Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

L’Etica e il problema di metterla in pratica

Il commento di chi ha sperimentato l'ipocrisia
L'Etica e il problema di metterla in pratica
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Tra i commenti pervenuti in redazione per partecipare al contest lanciato nel numero 02 di Senza Filtro, il migliore è stato quello di Valentina Valle, che pubblichiamo: potrà quindi partecipare alla nostra prossima riunione di redazione e scegliere con noi il tema per il contest successivo. 

Il tema lanciato su Open Space dell’11 febbraio 2015 da Beniamino Bacci era quello dell’etica individuale nei posti di lavoro.

 

Durante la mia attività di ben quattordici anni presso l’azienda per cui lavoro, un gruppo industriale virtuoso, ho avuto modo di affiancare prima e di seguire poi il processo di applicazione della L.231. Dalla costituzione di un comitato per il progetto sociale alla stesura del codice etico, fino alla pubblicazione di ben cinque Bilanci Sociali con relativa creazione del Family Office aziendale, ufficio preposto alla gestione delle esigenze quotidiane e non di circa 1000 dipendenti.

Credevo nel progetto e ci credo ancora anche se, confrontandomi con le diverse realtà industriali del Triveneto, ho avuto modo di prendere coscienza di quanto la gestione visionaria ed etica delle relazioni con gli stakeholder più deboli non sia adatta, o meglio, non sia presa in considerazione come un’evoluzione assoluta del sistema di organizzazione aziendale e di sviluppo dei processi.
Etica è una parola con un grande significato ma raramente considerata.
Molte sono le realtà che strumentalizzano tale parola.

L’etica può essere interessante e utile e la differenza tra questi due aggettivi sta nel metterla in pratica.
Purtroppo la crisi economica che stiamo vivendo fa raggiungere solo alle aziende evolute quella consapevolezza che le persone vanno riconosciute come componente fondamentale della realtà aziendale.
Le aziende che non riconoscono questo valore umano non possono che chiudere.

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Autore
Classe 1978, nata e residente a Verona. Responsabile delle Relazioni esterne di un gruppo industriale veronese.
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  • rossella fava

    E’ spaventoso che ci si debba tutti i giorni e in molte aziende interrogare sull’opportunità o meno di ascoltare la propria coscienza e così facendo di dar fastidio, di essere d’intralcio alle logiche dominanti e di esporsi a gravi ripercussioni personali.

    Ci vuole un cambio di paradigma e ci vuole adesso. Quando si seleziona una persona per un ruolo chiave il suo profilo etico deve contare ed essere valutato. Chi fa cose che non dovrebbe fare deve avvertire la necessità di nascondersi e la pressione a smettere di farle, e non viceversa. Rimanere nel giusto non può significare dover rinunciare al proprio lavoro. Chi ha tradito se stesso per mantenere la propria occupazione o il proprio ruolo paga il prezzo altissimo dello smarrimento più assoluto: sa ancora cosa fa ma non sa più chi è.

    L’azienda deve consentire alle persone di mantenere la propria integrità e la dignità del lavoro dandogli un senso che sia valido e condivisibile:
    e come può farlo? Solo ponendosi obiettivi etici, dal punto di vista economico, finanziario, e sociale. Non solo il modo di fare azienda deve essere etico ma anche il contenuto dell’attività.
    Le persone che lavorano sono le stesse che scelgono, acquistano e consumano.
    Etico vuol dire sostenibile e sostenibile, oggi, vuol dire competitivo.

    Rossella Fava – life e business coach