Roma, Milano, New York: un italiano in pensione

Cambiano i contesti socio-politici ma le esigenze restano le stesse alle soglie della pensione

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Digitando un link speciale che mi dà accesso a tutto ciò che la rete sa di me (url che non svelo neppure sotto tortura), scopro un algoritmo che – mettendo insieme umori, cartelle cliniche, medicine (e, immagino, anche qualche erba segreta) – mi dice che ho davanti a me – sempre che qualcuno non mi spari o che non finisca sotto una macchina – almeno altri 5 anni.
Vero? Non vero?
Comunque, da solito boccalone, conviene crederci.
Per stare in tema, la mia ‘cultura della pensione’ convive felicemente con un pendolarismo che mi colloca sull’asse Roma/Milano e, per qualcosa di più di un terzo del mio tempo, anche a New York.
In entrambi i poli conduco un treno di vita più che stimolante e il passare del mio tempo assorbe diverse ore di lettura (social, giornali, libri purtroppo in questo ordine e voglio proprio sperare che non sia un fake la dichiarazione di Obama in uscita al redattore letterario del NYT che esalta il valore assoluto della lettura di l.i.b.r.i ); di relazioni (compagna di vita, figli, nipoti, studenti, ex studenti, amici, colleghi professionali e accademici); corrispondenza, scrittura. Oltre a lunghe passeggiate e qualche puntata in piscina (New York) e in palestra a Roma (posturale).
Infine, intensa partecipazione e coordinamento di progetti operativi, variamente complessi, solo saltuariamente retribuiti ma sempre stimolanti e impegnativi che hanno a che fare con la cultura della resilienza e del capital sociale dei territori; dialogo inter-religioso dei grandi centri urbani; ruolo dominante dei digital robber barons del ventunesimo secolo in merito ad algortimi e intelligenza artificiale e crescita di consapevolezza degli utenti per assicurarsi più privacy, autonomia e sicurezza.
Se qualcuno venti anni fa mi avesse detto fa che avrei scritto queste righe, mi sarei proprio leccato i baffi.
Ma. Ma. Eppure.
Proprio ieri incontrando in un caffè del Village un vecchio amico intellettuale (uno dei pochi autentici trotskjsti ancora rimasti in un Village gentrificato oltre vhe un grande fan, come me, di Leonard Cohen) ci siamo scambiati queste battute.
Io: ‘quando pensi di non avere più voglia, è perché pensi che nessuno ti prenderebbe comunque sul serio o perché, se solo riuscissi a superare quello specifico ‘ostacolo’, sai che non avresti più voglia di conti. Lui: ‘in verità non saprei proprio ed è verosimile che, superato l’ostacolo, non avrei più voglia di ricordare perché l’ho fatto’.
Insomma ‘nnobabbà di pensieri con colonna musicale da ‘papa giovane’ di Sorrentino/Jude Law.
Quel che mi turba è che da pensionato (non perché lo sia per davvero, ma solo perché gli altri mi ci considerano: della serie ‘done that, been there, seen it’ o, in italiano, ‘già dato, letto, fatto, visto’) il mondo intorno a me – e il ricordo delle battaglie e degli sforzi per potermi consolare di avere ‘fatto la mia parte’ – in realtà è diventato assai peggiore.
Non posso riferirmi ovviamente a tragedie umanitarie come l’olocausto o la seconda guerra mondiale (non c’ero o ero troppo giovane), ma se penso a tutto ciò che mi è successo intorno in questi ultimi anni e a tutte le idee e i progetti per cui ho lottato, scritto, agitato, promosso e partecipato, ho come la sensazione di essere stato attore non protagonista di un film dell’orrore; del fallimento progressivo di una generazione e osservatore interessato anche di quello della generazione dei miei figli.

La cultura americana della pensione

Posso aggiungere che la cultura della pensione dei miei coetanei americani che frequento (essendo amici, mi sono ovviamente simili) è diversa dalla mia solo perché hanno storie e origini differenti, ma le aspirazioni sono del tutto allineate: salute mentale e fisica, curiosità, affetti e passione per le passioni degli altri.
Nel merito: il pessimismo, esaltato da una realtà dettata dal progressivo declino di un’ Italia marginale e ‘schizzata’ , quanto più la sua proverbiale e ingrigita ex-bellezza viene ripetutamente esaltata da nostri megafoni quasi a risarcire la nostra auto-esclusione dalle cose rilevanti. Un solo esempio fra i tanti: la recentissima retorica delle startup di fronte alla realtà dello stopdownismo (vedi Referendum sulla Costituzione) e recentissima sanzione Europea (povero Padoan, anche lui monaco in abito renziano).
Da qualche mese però gli americani non scherzano e sono assai più dannosi, ovviamente per il peso diverso delle responsabilità: il TrumPutismo come variabile impazzita di una civilizzazione che temo sia destinata all’autodistruzione. Spero almeno non prima di 5 anni.

Senior counsel di Methodos, docente alla LUMSA, autore di libri, saggi e interventi sulla rappresentanza degli interessi presso il processo decisionale pubblico. Methodos è stata costituita nel 1978 come società di formazione manageriale, poi è cresciuto nel 1980 per diventare leader nella comunicazione con i dipendenti e da lì, dal 1990, ha esteso le sue attività al cambiamento e supporto per la gestione della conoscenza alle organizzazioni. [ Guarda tutti gli articoli ]

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