed economia edite da Tramontana e pubblicando vari libri. Nel 1995 diventa Giudice di Pace all’Ufficio di Torino, dove rimarrà per 14 anni, ricoprendo negli ultimi tre il ruolo di Coordinatore. Alla fine del 2009 lascia la carica per sopraggiunti limiti di età e prova ad andare in pensione per la seconda volta. Oggi insegna diritto nelle carceri e non resiste alla tentazione di tenere qualche conferenza in Unitre. Nel (poco) tempo libero riesce anche a fare la mamma e la nonna.
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  • Stefano Pollini

    Gent.ma Rosa Battaglia lei scrive “Non esisteva forse
    una adeguata e valida espressione italiana per la stepchild adoption finita
    in bella mostra nella legge sulle Unioni civili?”. A mio avviso “No, non
    esisteva”. Nel senso che scritto in italiano avrebbe avuto un significato diverso, nel
    senso che “i vocaboli non significano soltanto quello che significano;
    si portano dietro anche un’eco delle circostanze in cui sono stati usati in
    precedenza e delle reazioni dei nostri interlocutori” come ha scritto
    Franscesco Erspamer in un post su Facebook, ripreso e pubblicato da Massimo
    Ferrario (https://masferrario.blogspot.it/2016/10/senzatagli-inglese-come-trucco-da.html).

    Quindi la scelta dell’inglese era voluta e necessaria!

    “Il che spiega – continua Erspamer – come mai il governo abusino di
    termini inglesi. Recentissimo il “combat search and rescue” per
    definire eufemisticamente cosa i soldati italiani faranno a Mosul, che poi
    sarebbe la guerra. Per gli italiani sono parole emotivamente inerti: come se
    usassero un numero piuttosto che un nome: 3456, 7839, 9364… Come a dire: dal latinorum
    di Renzo agli anglicismi di Renzi” . E quindi è un espressione adeguatissima
    per gli scopi che si prefiggeva

    • Rosa Battaglia Ott

      Gentile Stefano Pollini, grazie anzitutto per l’attenzione dedicata al mio articolo. Concordo con lei circa l’uso, anzi l’abuso, di termini inglesi utilizzati dall’establishment (!!) per mimetizzare decisioni discutibili e difficilmente condivisibili dai cittadini. Nel caso però della “stepchild adoption” la scelta del vocabolo inglese non è solo ambigua ma anche del tutto errata perché stepchild in inglese vuol dire figliastro, cioè figlio del coniuge, adottabilissimo dall’altro coniuge, cosa invece non concessa alle coppie legate dall’Unione Civile.
      Dubito poi dell’impossibilità dei compilatori del testo di legge sulle Unioni Civili di trovare una adeguata e comprensibile espressione italiana per spiegare agli italiani il contenuto di una legge così importante e innovativa, una ipotesi che, come da Lei sostenuto, li assolverebbe da ogni critica, soprattutto dalla mia.
      Cordialmente, Rosa Battaglia Ott