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Quindicinale, Numero 61 – 21 febbraio 2018

Offerte di lavoro? Dipende dal nome che porti

Uno sguardo su Bruxelles, dove le regole del recruiting discriminano per etnia
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Mi ricordo diciotto anni fa, quando sono arrivata in Belgio, un amico imprenditore mi dice candidamente durante una cena : “È molto semplice, io devo vendere dei prodotti e ho un obbligo di risultato. Se devo andare nelle Fiandre fiamminghe, non prenderò mai un Benamoud o un Marouan, ma cercherò un Van der Moelen o un Woestijn”.

Di fronte a quelle parole io rimango di stucco. Nel 2000, quando non esistono ancora i Salah Abdeslam e tutti i  terroristi islamici, che abbiamo prodotto nelle nostre banlieux, non si guarda tanto alle competenze quanto più forse al nome che porti. Dopo tanti anni la situazione si è anche fatta più grave, perché i tassi di disoccupazione sono molto più elevati di vent’anni fa. Grandi discriminazioni per chi cerca lavoro. Soprattutto se ha un’origine musulmana.

Qui è ancora più stridente, perchè questo piccolo Paese di 11 milioni di abitanti ha una grossa comunità marocchina e turca, ormai arrivate alla terza generazione. L’integrazione dovrebbe essere completata, invece i pregiudizi rimangono.
Solo nella città di Bruxelles, capitale europea con un altissimo reddito pro-capite, 34% dei giovani maghrebini non trova lavoro. Questo dato aumenta, anno dopo anno, invece di diminuire.

Qualche giorno fa è stata incastrata un’ habitué delle discriminazioni, la società Adecco, specializzata nell’Interim. Mica robetta, 31 mila impiegati in 5 continenti e tra le 500 più grosse società al mondo.

Tre giornalisti belgi, uno belgo-belga, uno di origini marocchine e uno africano, hanno inviato lo stesso curriculum a Adecco, cambiando solo il nome e la foto.
Dopo solo due ore il “puro” belga ha ricevuto una domanda di appuntamento, gli altri due niente. Allora questi hanno richiamato l’agenzia chiedendo se il posto fosse ancora libero e l’impiegata frettolosamente ha risposto di no, c’erano già dei buoni pretendenti. Poi il numero uno, il nostro “puro”, ha richiamato e il posto era ancora libero. È scattata la denuncia.

Ma quello che rimane più sorprendente è che proprio la società Adecco è stata già condannata per discriminazioni in Belgio. Nel 2001 alcune sue agenzie di interim, creavano una lista di interimari per i belgi e una lista separata per i belgo-stranieri. Uno scandalo che è costato 25.000 euro alla società e qualche cliente in meno per un po’ di tempo.
Poi tutto torna come prima. “Gli imprenditori che ci chiamano fanno spesso un «profiling » del candidato perfetto, escludendo gli immigrati musulmani, seppur ormai cittadini belgi. Noi siamo in mezzo tra l’impresa e chi cerca lavoro, quindi ci pieghiamo”, mi racconta una ragazza, molto imbarazzata, in una delle tante Agenzie di Interim di Bruxelles.

È stato studiato che un giovane musulmano, marocchino o turco, dovrà mandare in media 44% di domande in più rispetto a un “puro” belga, prima di trovare un lavoro. C’è tutto il tempo per scoraggiarsi o diventare terrorista.

“C’è un enorme lavoro da fare” ammette sconsolata Veerle Vanderleen, la responsabile del servizio Occupazione della Regione di Bruxelles, Actiris. “Ma noi crediamo nel dialogo, andiamo a parlare con le imprese e proponiamo un «Piano della diversità”. Allettante: 10 mila euro in contanti, se l’impresa s’impegna e investirne altrettanti in buone pratiche di selezione, gestione e comunicazione del personale. Ma visto il numero in aumento di denunce per razzismo o discriminazione nel reclutamento, il dialogo non sembra bastare in Belgio.

Ci vorrebbero dei test in situazione a tappeto, come l’inchiesta appena pubblicata dai tre giornalisti belgi : due persone con stesse competenze, ma origini molto diverse, mandano la loro candidatura e poi seguono il comportamento dell’impresa. Degli ispettori, insomma. Ma il Governo non spinge per delle leggi d’emergenza di questo tipo.

Il dialogo funzionerà, mi dicono al gabinetto del ministro dell’Economia e del Lavoro
Didier Gosuin. Si, forse, come le formazioni che il Governo di Bruxelles (qui ci sono governi per ogni regione!) organizza nelle imprese per convincere i capi delle risorse umaane che la diversità di “colore” vuol dire arricchimento per tutti e quindi anche una migliore produttività.

E il curriculum anonimo ?  “Non ha funzionato in Francia, noi non l’abbiamo voluto – ci dice ancora la Vanderleen – perchè se il lavoratore sarà assunto al buio, poi verrà comunque discriminato dentro l’impresa, quindi non serve a niente”.

Allora la discriminazione positiva, assicurare delle quote ai lavoratori di origine maghrebina, oppure offrire vantaggi fiscali a chi assume un giovane turco, potrebbero funzionare?

“Non è possibile – mi racconta Patrick Charlier, direttore al Centro per l’Egalité des Chances – in Belgio le azioni pro-attive sono vietate, sarebbero discriminanti per gli altri belgi”. Qualche consiglio? “Bisogna coinvolgere un settore intero, le costruzioni, la ristorazione, sono loro che devono controllare che non ci siano abusi”. È nel loro interesse.
Intanto, spero che il mio amico imprenditore abbia incontrato qualche buon Monsieur Benamoud nella sua carriera e abbia lavorato con lui.

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Autore
Nata a Palermo nel 1972, vive a Bruxelles da 18 anni. Ha lavorato per La Stampa, per Euronews, per Report. Oggi è il vice-capo redattore di EuroparlTV, una webtv europea, dove cura la rubrica reportage e modera dibattiti televisivi. E’ anche la corrispondente di Radio Popolare. Da due anni prepara un film sulla zona euro e sui paesi della Troika. Appassionata di Europa, ma di una vecchia Europa che oggi non ritrova più nelle strade di Atene, di Dublino, di Lisbona e anche di Roma. Ama la storia, le maratone, la sua vecchia bicicletta e i suoi tre bambini.
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