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Quindicinale, Numero 63 – 8 aprile 2018

Tutti i padri di Mamma Fiat

Cambiano i modelli e anche le forme: dalle tute blu al Direttore di stabilimento
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Fateci caso. Provate a guardare con un po’ di attenzione le rare foto di interni di fabbriche che spuntano sui giornali con gruppi di dipendenti che festeggiano un traguardo produttivo: chessò, i 5 milioni di furgoni Ducato; tre milioni di lavatrici; 100.000 Maserati. Marketing aziendale? Sorrisi forzati? Non c’è dubbio. Eppure quelle foto, che paiono in qualche modo ispirarsi al celebre quadro di Pellizza da Volpedo sull’avanzata dei lavoratori verso il sol dell’avvenire, contengono segnali importanti che sarebbe sbagliato non cogliere.
 
A prima vista, ne emergono “dettagli” evidenti: dov’è il Direttore in giacca e cravatta? Dove sono i capi? E, ancora prima: dove sono le tute blu? Già, perché ormai da tempo in molte fabbriche, e quelle Fiat in particolare, tutti vestono la stessa tuta grigio-bianca che, nel caso Fca, prevede dettagli blu e rossi rispettivamente per Maserati e Alfa. Divise immacolate e tutte uguali, dal direttore all’ultimo dei nuovi assunti.
 

Le vecchie tute blu

I codici impliciti emanati da quelle tute sono all’evidenza due, entrambi figli di una svolta culturale: le nuove fabbriche sono pulite come cliniche svizzere e quelle mura non esaltano più le differenze di classe e di funzione che sopravvivono all’esterno, nella società, o in strutture verticali come quelle militari. Quelle istantanee non mostrano più un popolo della fabbrica diviso fra “padri-padroni” e “figliuoli-schiavi” ma una squadra, un collettivo, una struttura a bassa gerarchia.
 
Le foto rispecchiano la realtà? Naturalmente la realtà vera è più complessa e variegata di un’immagine. E, tuttavia, il nocciolo di come stia cambiando la figura del padre/direttore nelle fabbriche italiane (e naturalmente non solo italiane) non può che partire da quelle immagini, collettiviste ed egualitarie. Che una verità vera la dicono senza alcun dubbio: la figura del “diretur” di fabbrica, ingegnere tutto d’un pezzo chiuso nel suo panciotto, nella sua limousine – e poi nel suo mega-ufficio distante anni luce dalle linee di montaggio e infine circondato da zelanti e ossequiosi yes-man non troppo intelligenti – è tramontata da un pezzo. Non c’è Fantozzi o Cipputi che tenga: le fabbriche vivono in una cultura diversa dal passato.
 
La trasformazione è avvenuta non solo per via dell’evoluzione dei rapporti sociali nati con le ciminiere dell’800, come vedremo meglio fra poco, ma perché è cambiata in profondità la struttura delle aziende medie e grandi. “Fino a qualche anno fa – spiega l’Ingegner Gabriele Caragnano, Direttore tecnico della Fondazione Ergo che si occupa di organizzazione del lavoro e da 25 anni consulente di centinaia di aziende italiane – i direttori delle grandi fabbriche avevano competenze molto più larghe di quelle attuali. E spesso rappresentavano non solo figure inarrivabili e temute dai semplici operai, ma soprattutto dei veri e propri contropoteri rispetto alle direzioni centrali delle aziende. Intorno a loro c’era sempre un’aria tesa e formale”.
 

I nuovi Direttori di stabilimento, la nuova Pomigliano

Perché oggi è cambiato tutto? Secondo Caragnano perché, con internet e la globalizzazione, centro e periferie delle imprese industriali ora interagiscono continuamente, perché la progettazione dei prodotti avviene con un continuo scambio di informazioni e di proposte fra tecnici del centro e quadri e operai degli stabilimenti sul territorio. Non solo. Le fabbriche oggi adottano filosofie e modelli di organizzazione del lavoro standard, uguali in tutto il mondo, derivati dalla filosofia “lean” o della “snellezza” che ha fatto saltare moltissimi steccati sociali e culturali. “Attenzione, però – sottolinea l’Ingegnere – siamo solo all’inizio di un processo molto complicato, perché cambiare pelle alla cultura del lavoro non è cosa che si fa in pochi anni, specialmente in un Paese lungo e difficile come l’Italia”.
 
Un esempio di quanto sia cambiata la figura del padre/padrone in fabbrica possiamo prenderlo da uno stabilimento simbolo: la Fiat di Pomigliano, a due passi dal Vesuvio. Fabbrica nota in passato per la sua alta inefficienza e un tasso di assenteismo che in occasione delle partite del Napoli arrivava al 18%, oggi Pomigliano è un incredibile gioiellino: sforna una Panda al minuto (420 per turno, l’anno scorso sono state in tutto 207 mila) e ha un assenteismo medio inferiore al 2% che in alcune giornate tocca il record dello 0,8%. E’ stata rivoltata come un calzino nel 2010 quando Sergio Marchionne la chiuse e ne riassunse i dipendenti in un’altra società creta ad hoc dopo un lungo periodo di formazione dedicata ad imparare un nuovo modo di lavorare.
 
Già perché oggi Pomigliano (e tutte le altre fabbriche Fca, comprese le americane) adotta i 18 “comandamenti” del World Class Manufacturing (filosofia lavorativa di derivazione giapponese); distribuisce il lavoro misurandolo con il sistema elettronico Ergo-Uas che ha come obiettivo la “fatica-zero” per i lavoratori; suddivide gli operai in squadre autonome di 7 persone coordinate (attenzione, coordinate non comandate) da un operaio team leader che non lavora con le mani (e sono quasi 200 a Pomigliano) ma aiuta i compagni a raggiungere gli obiettivi.
 
A Pomigliano, in particolare, è stata chiusa, anzi murata, la vecchia palazzina degli uffici e la stanza del Direttore (e quella del Capo del Personale): ora dà direttamente sulle linee di montaggio, a loro volta separate dagli impiegati solo da un cristallo. Il tutto in nome della trasparenza tradotta in fatti.
 
In questo contesto l’acqua nella quale nuotavano i direttori “padroni” di un tempo semplicemente non c’è più. Ma non ce n’é neanche per “mammolette”. Se in questa fabbrica si parla molto di più rispetto a quelle old style e il flusso delle comunicazione è anche bottom-up e non solo dal superiore in giù, può anche accadere che urla e cazziatoni ogni tanto superino i decibel della linea di montaggio. Insomma la condivisione anti-paternalista e costruita mattone dopo mattone con ampie cessioni di “poteri” e di autonomia ai lavoratori, secondo i canoni scandinavi, è ancora lontana.
 
E tuttavia è un fatto che, dal 2010 ad oggi, a Pomigliano si sono succeduti vari Direttori, uno anche polacco, ma tutti – ovviamente ognuno con la propria personalità e le proprie idee – hanno adottato stilemi analoghi: tuta operaia da mattina a sera (non senza qualche borbottio da parte di qualcuno); molti giri lungo le linee per parlare con la “gente”; confronto continuo con delegati e sindacati (senza rinunciare allo scontro e anche alla rottura di qualche rendita di posizione anche dei sindacati “amici”); promozioni fuori dagli schemi con qualche operaio più dinamico promosso fino a capo Ute (segmento di linea cui fanno capo 90/100 operai), posizione generalmente riservata a giovani ingegneri e dunque con nuovi canoni gerarchici. Non si tratta di impressioni. Pomigliano ogni anno viene valutata da una commissione “esterna” per il Premio Wcm e con tutti i Direttori ha mantenuto il livello di medaglia d’oro, il più elevato, proprio grazie alla buona qualità del trattamento del personale e del prodotto.
 

La messa mattutina

C’è un evento “inventato” a Pomigliano  che “racconta” meglio di altri la nuova fabbrica e il nuovo profilo del suo Direttore: la cosiddetta “messa” la mattina. Ovvero una riunione sui problemi emersi nei giorni precedenti alla quale partecipano il Direttore e i Responsabili di linea fino ai singoli operai coinvolti nel problema. Facile a dirsi ma non a farsi. Perché bisogna immaginare un operaio che spesso non ha neanche la terza media invitato a parlare in pubblico davanti a tutta la sua linea gerarchica per spiegare che qualcosa non ha funzionato magari per responsabilità di un capo. Un’operazione difficilissima in qualsiasi ambiente di lavoro, ma che in fabbriche con centinaia di dipendenti potrebbe persino essere controproducente.
Eppure a Pomigliano sembra aver preso piede sulla base di una condivisione diffusa fra tutti i dipendenti degli obiettivi dello stabilimento e di un miglioramento tangibile del clima di lavoro. Che, al nòcciolo, sono le due missioni principe di un Direttore di fabbrica in linea coi canoni attuali della “paternità lavorativa”.
Anche perché l’alternativa sarebbe drammatica: la sua sostituzione con un computer 4.0.

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Autore
Giornalista multitasking: economia; politica; territori. Appartengo alla setta ormai minuscola degli industrialisti. Pianto alberi per passione.
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