Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Offerte di lavoro? Dipende dal nome che porti

Uno sguardo su Bruxelles, dove le regole del recruiting discriminano per etnia
Offerte di lavoro? Dipende dal nome che porti
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Mi ricordo diciotto anni fa, quando sono arrivata in Belgio, un amico imprenditore mi dice candidamente durante una cena : “È molto semplice, io devo vendere dei prodotti e ho un obbligo di risultato. Se devo andare nelle Fiandre fiamminghe, non prenderò mai un Benamoud o un Marouan, ma cercherò un Van der Moelen o un Woestijn”.

Di fronte a quelle parole io rimango di stucco. Nel 2000, quando non esistono ancora i Salah Abdeslam e tutti i  terroristi islamici, che abbiamo prodotto nelle nostre banlieux, non si guarda tanto alle competenze quanto più forse al nome che porti. Dopo tanti anni la situazione si è anche fatta più grave, perché i tassi di disoccupazione sono molto più elevati di vent’anni fa. Grandi discriminazioni per chi cerca lavoro. Soprattutto se ha un’origine musulmana.

Qui è ancora più stridente, perchè questo piccolo Paese di 11 milioni di abitanti ha una grossa comunità marocchina e turca, ormai arrivate alla terza generazione. L’integrazione dovrebbe essere completata, invece i pregiudizi rimangono.
Solo nella città di Bruxelles, capitale europea con un altissimo reddito pro-capite, 34% dei giovani maghrebini non trova lavoro. Questo dato aumenta, anno dopo anno, invece di diminuire.

Qualche giorno fa è stata incastrata un’ habitué delle discriminazioni, la società Adecco, specializzata nell’Interim. Mica robetta, 31 mila impiegati in 5 continenti e tra le 500 più grosse società al mondo.

Tre giornalisti belgi, uno belgo-belga, uno di origini marocchine e uno africano, hanno inviato lo stesso curriculum a Adecco, cambiando solo il nome e la foto.
Dopo solo due ore il “puro” belga ha ricevuto una domanda di appuntamento, gli altri due niente. Allora questi hanno richiamato l’agenzia chiedendo se il posto fosse ancora libero e l’impiegata frettolosamente ha risposto di no, c’erano già dei buoni pretendenti. Poi il numero uno, il nostro “puro”, ha richiamato e il posto era ancora libero. È scattata la denuncia.

Ma quello che rimane più sorprendente è che proprio la società Adecco è stata già condannata per discriminazioni in Belgio. Nel 2001 alcune sue agenzie di interim, creavano una lista di interimari per i belgi e una lista separata per i belgo-stranieri. Uno scandalo che è costato 25.000 euro alla società e qualche cliente in meno per un po’ di tempo.
Poi tutto torna come prima. “Gli imprenditori che ci chiamano fanno spesso un «profiling » del candidato perfetto, escludendo gli immigrati musulmani, seppur ormai cittadini belgi. Noi siamo in mezzo tra l’impresa e chi cerca lavoro, quindi ci pieghiamo”, mi racconta una ragazza, molto imbarazzata, in una delle tante Agenzie di Interim di Bruxelles.

È stato studiato che un giovane musulmano, marocchino o turco, dovrà mandare in media 44% di domande in più rispetto a un “puro” belga, prima di trovare un lavoro. C’è tutto il tempo per scoraggiarsi o diventare terrorista.

“C’è un enorme lavoro da fare” ammette sconsolata Veerle Vanderleen, la responsabile del servizio Occupazione della Regione di Bruxelles, Actiris. “Ma noi crediamo nel dialogo, andiamo a parlare con le imprese e proponiamo un «Piano della diversità”. Allettante: 10 mila euro in contanti, se l’impresa s’impegna e investirne altrettanti in buone pratiche di selezione, gestione e comunicazione del personale. Ma visto il numero in aumento di denunce per razzismo o discriminazione nel reclutamento, il dialogo non sembra bastare in Belgio.

Ci vorrebbero dei test in situazione a tappeto, come l’inchiesta appena pubblicata dai tre giornalisti belgi : due persone con stesse competenze, ma origini molto diverse, mandano la loro candidatura e poi seguono il comportamento dell’impresa. Degli ispettori, insomma. Ma il Governo non spinge per delle leggi d’emergenza di questo tipo.

Il dialogo funzionerà, mi dicono al gabinetto del ministro dell’Economia e del Lavoro
Didier Gosuin. Si, forse, come le formazioni che il Governo di Bruxelles (qui ci sono governi per ogni regione!) organizza nelle imprese per convincere i capi delle risorse umaane che la diversità di “colore” vuol dire arricchimento per tutti e quindi anche una migliore produttività.

E il curriculum anonimo ?  “Non ha funzionato in Francia, noi non l’abbiamo voluto – ci dice ancora la Vanderleen – perchè se il lavoratore sarà assunto al buio, poi verrà comunque discriminato dentro l’impresa, quindi non serve a niente”.

Allora la discriminazione positiva, assicurare delle quote ai lavoratori di origine maghrebina, oppure offrire vantaggi fiscali a chi assume un giovane turco, potrebbero funzionare?

“Non è possibile – mi racconta Patrick Charlier, direttore al Centro per l’Egalité des Chances – in Belgio le azioni pro-attive sono vietate, sarebbero discriminanti per gli altri belgi”. Qualche consiglio? “Bisogna coinvolgere un settore intero, le costruzioni, la ristorazione, sono loro che devono controllare che non ci siano abusi”. È nel loro interesse.
Intanto, spero che il mio amico imprenditore abbia incontrato qualche buon Monsieur Benamoud nella sua carriera e abbia lavorato con lui.

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Autore
Nata a Palermo nel 1972, vive a Bruxelles da 18 anni. Ha lavorato per La Stampa, per Euronews, per Report. Oggi è il vice-capo redattore di EuroparlTV, una webtv europea, dove cura la rubrica reportage e modera dibattiti televisivi. E’ anche la corrispondente di Radio Popolare. Da due anni prepara un film sulla zona euro e sui paesi della Troika. Appassionata di Europa, ma di una vecchia Europa che oggi non ritrova più nelle strade di Atene, di Dublino, di Lisbona e anche di Roma. Ama la storia, le maratone, la sua vecchia bicicletta e i suoi tre bambini.
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