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Alfred Hitchcock aveva un’ossessione per il sogno e le cadute mortali, le madri cattive, il tema del doppio e quello della spirale. Era talmente ossessionato dalla vertigine da dedicarle un film — Vertigo (id., A. Hitchcock, 1958) è un caleidoscopio di vertigini e spirali — e da inventare l’Effetto Vertigo, la combinazione di un carrello in avanti e uno zoom indietro per dare, appunto, la sensazione di vertigine. Disegnava dettagliati storyboard — la rappresentazione grafica e cronologica delle sequenze — e utilizzava bicchieri giganti per esaltare l’espressività degli oggetti. A partire dal 1927, inoltre, il regista britannico coniò un vero e proprio rito: quello di apparire nei suoi film con brevi cammei, apparizioni straordinarie slegate dal contesto principale. Hitchcock è apparso in 39 delle sue opere: un omaggio al Club dei 39 (The 39 Steps, 1935)?

Dal Vecchio al Nuovo Mondo. Woody Allen coltiva da sempre una passione per le citazioni letterarie. Oltre che per il  Windsor bianco su sfondo nero nei titoli di apertura e di chiusura. E per la psicanalisi, s’intende. In Amore e guerra (Love and Death, 1975) omaggia Tolstoj; in Io e Annie (Annie Hall, 1977) il sociologo Marshall McLuhan e lo scrittore Truman Capote interpretano se stessi. Manhattan (id., 1979) cita Kafka e Flaubert e il più recente Blue Jasmine (id., 2013) è un chiaro omaggio alla pièce di Tennessee Williams Un tram che si chiama Desiderio. Anche Stanley Kubrick è stato regista dei riti. Ossessionato dalla cura della fotografia, della messa in scena e della simmetria. C’è chi parla di topos del corridoio, per sottolineare il senso di costrizione che lega i personaggi kubrickiani a questi spazi. E Wes Anderson ritualizza la simmetria in modo talmente ossessivo, che il regista giapponese Yasujiro OzuIl — noto ai più come Kogonada — nell’esaminarne le inquadrature dei film, immagina una linea tratteggiata al centro dello schermo, che divide in due porzioni “specchiate” ciascun fotogramma.

Insomma, il rapporto fra il cinema e i suoi maestri è sempre stato costellato da riti, manie, piccole e grandi ossessioni. E il linguaggio del rito si manifesta anche nella grammatica filmica, il linguaggio che il cinema utilizza per raccontare il mondo finzionale. Alla fine degli anni Sessanta, il critico Cristian Metz formalizza il concetto di sequenza a episodi: un insieme di scene e microscene separate da effetti ottici, che si succedono in ordine cronologico. E che mostrano, appunto, la ritualità del mondo di finzione.

Come il rito della colazione a casa Kane (Citizen Kane, Orson Welles, 1941) e il progressivo degradarsi dei rapporti fra lo stesso Kane e la sua prima moglie. E come la dolce vita di Marie Antoinette e compagne (Marie Antoinette, Sofia Coppola, 2006) che, sulle note di I Want Candy, calzano scarpe — fra cui delle Converse viola —, sorseggiano champagne, trangugiano dolci e addobbano gli amici a quattro zampe di gemme e smeraldi. Mentre les coiffures des femmes si fanno sempre più alte.

Il cinema postmoderno, peraltro, ha trovato un modo tutto suo per mostrare miti e riti. Come nella rappresentazione virtuosistica di dettagli e particolari. Ne sa qualcosa Darren Aronofsky che, in Requiem for a Dream (id., 2000) evidenzia la ritualità delle dipendenze — le droghe, la caffeina, le anfetamine dimagranti e anche la televisione — attraverso l’uso ripetuto di montaggi di dettagli e particolari: quando Harry e Marion assumono l’eroina e quando Sara inghiottisce anfetamine e guarda la tivù.

E poi ci sono i riti tout court. Quelli legati all’essenza dei personaggi finzionali che, come nel titolo del film di Miklós Jancsó, ne svelano vizi privati e pubbliche virtù. C’è il rito del giornale in accappatoio di quel bravo ragazzo di Henry Hill (Goodfellas, M. Scorsese, 1990), che poi diventerà anche il rito di Tony Soprano (The Sopranos). E la tragica vita del (Secondo, ma non solo) tragico Fantozzi è scandita da riti estremamente rigorosi: dalla maratona elettorale nella stanza della televisione, alla partita di calcio con birra e frittata di cipolle, al caffellatte con pettinata incorporata.

E a proposito di caffè. Anche il mondo seriale ha i suoi riti. E sembra proprio che i protagonisti delle serie televisive provino una passione sviscerata per questa bevanda. C’è una cosa alla quale le Gilmore Girls non possono assolutamente rinunciare: la caffeina. Ne bevono litri e litri e ne sono letteralmente dipendenti. E, fra un rito del caffè e l’altro, Rory va a Yale e Lorelay apre un B&B. Ma soprattutto, come la damn fine cup of coffee — con tanto di torte e ciambelle — che accompagna l’agente dell’FBI Dale Cooper durante le sue indagini a Twin Peaks.

E dove, è proprio il caso di dirlo, the coffee is not what it seems.

 

Senza Filtro, “I riti del lavoro”, online da mercoledì 1 marzo 2017

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Lucana, studi umanistici. Dopo più di dieci anni in azienda riscopro la scrittura. E approdo alla carta: prima stampata, poi digitale. Sviluppo importanti collaborazioni con «L’Indipendente lucano», «Il Metapontino», «Biancolavoro» e «Blu TV» e, in ambito cinema, con “Reggio Film Festival”, “Il cinema ritrovato” e “Biografilm Festival”. Membro della giuria durante la 50+1 edizione della “Mostra del nuovo cinema” di Pesaro. Come giornalista mi occupo di cultura e sono attenta ai temi di genere, specie se legati al mondo del lavoro; come Project Manager sviluppo progetti culturali e comunicativi: dalla scrittura alla fattibilità, dal budget alle strategie di fundraising. Nutro una passione per i modernismi; ma anche per i post-modernismi e per le forme di ibridazione. E sono (da) sempre — come titola la raccolta di saggi di Greimas — alla ricerca Del Senso. [ Guarda tutti gli articoli ]

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