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Glovo e Deliveroo sono sotto inchiesta per caporalato. Nello stesso periodo comunicano responsabilità, etica, certificazioni. Non è una contraddizione: è una strategia.

Tempi duri per Glovo e Deliveroo che nel giro di un mese si sono trovati accerchiati per motivi diversi.
La Procura di Milano ha aperto procedimenti per caporalato nei confronti di entrambe le piattaforme. Il GIP Crepaldi ha emesso una sentenza che configura il caporalato digitale come reato. Il PM Storari ha depositato il 25 maggio un parere che restringe ulteriormente lo spazio di manovra per Glovo. L’AGCM ha aperto il 6 maggio un’istruttoria su Glovo, e parallelamente indaga Deliveroo Italy con un nuovo capo di imputazione che riguarda esplicitamente il socialwashing.
Questo è il contesto. Non è uno sfondo neutro: è la pressione che spiega la risposta.
Il DL 62/2026, entrato in vigore il 1° maggio, aggiunge un elemento normativo rilevante: introduce la presunzione di subordinazione per i lavoratori di piattaforma gestiti da algoritmi, spostando l’onere della prova dal lavoratore all’azienda.
Questa concatenazione di eventi in simultanea è esattamente il tipo di pressione giudiziaria, normativa, reputazionale, che attiva il socialwashing come risposta organizzata.
Il socialwashing non è semplicemente dire una cosa e farne un’altra. Questa lettura è troppo semplice e non spiega perché funzioni.
Il socialwashing è una strategia di posizionamento istituzionale: costruire una reputazione di conformità attraverso certificazioni, codici etici volontari, comunicati sui diritti dei lavoratori, adesione a standard internazionali, che possa essere usata come risorsa nelle sedi dove si decide quanto costerà davvero non conformarsi. Non è rivolto ai rider: è rivolto ai regolatori, ai legislatori, ai giudici, all’opinione pubblica che forma il consenso attorno alle decisioni politiche.
In questo senso, la certificazione etica di un’azienda sotto inchiesta non è (solo) una contraddizione imbarazzante da nascondere. È una (pessima) strategia studiata a tavolino: dimostrare di essere un interlocutore responsabile, capace di autoregolazione, meritevole di un trattamento diverso rispetto a chi non comunica nulla. Il messaggio implicito alle istituzioni è: non serve una norma più dura, stiamo già lavorando in quella direzione.
Il problema è che “stiamo già lavorando” è verificabile. E quando l’AGCM apre un’istruttoria per socialwashing, sta dicendo esattamente che ha verificato e che la narrazione non corrisponde alla realtà.
Glovo è sotto amministrazione giudiziaria per caporalato: lì la distanza tra la realtà e la narrazione è già stata sancita da un giudice. Il caso Deliveroo è più rivelatore perché l’istruttoria AGCM riguarda specificamente il socialwashing, non le pratiche lavorative in sé, ma la comunicazione su quelle pratiche.
Significa che l’Autorità ha rilevato una distanza misurabile tra quanto Deliveroo dichiara di fare in materia di responsabilità sociale e quanto fa effettivamente. Non è un giudizio sulla qualità morale dell’azienda: è un giudizio sulla funzione della comunicazione. Quella comunicazione non informava, bensì costruiva una schermatura.
Questo è il punto editorialmente centrale: il socialwashing non è la versione ipocrita della responsabilità sociale d’impresa; è la sua versione utilitaristica. E la differenza non è sottile: nella versione ipocrita, l’azienda sa di fare una cosa sbagliata e la nasconde. Nella versione strumentale, l’azienda usa la comunicazione etica come parte integrante della propria strategia di resistenza normativa. Non nonostante le inchieste; in risposta ad esse.
C’è una ragione strutturale per cui il socialwashing funziona come strategia: il costo di farlo è basso, e il costo di smascherarlo è ancora più basso.
Produrre una certificazione etica, aderire a un codice di condotta volontario, pubblicare un report di sostenibilità: sono operazioni con costi marginali rispetto ai vantaggi reputazionali e istituzionali che producono. L’istruttoria AGCM su Deliveroo è un segnale che qualcosa sta cambiando: l’Autorità sta dicendo che verificherà, non solo che ascolterà. Ma finché le sanzioni per il socialwashing documentato restano inferiori al vantaggio che produce, la logica non cambia.
È la stessa logica che governa il rapporto tra queste aziende e il diritto del lavoro da anni tipico – per esempio – di quelle aziende che preferiscono pagare le multe anzichè assumere categorie protette o disabili: se il costo della non conformità è gestibile, la non conformità è razionale.
Il socialwashing è la non conformità applicata alla comunicazione.
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