Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Teste ben fatte

Professionisti della comunicazione tra passione, studio ed esperienza
Teste ben fatte
Shares

Se vuoi suonare la chitarra, va così: prima sei affascinato dalla musica e dallo strumento, poi studi e ti alleni con tenacia, e alla fine forse diventi un chitarrista. Se hai anche talento, un bravo chitarrista.
E non succede mai – dico mai – che uno diventi un bravo chitarrista senza questi tre elementi: passione, conoscenza ed esperienza.

Se ti manca la passione, sarai al massimo uno che ci ha provato. Grazie dell’impegno, ma “le faremo sapere”. Non c’eri portato, ecco tutto; e si sentirà sempre, anche dopo i prossimi dodici anni di esercizi. Se ti mancano la conoscenza e l’esperienza, invece, scoprirai ogni maledetto giorno l’acqua calda; e con quell’acqua calda ti scotterai tutte le volte.

Bene: ci sono molti mestieri che ricordano il percorso del chitarrista. Qualche volta, anzi, viene addirittura la tentazione di pensare che tutti i mestieri siano un po’ così. Perché lo vedi subito quando manca uno dei tre ingredienti fondamentali: il cameriere scostante, la fiorista che mette un fiocco verde e fucsia in mezzo alle rose rosse, l’avvocato introverso – che magari voleva fare il chitarrista. O l’insegnante convinto che basti sapere per benino le cose, e l’insegnamento poi verrà da sé.
Non fa eccezione il mondo delle professioni legate ai nuovi media.

Maître à penser di un mondo digitale sempre più complesso, influencer e opinion leader, ma anche community e social media manager. Mestieri nuovi, incerti, difficilissimi, che richiedono una propensione (chiamala pure una grande passione) di base e molte conoscenze apprese con lo studio e con l’esperienza: per sapere vedere, sapere dire e sapere scrivere. Ma anche la capacità di affrontare continuamente imprevisti, un fiuto affinato per l’opportunità e un forte senso del contesto. Del resto, quando lavori con le parole, soprattutto su internet, è sempre così.

Insomma, per questi lavori ci vuole un bravo chitarrista, altroché: uno che sappia a menadito gli spartiti, ma che sia anche in grado di improvvisare, qualsiasi cosa succeda.

Non si diventa digital strategist così come si impara una tabellina. Né mandando a memoria tutto un interminabile corso di studi teorici sulle strategie di impresa, né limitandosi a frequentare un master prestigioso.

Un mestiere non è un titolo e non è una semplice patente: la dedizione, l’esperienza e i libri (i blog, i libri digitali etc.) sono gli ingredienti fondamentali del professionista e dell’individuo, della sua personalità e della sua affidabilità.

Fino a vent’anni fa una canzone, una maglietta o un cibo esistevano per il largo pubblico soltanto in base alla loro presenza sui grandi canali della comunicazione analogica (stampa, radio e televisione); oggi invece la presenza sulla rete, e quindi la definizione di un proprio spazio culturale e commerciale, virtualmente accessibile all’intero pianeta, è disponibile più o meno a chiunque. Il che comporta il proliferare di un mondo frammentato, indefinibile e incontrollabile.

In questo contesto occorrono davvero delle nuove expertise; per monitorare e sintetizzare gli spazi di conoscenza e condividerli con un pubblico più ampio.  E ai nuovi professionisti della comunicazione è quindi richiesto sempre di più: una costante passione per l’analisi e la sintesi dei loro oggetti di interesse, una continua formazione specifica, ma anche una forte etica della comunicazione in video e scritta. È il solo modo per essere riconoscibili e credibili, e quindi non essere appiattiti sul numero indefinito degli improvvisatori e dei cialtroni; quelli che – tra le altre cose – sbagliano costantemente la punteggiatura, usano una parola al posto di un’altra (che suona simile), scrivono frasi incomprensibilmente complesse.
Che expertise è?

Parallelamente è essenziale che le agenzie formative – soprattutto quelle pubbliche – dedichino a tutto questo curricoli di lungo corso, e non solo specializzazioni: per mettere i futuri comunicatori in condizione di essere “teste ben fatte” e non soltanto “teste ben piene” (definizione di Michel de Montaigne che ha fatto la fortuna di Edgar Morin). Perché padroneggino le abilità di scrittura, di dialogo, e una generale sensibilità verso la correttezza, l’adeguatezza e la creatività linguistica; da affiancare ovviamente alle competenze informatiche, di editing foto e video e di marketing.

Solo così è fatto un buon esperto di comunicazione sui nuovi media. E solo così si guadagna diritto di parola. Anche se, come scrive sul suo profilo Twitter Barbara d’Urso, lei ad esempio non censura nessuno “ne’ su twitter n’è su Facebook” (sic).  E in effetti si diventa riconoscibili anche in questo modo; ma per il motivo sbagliato.

Per evitare questo, è importante che quelle stesse agenzie formative non incoraggino a credere che per comunicare bene basti poco, o che gestire la comunicazione (propria ma soprattutto altrui) sia facile: trenta ore di corso, qualche frase ad effetto e una scatola degli attrezzi minima non basteranno.

“Vuoi diventare un social media manager?”. Quasi tutti i laureandi in materie umanistiche risponderanno “sì, certo che sì”. Ma spesso senza alcuna consapevolezza sostanziale di quanta fatica e di quanta competenza ci siano dietro a un post che funziona davvero (per non parlare di un’intera campagna di comunicazione). Inoltre, molti di loro scriveranno “si, certo che si”, senza accento. E se scrivi “sì, voglio fare il social media manager” senza l’accento sulla “ì”, allora sicuramente ti manca uno degli ingredienti fondamentali per farlo.

Se nessuno ti avvisa di quanto lavoro di bottega e di preparazione individuale ti serva ancora, ecco come andrà a finire: seguirai il corso, imparerai tutto di SEO, di flussi comunicativi, di tag e di statistiche dei motori di ricerca; ti diranno che devi scrivere frasi corte, e imparerai a farlo anche se non capirai davvero il perché; poi ti diranno che less is more, che la semplicità è meglio, che per essere efficace devi sembrare spontaneo e blablabla; ma tu confonderai sistematicamente tutto questo con la sciatteria e ti sentirai sempre di più autorizzato a non mettere l’accento sulla ì.

Poi magari avrai la tua occasione: una botta di fortuna e lo diventerai per davvero, un social media qualcosa; diciamo nello staff di un famosissimo politico italiano: per lui scriverai su Twitter. Figo, no? Come la chitarra.

Sì, ma purtroppo il tuo primo tweet sarà:

Giorgia Meloni è figlia della storia di destra e proprio per quello a suo tempo le chiesimo la disponibilità.

E dopo questo, inevitabilmente, la tua chitarra finirà in cantina.

Shares

Tags: , ,



Autore
Alessandrino, classe 1978, da vent’anni vive a Bologna. Project manager per UniBo, esperto di comunicazione scritta e di didattica della lingua italiana è autore di numerose pubblicazioni, fra cui, Scenari. Scrivere e pensare la scrittura, 2009 e, con A.Lovari, Scrivere per i Social network, 2013. Da sempre interessato ai sistemi complessi e alla teoria della creatività applicate ai modelli teorici della scrittura, tiene e organizza corsi in diversi atenei italiani ed è consulente per aziende e per la Pubblica Amministrazione.
Commenta questo articolo
  • Alessandro Zavone

    Vademecum Rumoroso per Alfieri Indignati! Bene, dal caos – controllato – tutto nasce!