Quindicinale n.51, 24 giugno 2017

La sicurezza sul lavoro parte già dai sintomi

Come formazione, condivisione delle esperienze e comunicazione interna aiutano a prevenire per tempo piuttosto che curare in ritardo
La sicurezza parte già dai sintomi
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Non molto tempo fa parlai con un imprenditore. Una di quelle persone che cercano di coniugare gestione dell’impresa, miglioramento continuo e attenzione per il personale. Quello che mi colpì profondamente fu la grande cura che aveva per i suoi dipendenti, per la loro formazione e il loro benessere generale. Mi disse che era un argomento importante, quest’ultimo, una questione sempre aperta perché tutte le aziende avrebbero dovuto puntare a preservare in ogni momento il benessere e la salute dei propri dipendenti. Vedeva il personale come un contributore importante per l’impresa; «Del resto – mi disse – se Giulio Cesare riuscì ad attraversare il Reno per portare la guerra nella terra dei Germani, ce la fece solamente perché i suoi uomini costruirono per lui un immenso ponte di legno in pochi giorni. Lui aveva la visione generale del progetto, mai sarebbe riuscito a conquistare quegli immensi territori da solo. L’imprenditore deve essere come Giulio Cesare, deve avere una visione e deve aver cura di coloro che lo aiuteranno a raggiungerla altrimenti sarà solo un uomo con una grande visione ma senza un impero».

Mi raccontò poi che durante una visita ad un’azienda cliente con cui, oltre al settore, condivideva la stessa filosofia di gestione del personale, era rimasto incuriosito da una frase che la proprietà aveva scritto su un buco nel muro vicino all’entrata “Affacciati e guarda il responsabile della tua sicurezza”. Come poteva resistere ad un invito così? Si era affacciato e al di là aveva trovato uno specchio e, sotto la sua immagine riflessa, un’altra frase recitava: “Tu sei il primo responsabile della tua sicurezza”.

Consapevolezza del rischio e tutela della propria incolumità e di quella degli altri, sempre e comunque. Un cambiamento di atteggiamento che aveva voluto e stimolato anche nei propri dipendenti. Un percorso lungo, mi disse, perché aveva dovuto far capire loro che non erano meri esecutori ma, qualunque fosse la loro posizione, erano preziosi contributori, indispensabili tasselli di un puzzle complesso e magnifico. Un cambiamento di prospettiva difficile, ma non impossibile. Aveva puntato sulla formazione ma non quella classica di tipo frontale, perché aveva notato che il livello di attenzione si approssimava allo zero verso la fine del primo quarto d’ora. Il risultato? Dipendenti scontenti e con una conoscenza superficiale della normativa, inversamente proporzionale alla repulsione per ogni tipo di percorso formativo. Condizioni che di certo non aiutano a diminuire incidenti, infortuni e malattie professionali. Le statistiche lo confermano: migliaia di ore di aula, accordi Stato-Regioni, obblighi e sanzioni non hanno fatto diminuire le morti bianche. Di certo non si possono attribuire tutte queste vittime al metodo, ma credo che non guasterebbe cambiare approccio, proprio come fece quell’imprenditore che aveva puntato sulla formazione esperienziale.

Confucio ci insegna “Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”. Le metodologie esperienziali, calate sul setting e sul problema specifico della mansione, diventano lo strumento principale per indurre il cambiamento. Quando dico questo spesso mi si obietta che la personalizzazione dell’evento formativo risulta più costosa e questo mi fa sorridere ogni volta, perché chi lo afferma non sa, o fa finta di non sapere, che all’impresa un infortunio costa molto, ma molto di più, sotto ogni punto di vista. La sicurezza dovrebbe, innanzitutto, essere insegnata sui banchi di scuola, come un gioco, perché così ci si approccia ai bambini affinché abbandonino l’infelice dogma che vuole che “certe cose capitano”.

Vogliamo davvero ridurre gli infortuni e le morti bianche? Allora puntiamo sulla capacità di valutare correttamente il rischio attribuendo il giusto peso ad ogni piccolo evento. Molto spesso, infatti, di fronte ad una scottatura lieve, un’abrasione, un piccolo taglio, ho visto reagire il personale con un “Cosa vuoi che sia? Sono cose che capitano”: una banalizzazione automatica del concetto stesso di sicurezza. Il più piccolo infortunio deve invece essere visto come un sintomo di qualcosa che non ha funzionato e che poteva essere ben più grave. Entra nuovamente a gamba tesa la presa di coscienza del proprio ruolo in azienda e della responsabilità che abbiamo nella condivisione della più piccola informazione che possa portare alla presa di coscienza del rischio e all’eliminazione del pericolosissimo modo di pensare che vuole che “certe cose capitano”.

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Autore
Classe 1974, dopo il liceo scientifico si laurea in psicologia all’Università di Trieste con una tesi cross cultural sugli effetti del clima aziendale sulla sicurezza. Si specializza in psicologia del lavoro e delle organizzazioni con il professor Vincenzo Majer, uno dei pionieri italiani degli studi sul capitale umano e docente universitario patavino, conseguendo i master in selezione e formazione del personale. Lavora in PERSeO srl come Jr HR Consultant, maturando una consolidata esperienza all’interno dei più grossi gruppi aziendali del nord Italia. Rientrato in Friuli ricopre la posizione di Responsabile Selezione e Reclutamento nella filiale di Udine del Gruppo ORGA spa di Milano da cui si separa qualche anno dopo per fondare la HR&O Consulting attraverso cui offre alle aziende clienti consulenze in ambito risorse umane come HR Business Partner e Temporary HR Manager. Scrittore, saggista e blogger, ama viaggiare, leggere. La natura umana continua ad incuriosirlo ed affascinarlo.
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